Lo spazio in cui oggi svolgo la mia attività è abusivo. Nel vero senso della parola. La mia stanza, infatti, è stata ricavata dal terrazzo. Ma la padrona di casa mi ha garantito che è stata condonata.
Si trova al quarto piano di una palazzina in cortina, a due passi dal parco che ospitava l’ex manicomio provinciale di Santa Maria della Pietà, dove oggi la gente (me compresa) va a passeggiare, a fare jogging e a portare il cane. E, forse, a immaginare come doveva essere vivere qui, in questo luogo di pazzi, fino agli anni ‘80, prima che venisse attuata la legge Basaglia.
La mia stanza è esposta a est, e dalle grandi finestre si vede sorgere il sole. La mattina presto gli uccellini si contendono lo spazio sonoro con i clacson impazziti degli automobilisti diretti al lavoro. Ma alla lunga sono sempre i pennuti ad averla vinta.
È decisamente la stanza più bella della casa, con pareti bianche a vista (a mo’ di loft americano) che le tende dipingono di fucsia e arancione quando c’è molto sole.
Sulla scrivania di legno che mi è impossibile tenere in ordine, accanto al portatile, c’è il modem su cui spesso riposa la mia gatta tigrata. A volte sogna: lo capisco perché muove nervosamente la coda e le vibrisse e fa strane smorfie. A volte finge di dormire ma mi tiene d’occhio e appena mi alzo dalla sedia fa un balzo e si butta a terra sulla stuoia per farsi coccolare e stropicciare. Altre volte, invece, salta silenziosamente sulla scrivania mentre scrivo e mi cammina davanti con la coda dritta o si arrampica rumorosamente sullo schienale della sedia perché vuole attenzione. Ma questo lo fa anche la grigia. La roscia, invece, se ne sta sempre per conto suo. Dorme sulla poltrona del suo stesso colore e va a caccia di farfalle e geki sul terrazzo. È una gatta tutta d’un pezzo.
Sulla parete sopra la scrivania c’è una bacheca di sughero con sopra una striscia ingiallita dei Peanuts, la foto tessera di un’amica datata 2/3/’89, un calendario del panificio di Via Tor de’ Schiavi raffigurante vetrine di vecchi negozi (“Old stores”) sul quale annoto appuntamenti e scadenze, la foto seppia di mia nonna circondata dalle cinque figlie femmine (tra cui mia madre che nonostante abbia solo quattro anni ha già le mani grandi) e altre carte e ritagli. L’angolo in alto a destra della bacheca è completamente scorticato perché la gatta (quella del modem) ci si fa le unghie. Sulla parete più in alto a destra il poster di Edward Hopper Cape Cod Morning raffigurante una donna che guarda fuori, oltre il bovindo blu.
Da lassù vede i panni stesi sui terrazzi di Montemario sbattuti dal vento, le alte cime degli alberi che ondeggiano, gli arcobaleni che si formano subito dopo un temporale e, se l’aria non è troppo inquinata, il profilo dei Castelli romani, che di notte sono illuminati da mille luci e dalla luna che dal quarto piano sembra immensa.
Herta Elena Rudolph è nata a Roma. Si è laureata con lode in Lingue e letterature straniere presso l’Università degli Studi di Roma La Sapienza e ha conseguito il Master di II livello in traduzione presso lo stesso Ateneo.
Effettua scouting letterario e traduzioni per l’editoria e per lo spettacolo.
Insieme all’amica Tiziana Cavasino ha curato la raccolta di racconti Pensi che ci saremmo potuti conoscere in un bar? Racconti dall’Europa dell’est (Caravan Edizioni, 2010, introduzione di Giulio Mozzi), parte di un progetto molto più vasto e ambizioso che continua a portare avanti.
Ha curato la pagina cultura di un webzine (recensione libri per bambini, interviste di autori, illustratori, traduttori e chiunque lavori dietro le quinte di un libro), è stata consulente per l’Istituto Luce e ha lavorato in ambienti internazionali e d’ampio respiro.
Lingue di lavoro: inglese, spagnolo, francese > italiano.
[Da dicembre 2011 vive a Lubiana, in Slovenia, e la sua nuova stanza - con immancabile vista sul castello - si trova tra la biblioteca dell'università e il 'ferro da stiro' di Jože Plečnik.]





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