Archivi del mese: maggio 2011

Bovindo

In più di trent’anni di lavoro le stanze sono state tante, ne ricordo bene 8 e molte molte altre passeggere, postazioni mobili di quando la traduzione te la portavi ovunque, anche se non avevano ancora inventato il portatile (e neanche il pc fisso), perché le scrivevi a mano su un quaderno.

Erano la mia camera da ragazza, o diverse cucine, uno spazio ritagliato nella camera da letto matrimoniale, uno studio tutto per me, uno studio per me e per il pianoforte di mia figlia, e ora questa sala da pranzo bella grande luminosa, ma se abbiamo ospiti devo sgombrare il campo.

Se alzo gli occhi dalla traduzione vedo il divano e il quadro con il palazzo delle Nazioni Unite. Quando non ce la faccio più a tradurre mi siedo sul divano o mi ci stendo e penso, leggo, dormo.

Tra tre anni e mezzo scade il contratto d’affitto di questo alloggio, sarà la volta di un’altra stanza del traduttore. Sempre che non smetta prima, ma sono anni (e diverse stanze) che lo dico…

Rossella Bernascone dice di sé: Sono nata nel 2011-2012 del Vikram Samvat (troppo avanti!), l’anno del primo Eurofestival (visto che oggi se ne parla alquanto in Facebook; lo so, domani questa biografia sarà già vecchia, ma succede così anche alle traduzioni). Appartengo a quella generazione che non poteva concepire la traduzione letteraria come unico mestiere. La lista quasi aggiornata di quel che ho fatto la si trova qui. Ho cominciato a insegnare traduzione nel 1987 e non ho ancora finito.

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Una impercettibile quiete

La scelta di uno spazio aperto come “stanza di lavoro” non è certo dovuta al bisogno di sentirmi vicino alla natura (della quale, al contrario, non riesco ad apprezzare la bellezza), quanto piuttosto alla necessità di evitare lo straordinario silenzio che offrono le abitazioni finlandesi. Sarà per i pannelli isolanti, sarà per la proverbiale riservatezza dei vicini, l’assenza di rumori mi provoca disturbi di concentrazione. Questa panchina per me è il luogo ideale di lavoro, almeno per quanto riguarda la sua parte creativa; le correzioni le faccio poi al computer. Le rare grida di bambini al parco giochi vicino, i rumori del bosco e dei passi sulla ghiaia o sulla neve sono per me suoni confortanti, e così, con matita, foglio senza righe e pagine di poesie strappate, traduco sereno. D’inverno seguo le regole che usano le scuole: i bambini giocano fuori fino a -10, ed anch’io resisto fino a quelle temperature, coll’abbigliamento adatto. Le giornate di pioggia insistente o con temperature proibitive (quest’anno con punte di -32) le passo invece nella biblioteca del centro, o a volte in quella itinerante (l’autobus-biblioteca), che ferma non lontano da casa.

Paradossalmente, col freddo riesco ad essere ancora più efficiente; credo che il freddo pungente insegni (almeno a me) la disciplina, dal momento che non c’è tempo per distrarsi o pensare ad altro, se non al lavoro.

A pensarci bene, la mia “stanza” è frequentata più da animali che da persone; ce n’è una, però, che vedo più spesso di altre; magro, aspetto clochardesco è stato attirato la prima volta, credo, dal vapore del caffè che avevo portato con me nel thermos una mattina particolarmente fredda. Per ringraziarmi di avergliene offerta una tazza, o almeno così presumo, iniziò a raccontarmi un po’ la sua storia. È uno di quelli che in Finlandia chiamano “sotalapsi” (bambino della guerra), bambini che, durante il conflitto mondiale, venivano volontariamente e temporaneamente affidati dai genitori a famiglie svedesi, che potevano offrire loro una vita migliore e più sicura, con la promessa scritta di restituirli ai genitori naturali una volta terminato il conflitto. Ogni volta aggiunge un altro pezzetto della sua storia, partendo sempre dal punto al quale era arrivato durante il nostro incontro precedente. Non ci siamo mai presentati, quindi non conosco il suo nome né lui il mio, e le conversazioni avvengono su una base “volontaria”, senza domande, e perciò le nostre repliche sono spesso scollegate.

Una delle prime volte che c’incontrammo, intravide delle poesie italiane sui miei foglietti e iniziò a citare dei versi di Michelangelo. In effetti, deve essere almeno un appassionato di poesia, visto che a volte solleva i fogli delle poesie finlandesi che tengo vicino sulla panchina, ne legge qualche rigo e poi, rimettendoli a posto, spara le sue etichettature decise: modernista, espressionista, ecc. Nell’ultimo anno ho lavorato anche su una antologia di giovane poesia finlandese, con una sezione più sperimentale; un paio di mesi fa, appoggiate sulla panchina c’erano delle poesie dei motori di ricerca. Ha sollevato i fogli, dato una rapida occhiata, li ha rimessi giù e mi ha posto una delle sue prime domande: “Cos’è?”.

Ultimamente parlava spesso della sua voglia di rivisitare la Svezia della sua fanciullezza, una volta che sarebbe finalmente arrivato il bel tempo. Ora qui è scoppiata la primavera; sarà un mesetto che non lo vedo.

Antonio Parente traduce poesia dal finlandese e dal ceco e ha pubblicato una dozzina di antologie.

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La postazione mobile

Vivo nella stessa casa da trenta anni, un edificio in mattoni costruito nella prima metà del ‘900 tra vigne e osterie, in una zona che nel corso degli anni ’60 è stata completamente urbanizzata con costosi appartamenti (in questi casi gli annunci immobiliari usano il termine “residenziale”). Sono le stesse mura che mi hanno preso in consegna quando ero un “fanciullino” (ma la mia prima e unica precedente residenza si trovava a poca distanza) e mi hanno accompagnato fino ai giorni nostri. Oggi ospitano anche una coniuge e due figlie, una di quasi tre anni e l’altra di pochi giorni. Nel corso degli ultimi anni il tavolo di lavoro è stato spostato più volte tra un angolo della camera da letto, uno del soggiorno e una breve convivenza col tavolo da cucina. I libri popolano tutta la casa. Straboccano da qualsiasi libreria, mobile, comò e comodino. Si riversano come un fiume in piena sul pavimento.

Non so dire se il traduttore sia stata una vera e propria scelta, o se piuttosto sono state alcune traduzioni che hanno scelto me. Sta di fatto che in questo modo ho realizzato due vocabolari, tradotto quattro o cinque romanzi, testi teatrali, dialoghi di film e molto altro. Ci sono mestieri che indubbiamente sono fatti per un certo genere di persone (poliziotti, ladri, spie tanto per fare qualche esempio). Traduttori si nasce? Ci sono qualità innate del traduttore? Mi è difficile rispondere a questa domanda, anche perché diretto interessato (nessuno può leggere nella propria vita, dal momento che vi è immerso). L’unico consiglio che mi sento di dare agli aspiranti traduttori è quello di ridurre i caffè (superfluo il consiglio di eliminare del tutto, se necessario e possibile, le sigarette) e sostituirli, eventualmente, con sano tè verde, del quale sono consumatore accanito ed estimatore (scelgo la qualità secondo la stagione e l’umore del momento e sono in grado di fare distinzione tra diversi gradi di qualità e peculiarità).

Nella mia postazione semovente, dove sono appoggiati un paio di portatili, le traduzioni devono farsi largo in mezzo a tanti altri lavori e impegni, a volte gratificanti, a volte terribilmente noiosi e aridi. Spesso faticosamente. Spesso sono stato costretto strappare qualche ora al sonno per poter lavorare con un minimo di tranquillità (cosa praticamente impossibile di giorno). Avrei voluto dare maggior spazio e maggior peso a questo lavoro. Si tratta di un lavoro che mi appassiona, che trovo sempre stimolante, per il quale mi sono speso molto (a volte anche troppo). Purtroppo temo si tratterà sempre di un lavoro occasionale, che va da traduzione a traduzione, senza seguire alcuna logica, passando in stretti e tortuosi passaggi da una coincidenza all’altra. Il saggio direbbe: “proprio come la vita”. Un ottimista direbbe che si tratta di un buon inizio, cosa che un pessimista di certo disapproverebbe. Personalmente mi adopero, con alterni successi, per tentare di limitare i danni.

Lorenzo Pompeo è nato a Roma nel 1968, città nella quale ha trascorso la maggior parte della sua vita e dalla quale da sempre prova inutilmente a fuggire.
Dottore di ricerca in Slavistica, traduttore letterario e no (in qualità di traduttore e interprete ha collaborato col Tribunale di Roma, gloriosa istituzione pubblica locale), ha tradotto con diverse case editrice alcuni romanzi dal polacco e dall’ucraino.
È autore di due vocabolari e, ovviamente in cooperativa, di tre figlie e inoltre organizzatore di diverse rassegne cinematografiche a Roma e a Varsavia

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