La stanza della mia traduttrice è condivisa con una fornaia, che mentre impasta farina e acqua e lievito e sale e semi pensa a quella forma verbale che nella lingua dell’altra indica un eterno presente e nella sua non esiste che al passato, e come diamine farà? Se lo chiede tutte le sante volte: sobreviviente, sopravvissuta… C’è tempo: deve ancora consegnare, si vedrà. Poi si lava le mani, torna alla scrivania e mentre riprende la danza delle dita sui tasti pensa a quella forma di pane, forse oggi lo faccio tondo… C’è tempo: deve ancora lievitare, si vedrà.
Nella stanza della mia traduttrice staziona una lavandaia, ché il bianco è da stendere e il colorato ancora da mandare ma prima bisognerà vuotare la valigia, da due giorni è tornata dal corso di Bologna e già le tocca ripartire per il seminario di Settignano, che testa, insomma se ne deve ricordare, già, ricordare, che nella sua lingua vuol dire riportare al cuore e nella lingua dell’altra anche, per fortuna, così le parole possono continuare a giocare indisturbate mentre i maglioni se ne stanno in ammollo in lukewarm water, una delle sue espressioni preferite in ambito anglocasalinghitudinesco – dal medio inglese lukewarme, formato da luke e da warme, in cui luke potrebbe essere un’alterazione di lew a sua volta discendente dall’inglese arcaico hlēow (che traduce soleggiato), a sua volta derivante dal protogermanico hliwjaz, hlēwaz, hlūmaz, hleumaz, la cui origine è da rintracciare nel protoindoeuropeo al(w)e-, el(w)e-, k(‘)lēw- intersecatosi con il nederlandese lauw da cui sono arrivati fino a noi il tedesco lauwarm, il feringio lýggjur, lo svedese ljum, il danese lumme, il norvegese lunken e il termine svedese dialettale ljunken, che sta per tiepido. Tutte notizie utilissime a chi sia in ritardo sulla consegna di un testo messicano. E sul risciacquo dei maglioni.
La stanza della mia traduttrice è abitata da una cuoca, che imbattendosi nel termine garbanzos salta sulla Thonet come una povera pazza e si precipita per le scale fino in cucina constatando con sollievo che nella pentola c’è ancora brodo: la minestra di ceci è salva. E di secondo che cosa preparare? Un’insalata, via, con gli ultimissimi pomodori e l’erba cipollina. Ma il pane? Un fischio e arriva la fornaia, il forno è caldo, il tempo stringe, oggi lo cuocerà in cassetta, ché si fa prima e vien bene per la colazione (post it accanto al monitor: scendere cantina – prendere marmelate) (i post it non li revisiona e un refuso ci scappa).
Alla stanza della mia traduttrice si affaccia spesso una sarta che non la smette di rammentare all’altra (cui la fornaia ha lavato di nuovo le mani giusto in tempo prima che premesse un “a capo” al sesamo) di decidersi a fare quell’orlo ai pantaloni e a riattaccare i bottoni sul cappotto. Su, piantala di perdere altro tempo a considerare la sottile differenza tra rammendare e rammentare, tanto esiste solo in italiano.
La stanza della mia traduttrice è frequentata da una donna di campagna che arriva puntualmente a sgranare le geremiadi dei sospesi: far legna e fascine, raccogliere le olive, cavar di terra i topinambur, potare il pero, pulire camino e stufa, far seccare le officinali per le tisane d’inverno… e l’orto, l’orto è tutto erbacce! (La traduttrice ogni tanto vorrebbe licenziare tutta questa pletora di rompiscatole ma, siccome non le paga, non può.)
Nella stessa stanza convivono una coniuge, un’amica e un’innamorata che si alternano non sempre ordinatamente al fianco di un uomo che è un coniuge, un amico, un innamorato e, all’occorrenza – occorre, oh se occorre – un cuoco, un lavandaio, un legnaiolo, un raccoglitore, un potatore, un cavatore di terra e uno spazzacamino. Non un fornaio e non un sarto: nessuno è perfetto. Ma neanche un seccatore. Quel ruolo spetta a tutte le altre.
Questa stanza piena fino all’orlo, fasciata su tre lati – più qua e là sul quarto, il pavimento – da libri, riviste, carte, cartelle e mucchi inconsulti di scartoffie di ogni ordine, grado e degrado e tenuta insieme dalla musica, è amorosamente compartida anche con specie non umane: la gatta regina e i principi insetti, uccelli, lucertole, ragni, scorpioni – si va a stagioni: balcone aperto, balcone chiuso. È qui che i libri arrivano e si tramutano, periodo su periodo, tra aghi, fili, legumi, fuoco, matite, terra, folate di vento, cenere, peli, penne, fogli, foglie, acque tiepide in molte lingue di cui alcune morte, lane, bottoni, conchiglie, mouse, topi… no, topi no, castagne, brandelli, brani, passaggi, sassi, passi, pazienza, passato, presente, participi, propoli, proposizioni, prosopopea, prosa e prosit: ché quando la sera si stacca ci vuole un buon bicchiere di vino, senza il quale sarebbe sicuramente difficile e forse impossibile alla traduttrice sopportare l’affollatissima solitudine del suo lavoro, che è il mio.
Fiamma Lolli Traduco da inglese e spagnolo. Avrei voluto occuparmi di narrativa ma, siccome questo mestiere (la cui parte più bella sono le mie colleghe e colleghi) è una faccenda che se non ti specializzi tu ti specializza lui, e quando ho iniziato quasi vent’anni fa non lo sapevo, traduco più che altro saggistica. Letteraria, perfino, ma più che altro saggistica – il che non mi ha resa saggia – con qualche allegra incursione nei libri “per l’infanzia”, qualunque cosa significhi. Tra le case editrici per cui lavoro Contrasto, Edizioni Ambiente, Fandango, Einaudi ragazzi, Mondadori, EL, Stampa Alternativa; tra le autrici e gli autori persone singole e collettivi da varie parti del vasto mondo. Quando ho tempo racconto storie: qui ne trovate quante ne volete. Da qualche anno insegno e, ogni volta che ci riesco, imparo.
Lavorare a casa o, per essere più precisi, vivere in ufficio? Né l’uno né l’altro: il posto migliore per tradurre, a mio avviso, è una carrozza di Trenitalia. Metto Dragon per dettare (sottovoce – non vorrei mai che qualcuno sentisse le cretinate che dico), spengo il telefonino con la scusa che non funzioni nelle gallerie, mi metto più che comodo, guardo fuori verso la campagna o, più di frequente, il mare che mi passa davanti, e traduco, traduco, traduco. Le distrazioni sono poche e sono invogliato a produrre di più non solo per guadagnare la giornata ma anche per pagare il biglietto. In più, unisco l’utile all’utile o, quando va bene, al dilettevole.
Quella in cui io e mio marito lavoriamo ormai da due mesi (no, non ci siamo trasferiti da poco, e sì, siamo entrambi liberi professionisti) è una stanza che custodisce parole e bit.
Dopo aver tradotto le prime cose nella cameretta che mi ha visto crescere, per poi passare al soggiorno di un appartamentino e infine a uno studiolo condiviso con le macchine da cucire della mia compagna, nel nuovo appartamento ho finalmente la mia stanza. A volte la chiamo studio, i clienti la chiamano ufficio, ma è pur sempre una stanza, e mi piace chiamarla tana.
La mia stanza della traduttrice è l’abitacolo di una Visa bianca parcheggiata su una remota scogliera irlandese, registratore a cassetta sulle ginocchia e libro da tradurre contro il volante, lo sguardo che si perde fra arbusti piegati dal vento e creste di oceano arrabbiato. È il bilocale dello studio aperto cinque lustri fa con due amiche nella casa con riscaldamento a carbone di Città Studi, moquette verde pino, tavoli di legno a correre lungo le pareti, scaffali di metallo e macchine per scrivere elettriche. È lo sgabello basso di legno con il portatile su cui, a gambe incrociate, nell’ora della siesta rileggo una traduzione all’ombra di un fico sull’isola di Ponza. È la scrivania angolare bianca sotto il grande soppalco di tubi Innocenti nella prima casa dove abito da sola, sigarette e posacenere a portata di mano, scatoline di floppy colorati e dizionari ammonticchiati per terra, stampante ad aghi con carta ad alimentazione continua e Internet di là da venire.
In una piccola e deliziosa città toscana che ho fatto mia, da circa due anni mi sono trasferita insieme ai miei figli (con un trasloco sempre in progress, in verità) all’ultimo piano di un palazzo imponente e tondeggiante di qualche secolo fa, in un appartamento che si sviluppa tutto in lunghezza, con un’infilata di porte che si aprono su stanze di passaggio, tra muri storti e irregolari, spigoli e pendenze a sorpresa.
Da quando traduco per professione la mia stanza non è mai stata la mia stanza bensì, via via, un pezzo di soggiorno, un pezzo di camera da letto, un pezzo di altri due soggiorni—da quando traduco per professione ho cambiato casa quattro volte. Ma non fa niente, va bene così.
A casa vecchia avevo uno studio. Be’, non era proprio uno studio, era la camera dei bambini, che però non c’erano ancora. C’era una libreria, anzi due, anni ’70, ereditate da mia madre. Una scrivania, anche questa sua, con ancora i suoi diari in un cassetto, e un divano per gli ospiti. Sopra, il vecchio PC da tavolo, un vero boione – scusate il lessico famigliare, ma insieme a libri, diari e qualche mobile (oltre alla casa dove abito) è tutto quanto mi rimane dei miei morti, perciò mi è caro. Poi i bambini sono arrivati. Prima Enrico, e mi sono spostato a lavorare in salotto, su un tavolino da muro molto design, questo lasciatomi da mio papà. Poi Margherita, e allora siamo tornati a Roma, nella casa dove sono nato, che è più grande. Abbiamo meno soldi, ma molta più luce. Mi sono impossessato del ripostiglio. Un metro e mezzo per tre con finestra a est su cortile interno, un lusso bestiale. All’inizio io e il laptop (sì, il boione è morto, e non è stato ancora degnamente sostituito) ci inserivamo a meraviglia tra scope e spazzoloni. Era quasi bello tradurre con l’odore di varechina intorno, mi dava quel tanto di vertigine da farmi sentire un po’ artista maledetto. Poi mi sono reso conto che in quanto traduttore e teatrante potevo considerarmi abbastanza maledetto pure senza varechina. Poi uno zio mi ha chiesto se rivolevo la splendida scrivania di mio nonno che vedete nella foto. Poi un amico falegname mi ha fatto il prezzo buono per la libreria. Poi ho infilato scope e spazzoloni nello sgabuzzino e ho portato in cantina il resto delle masserizie, così adesso mi sento quasi un mezzo di produzione io… Ma questi sono dettagli. L’importante era non perdere il lessico. E quello me lo tengo stretto ogni volta che respiro.