Archivi del mese: novembre 2011

Rammendare i ceci

La stanza della mia traduttrice è condivisa con una fornaia, che mentre impasta farina e acqua e lievito e sale e semi pensa a quella forma verbale che nella lingua dell’altra indica un eterno presente e nella sua non esiste che al passato, e come diamine farà? Se lo chiede tutte le sante volte: sobreviviente, sopravvissuta… C’è tempo: deve ancora consegnare, si vedrà. Poi si lava le mani, torna alla scrivania e mentre riprende la danza delle dita sui tasti pensa a quella forma di pane, forse oggi lo faccio tondo… C’è tempo: deve ancora lievitare, si vedrà.

Nella stanza della mia traduttrice staziona una lavandaia, ché il bianco è da stendere e il colorato ancora da mandare ma prima bisognerà vuotare la valigia, da due giorni è tornata dal corso di Bologna e già le tocca ripartire per il seminario di Settignano, che testa, insomma se ne deve ricordare, già, ricordare, che nella sua lingua vuol dire riportare al cuore e nella lingua dell’altra anche, per fortuna, così le parole possono continuare a giocare indisturbate mentre i maglioni se ne stanno in ammollo in lukewarm water, una delle sue espressioni preferite in ambito anglocasalinghitudinesco – dal medio inglese lukewarme, formato da luke e da warme, in cui luke potrebbe essere un’alterazione di lew a sua volta discendente dall’inglese arcaico hlēow (che traduce soleggiato), a sua volta derivante dal protogermanico hliwjaz, hlēwaz, hlūmaz, hleumaz, la cui origine è da rintracciare nel protoindoeuropeo al(w)e-, el(w)e-, k(‘)lēw- intersecatosi con il nederlandese lauw da cui sono arrivati fino a noi il tedesco lauwarm, il feringio lýggjur, lo svedese ljum, il danese lumme, il norvegese lunken e il termine svedese dialettale ljunken, che sta per tiepido. Tutte notizie utilissime a chi sia in ritardo sulla consegna di un testo messicano. E sul risciacquo dei maglioni.

La stanza della mia traduttrice è abitata da una cuoca, che imbattendosi nel termine garbanzos salta sulla Thonet come una povera pazza e si precipita per le scale fino in cucina constatando con sollievo che nella pentola c’è ancora brodo: la minestra di ceci è salva. E di secondo che cosa preparare? Un’insalata, via, con gli ultimissimi pomodori e l’erba cipollina. Ma il pane? Un fischio e arriva la fornaia, il forno è caldo, il tempo stringe, oggi lo cuocerà in cassetta, ché si fa prima e vien bene per la colazione (post it accanto al monitor: scendere cantina – prendere marmelate) (i post it non li revisiona e un refuso ci scappa).

Alla stanza della mia traduttrice si affaccia spesso una sarta che non la smette di rammentare all’altra (cui la fornaia ha lavato di nuovo le mani giusto in tempo prima che premesse un “a capo” al sesamo) di decidersi a fare quell’orlo ai pantaloni e a riattaccare i bottoni sul cappotto. Su, piantala di perdere altro tempo a considerare la sottile differenza tra rammendare e rammentare, tanto esiste solo in italiano.

La stanza della mia traduttrice è frequentata da una donna di campagna che arriva puntualmente a sgranare le geremiadi dei sospesi: far legna e fascine, raccogliere le olive, cavar di terra i topinambur, potare il pero, pulire camino e stufa, far seccare le officinali per le tisane d’inverno… e l’orto, l’orto è tutto erbacce! (La traduttrice ogni tanto vorrebbe licenziare tutta questa pletora di rompiscatole ma, siccome non le paga, non può.)

Nella stessa stanza convivono una coniuge, un’amica e un’innamorata che si alternano non sempre ordinatamente al fianco di un uomo che è un coniuge, un amico, un innamorato e, all’occorrenza – occorre, oh se occorre – un cuoco, un lavandaio, un legnaiolo, un raccoglitore, un potatore, un cavatore di terra e uno spazzacamino. Non un fornaio e non un sarto: nessuno è perfetto. Ma neanche un seccatore. Quel ruolo spetta a tutte le altre.

Questa stanza piena fino all’orlo, fasciata su tre lati – più qua e là sul quarto, il pavimento – da libri, riviste, carte, cartelle e mucchi inconsulti di scartoffie di ogni ordine, grado e degrado e tenuta insieme dalla musica, è amorosamente compartida anche con specie non umane: la gatta regina e i principi insetti, uccelli, lucertole, ragni, scorpioni – si va a stagioni: balcone aperto, balcone chiuso. È qui che i libri arrivano e si tramutano, periodo su periodo, tra aghi, fili, legumi, fuoco, matite, terra, folate di vento, cenere, peli, penne, fogli, foglie, acque tiepide in molte lingue di cui alcune morte, lane, bottoni, conchiglie, mouse, topi… no, topi no, castagne, brandelli, brani, passaggi, sassi, passi, pazienza, passato, presente, participi, propoli, proposizioni, prosopopea, prosa e prosit: ché quando la sera si stacca ci vuole un buon bicchiere di vino, senza il quale sarebbe sicuramente difficile e forse impossibile alla traduttrice sopportare l’affollatissima solitudine del suo lavoro, che è il mio.

Fiamma Lolli Traduco da inglese e spagnolo. Avrei voluto occuparmi di narrativa ma, siccome questo mestiere (la cui parte più bella sono le mie colleghe e colleghi) è una faccenda che se non ti specializzi tu ti specializza lui, e quando ho iniziato quasi vent’anni fa non lo sapevo, traduco più che altro saggistica. Letteraria, perfino, ma più che altro saggistica – il che non mi ha resa saggia – con qualche allegra incursione nei libri “per l’infanzia”, qualunque cosa significhi. Tra le case editrici per cui lavoro Contrasto, Edizioni Ambiente, Fandango, Einaudi ragazzi, Mondadori, EL, Stampa Alternativa; tra le autrici e gli autori persone singole e collettivi da varie parti del vasto mondo. Quando ho tempo racconto storie: qui ne trovate quante ne volete. Da qualche anno insegno e, ogni volta che ci riesco, imparo.

Lascia un commento

Archiviato in La stanza del traduttore

Le ferrovie in casa

Lavorare a casa o, per essere più precisi, vivere in ufficio? Né l’uno né l’altro: il posto migliore per tradurre, a mio avviso, è una carrozza di Trenitalia. Metto Dragon per dettare (sottovoce – non vorrei mai che qualcuno sentisse le cretinate che dico), spengo il telefonino con la scusa che non funzioni nelle gallerie, mi metto più che comodo, guardo fuori verso la campagna o, più di frequente, il mare che mi passa davanti, e traduco, traduco, traduco. Le distrazioni sono poche e sono invogliato a produrre di più non solo per guadagnare la giornata ma anche per pagare il biglietto. In più, unisco l’utile all’utile o, quando va bene, al dilettevole.

Ultimamente ho viaggiato anche in casa – a Imperia, non più a Lucca – nel tentativo di decidere in quale di tre stanze andare. Quella più grande ha due porte-finestre e una grande terrazza davanti (una costante distrazione), quella intermedia ha anch’essa una vista stupenda ma per stare vicino alla finestra dovrei essere schiacciato in un angolo. La piccola dà sul giardino e sugli ulivi e lascia intravedere solo uno spicchio di mare, quindi con poche distrazioni.

Ho optato per quella piccola e ieri ho montato tredici metri di scaffali, rendendo definitiva la decisione. Non appena finito mi sono chiesto se avevo fatto bene, sapendo già di aver fatto male. Magari un giorno cambierò, con la scusa di ammortizzare come si deve il costo del trapano e delle punte, ma ormai è tardi e per il momento resterò qui.

Tranne sul treno, senza la tecnologia sarei perso: sulla scrivania ho due computer e tre schermi (glossari/radio a sinistra, foglio di lavoro/e-mail al centro e internet/elenco lavori a destra), telecomando per lo stereo, hard disk esterno, cordless e telefonino (spento, sempre con la scusa delle gallerie, non si sa mai). Su un mobile dietro di me, sotto alcune delle nuove mensole, ci sono fax, telefono, stampante, altri due hard disk esterni e lettori CD e DVD supplementari. Accanto, pianta, leggio, lampada e posto per un libro di stile e un dizionario per scrittori – gli unici libri che veramente mi servono. Davanti, una libreria che sarà piena di dizionari, che servono ormai solo come decorazione. Poco utili nell’era del web, ma molto confortanti.

Non devo alzarmi più. È un bene? Direi di no, perché so che d’ora in avanti passerò venti ore al giorno qua dentro, senza arrivare da nessuna parte, e quindi sarebbe stato forse meglio avere qualche distrazione. In teoria, potrei portare un computer sotto un ulivo o sul patio o anche in spiaggia, ma so già che non lo farò.

Care Ferrovie dello Stato, quanto costa un abbonamento? Non mi serve la cuccetta, solo il carrellino con il caffè ogni tanto. Insieme, magari, a qualche bella destinazione.

Simon Turner è nato a Bath (Regno Unito) nel 1952 e non sa perché sta scrivendo in terza persona: a 42 anni ho capito che da grande volevo fare il traduttore di libri d’arte e ora pare che sia grande, perché è quello che faccio. Ho una netta preferenza per i testi di cui capisco poco ma in questo i miei clienti sono sempre più che generosi. Per chi ama le parole, le lingue e l’arte, è il mestiere perfetto e so che mi piacerà la mia nuova stanza quando l’avrò finalmente messa a posto. Allora pagherò il biglietto per uscire.

Lascia un commento

Archiviato in La stanza del traduttore

Guerra all’ultimo libro

Quella in cui io e mio marito lavoriamo ormai da due mesi (no, non ci siamo trasferiti da poco, e sì, siamo entrambi liberi professionisti) è una stanza che custodisce parole e bit.

Porta e infissi delle due porte-finestre bianchi, pareti giallo paglierino, pavimento di cotto e ceramica: questo il ‘cubo’ che contiene computer e scrivanie, entrambe addossate al muro, un bel divano blu petrolio e tre librerie.

Uno spazio che ho imparato a condividere con mio marito, in cui i libri (miei) e l’hardware (suo) si danno battaglia senza esclusione di colpi in un duello all’ultimo sangue per la conquista dello spazio vitale. I miei amati libri sono riusciti a impossessarsi della libreria più prestigiosa, quella con i ripiani di legno, che sta a destra della scrivania, a sinistra di chi entra nella stanza. Ma l’hardware del marito (non chiedetemi particolari, l’unica definizione calzante è “pezzi di computer”) non l’ha presa bene, decidendo così di conquistare la libreria meno prestigiosa, quella con i ripiani di metallo, ma più capiente, che sta a sinistra della mia scrivania. Lì i miei amati sono riusciti a strappare al nemico un ripiano e mezzo ma, poveretti, sono pochi e temo che presto sarò costretta a mandare i rinforzi.

La mia scrivania resta comunque il campo di battaglia più ambito: accanto agli imprescindibili quaderni e alle tazze piene di penne colorate, accanto ai libri di letteratura inglese che vorrei tradurre e a quelli che voglio leggere ma intanto aspettano pazientemente il loro turno, accanto alle fotocopie di materiale vario e al calendario da tavolo che mi ricorda le cose da fare, anche quelle che vorrei dimenticare, ma questo non succede mai… eccolo lì. Eccolo lì, il computer fisso che torreggia con quei suoi due schermi piatti, il case magrolino, ma largo abbastanza da nascondermi i libri, gli altoparlanti e la grossa tastiera, nero come la notte e ingombrante come una fortezza spagnola. Eccolo lì che se la ride quando il marito mi ruba il posto perché deve fare esperimenti, ché lui, messer computer, sulla scrivania del consorte non ci sta. Eccolo lì trionfante dopo la conquista, lui che ha espugnato gran parte dello spazio, allontanando da me i poveri libri bisognosi di cura e attenzione.

Chi vincerà la guerra? Alle case che ci ospiteranno in futuro l’ardua sentenza.

Alice Gerratana
Sono nata a Palermo, città in cui vivo, ho studiato e lavoro. Nel 2005 mi sono laureata con lode in lingue, con una tesi, che mi è molto cara, su Tolkien. Nel 2007 ho finito un master universitario di I livello sull’editoria, con una tesina di traduzione su Alice nel paese delle meraviglie. Durante il master sono stata illuminata sulla via di Damasco e ho capito che la mia strada era la traduzione, passione che da allora non ho più mollato. Al momento ho all’attivo due traduzioni: Storie di fantasmi giapponesi di Yakumo Koizumi (Kappa, 2011) e Rebel di Alexandra Adornetto (Nord, 2011) in collaborazione con Laura Prandino. Nei momenti morti, come questo in cui attendo il terzo libro, leggo moltissimo, preparo proposte di traduzione, straparlo sul mio blog, traduco, vado al cinema, passeggio con mio marito… e compro libri!

Lascia un commento

Archiviato in La stanza del traduttore

La tana

Dopo aver tradotto le prime cose nella cameretta che mi ha visto crescere, per poi passare al soggiorno di un appartamentino e infine a uno studiolo condiviso con le macchine da cucire della mia compagna, nel nuovo appartamento ho finalmente la mia stanza. A volte la chiamo studio, i clienti la chiamano ufficio, ma è pur sempre una stanza, e mi piace chiamarla tana.

A occhio e croce lavoro in una quindicina di metri quadri. Poteva andare peggio. C’è l’armadio dentro il quale si nascondono i libri di teoria della traduzione, quelli tradotti, le risme di carta, la cancelleria, le scartoffie relative a contratti e conferenze. C’è la scrivania con il computer, sempre acceso, sempre connesso. Penne, agenda, telefono, documenti. Una scatola ricolma di biglietti da visita, contante, assegni, e scartoffie passeggere che diventano permanenti. Una foto dei miei, in bianco e nero, scattata al Jardin du Rosaire di Lione: due sorrisi venuti benissimo in una cornicetta Ikea dal nome impronunciabile. La scrivania, una volta ogni due settimane, è perfettamente ordinata, pochi oggetti posati lungo linee perfettamente perpendicolari. Poi però si affolla rapidamente di fogli, foglietti, bicchieri, tazzine, polvere. Accanto alla scrivania uno schedario zeppo di ogni sorta di documenti, sul quale siedono la stampante e lo scanner. Quando alzo gli occhi dal monitor vedo poco, i miei certificati di traduttore accreditato e un pannello di sughero con alcuni volti che mi è spiaciuto lasciare lontano. Poche distrazioni, comunque, visto che già sono un maestro a trovarne scandagliando la rete per lavoro.

A molti potrà sembrare strano, ma non c’è nessun dizionario, salvo due o tre, su CD, infilati in un cassetto e tirati fuori forse una volta all’anno. La tozza torre nera vibrante di circuiti mi permette di accedere in un batter di ciglia a una mole di sapere enorme, e sembra soltanto naturale che il ticchettio delle dita sulla tastiera abbia sostituito il loro fruscio sulla carta. Per rincarare la dose, se non l’ho lasciato sul comodino, da qualche parte c’è anche il mio Kindle.

La grande finestra dà – ahimè – sulla palazzina di fronte, quindi a vista siamo messi male. Però nelle giornate di sole la luce si riversa dentro tingendo d’oro tutto quanto. Nel giro di poche settimane entrerà quel caldo spesso e schiacciante dell’estate del Queensland.

Sul lato opposto della stanza, di fronte alla scrivania, così da non vederli mentre lavoro, tengo gli strumenti musicali: chitarra, djambe, tastiera, mixer, microfono, giradischi, vinili, un vecchio laptop. La stanza del traduttore si specchia nella stanza del musicista. Com’è ovvio, però, il tempo passato su un lato è inversamente proporzionale a quello passato sull’altro. E il lato musicale della stanza è sempre più polveroso, specie da quando il traduttore-musicista è diventato anche papà.

Si spera e si suppone che nel giro di un annetto si comprerà casa e la stanza cambierà. Già sogno pavimenti di legno, soffitti più alti e decorati, una finestra con vista sugli alberi del giardino, più spazio, più calore. Ma per il momento va benissimo così: è pur sempre la mia tana.

Giuseppe Manuel Brescia è nato a Savona nel 1981. Essendogli toccata in sorte sin dall’infanzia una certa ossessione per le parole, gli sono sempre piaciute le lingue. Finito il liceo, e abbandonati i sogni da rock star, ha pensato bene di studiare da traduttore e interprete, dopodiché la sua passione e una serie di incontri fortunati lo hanno portato a intraprendere la strada del traduttore letterario. Avendo appreso durante un semestre di studio in Germania che non tutto il mondo è paese, una volta intascata la laurea ha tentato un’avventura francese, e in quel di Lione ha conosciuto la sua compagna, per la quale è volato in Australia, da dove probabilmente non lo schioderanno più. Le bollette da pagare e la voglia di una vita tranquilla, per contro, lo hanno portato a intraprendere anche la strada del traduttore tecnico. Sospeso nel mezzo, ogni tanto si infila il completo buono e vola a qualche conferenza dove cerca di parlare della traduzione a chi parla soprattutto intorno alla traduzione. L’anno scorso ha aperto un blog chiamato Smuggled Words, dove riversa a intervalli irregolari le sue filippiche sulle minuzie della traduzione e della lingua, evitando così di tediare oltremodo la famiglia e gli amici. Ha tradotto per Strade Blu e per BUR, e attende, non senza insistenza, che altri editori ne scoprano i talenti. Vive a West End, frizzante quartiere di Brisbane, con la sua pazientissima compagna Lizzy e la piccola e meravigliosa Eila, che pian piano comincia a farlo dormire a sufficienza.

Lascia un commento

Archiviato in La stanza del traduttore

Una, nessuna, centomila

La mia stanza della traduttrice è l’abitacolo di una Visa bianca parcheggiata su una remota scogliera irlandese, registratore a cassetta sulle ginocchia e libro da tradurre contro il volante, lo sguardo che si perde fra arbusti piegati dal vento e creste di oceano arrabbiato. È il bilocale dello studio aperto cinque lustri fa con due amiche nella casa con riscaldamento a carbone di Città Studi, moquette verde pino, tavoli di legno a correre lungo le pareti, scaffali di metallo e macchine per scrivere elettriche. È lo sgabello basso di legno con il portatile su cui, a gambe incrociate, nell’ora della siesta rileggo una traduzione all’ombra di un fico sull’isola di Ponza. È la scrivania angolare bianca sotto il grande soppalco di tubi Innocenti nella prima casa dove abito da sola, sigarette e posacenere a portata di mano, scatoline di floppy colorati e dizionari ammonticchiati per terra, stampante ad aghi con carta ad alimentazione continua e Internet di là da venire.

La mia stanza della traduttrice sono pagine chiare sul tavolo scuro di una baita di legno norvegese isolata e immersa nella neve, un fuoco di betulla che crepita alla mia sinistra e un vecchio divano di velluto che mi scalda le spalle. È lo studio di un chirurgo nell’ospedale dove mia madre giace ricoverata e dove le mie dita imperterrite e generose sfornano parole da regalare a un noioso romanzetto ambientato nella laguna veneta. Sono gli aerei e gli innumerevoli treni, comodi e scomodi, solitari e affollati, su cui leggendo e correggendo ho viaggiato in Italia e fuori dall’Italia. Sono i centimetri quadrati di dizionari, scrivania e tastiera che io e le zampe moleste, le teste sonnacchiose, i poderosi sederi e le code battenti dei miei felini ci contendiamo da sempre, firmando ogni volta i trattati di spartizione più fantasiosi. È la veranda di una bella casa affacciata su una radura scampanellante di vacche nella Foresta Nera, tè caldo e Käsekuchen per non farsi mancare niente. È la mansarda piccola e intima, con i travicelli storti e la finestra sui tetti, della mia abitazione toscana.

La mia stanza della traduttrice è una striscia di soggiorno aperto in cui agli inizi del ventunesimo secolo mio figlio gioca allo scivolo sul divano e nella cucina comunicante il mio compagno affetta canticchiando gli zucchini per il minestrone. Sono tutte le poltrone, tutti i tappeti, tutti i letti, tutti i gradini, tutti gli scogli, tutti i muretti su cui negli anni mi sono seduta e sdraiata, al sole e all’ombra, nell’afa e nel vento, a tradurre o a revisionare le mie e le altrui pagine. È il tavolino vicino all’orto e la prolunga che sbuca dalla finestra della camera da letto quando al chiuso non resisto più e per concentrarmi ho bisogno di ronzii d’insetti nelle orecchie e colori di fiori ai miei piedi. Sono le variegate stanze dei colleghi con cui per un po’ mi ritrovo, una domenica al mese, per rigurgitare dubbi, sospesi e ipotesi di lavoro e ruminarli con loro insieme a tartine, polli al curry e idiozie che ci fanno ridere molto, a noi traduttori.

La mia stanza della traduttrice è la biblioteca caotica e rumorosa dove oggi scendo a lavorare quando sul monte, per guasti improvvisi o interventi pianificati, manca la corrente. È una saletta defilata, ma anche un tavolino all’aperto del bar del monastero buddista dove mi capita di leggere e tradurre fra una meditazione e l’altra. Sono tutte le postazioni improvvisate offerte per qualche giorno o per molti giorni dalle case di amici di pianura e di città, dove la necessità o la scelta mi spingono nel corso dei miei frequenti vagabondaggi. È la mitica Poäng che mi accoglie, tastierina esterna in grembo e piedi su un’altra poltrona, due sedie da osteria ai lati per il libro e il portatile, quando gli strascichi di un fuoco di Sant’Antonio mi impediscono di sedere ben eretta alla scrivania — e lunga vita all’Ikea!

La mia stanza della traduttrice è tutte le possibilità di andare e stare che questo mestiere mi ha sempre e vieppiù offerto, in solitudine e fra la gente, in ogni luogo e a tutte le ore, perché la mia stanza della traduttrice sono io e non smette mai di cambiare.

Anna Rusconi traduce dall’inglese da venticinque anni e dopo venticinque anni comincia ad averne un po’ meno voglia, senza per questo trovarla un’attività meno bella di un tempo. Ha insegnato alla Scuola Superiore per Interpreti e Traduttori di Milano, al laboratorio di Traduzione Letteraria e Saggistica della laurea specialistica in lingue straniere dell’Università di Pisa e al Master di II livello (gli esperti dicono siano importanti, questi distinguo, e lei li lascia dire) in Traduzione di Testi Post-Coloniali in Lingua Inglese, sempre all’Università di Pisa.
Aveva voglia di scrivere questo pezzetto sulla sua stanza della traduttrice e l’ha fatto, e adesso torna a lavorare.

Lascia un commento

Archiviato in La stanza del traduttore

E il navigar m’è dolce

In una piccola e deliziosa città toscana che ho fatto mia, da circa due anni mi sono trasferita insieme ai miei figli (con un trasloco sempre in progress, in verità) all’ultimo piano di un palazzo imponente e tondeggiante di qualche secolo fa, in un appartamento che si sviluppa tutto in lunghezza, con un’infilata di porte che si aprono su stanze di passaggio, tra muri storti e irregolari, spigoli e pendenze a sorpresa.

Il mio studio ha pareti verde tenue, tra salvia e giada, in parte decorate da fregi intervallati dalle mie librerie. L’ho trovato di quel colore e di quel colore l’ho tenuto. Qui, nel caos che come chiunque altro vorrei credere scientificamente organizzato, accanto alla cesta dove Champagne si abbandona al suo torpore felino, siedo alla scrivania collocata davanti alla finestra provando una sensazione portentosa: quella di solcare le onde e la schiuma del mare, il mio locus animae, scivolando nell’incavo delle prime per riaffiorare nella frescura della seconda. Il mio mare è verde. Le pareti ondeggiano all’impennarsi della prua, virano nel sussulto repentino di un riflesso verdognolo nella stanza dovuto all’effetto straordinario che vi si crea giacché, a pochi metri dalla finestra, svetta la chioma di un possente cedro del Libano dai rami rotti e contorti, trespoli passeggeri di gazze, merli, cince e assillanti piccioni.

Dietro il monitor, a non più di un paio di metri di distanza – potrei quasi sporgermi dal davanzale e sfiorarla, ma non oso – in primo piano vedo solo quella sua chioma, che riceve i primi e gli ultimi raggi del sole. Il tronco dalla superficie grinzosa maculata di licheni ondeggia sotto il peso degli aghi penduli, beccheggia per l’intensità del vento, oscilla nell’infierire della tempesta, sonnecchia nel silenzio afoso dell’estate e domina la piazzetta sottostante dove il biancore del marmo delle mura abbaglia. Quel rollio inconsueto della chioma e del tronco, come di albero di maestra, si trasmette al mio studio, perfino al pavimento (che già ondeggia di suo sui travicelli); in un primo tempo mi sconcertò parecchio, cogliendomi alla sprovvista, come sperimenta chiunque entri qui per la prima volta. Mi vennero le vertigini e un’inverosimile mal di terra, mai patito.

Adesso, invece, quell’ondeggiare così evocativo è familiare e dolce, e accompagna il mio fluttuare tra i testi, il mio navigare tra possibili interpretazioni, il mio intraprendere lunghe traversate di bolina nei capitoli. Prendo il largo traducendo al riparo di quell’albero antico – non bello, ma perentorio – che quasi bussa alla mia finestra, culla i miei e gli altrui pensieri, e così scuro si staglia contro il cielo terso settembrino, contro il verde dei pini marittimi e dei lecci in secondo piano, lassù sulle mura, contro l’abside anch’essa verde di una piccola cappella più in basso, convertita nel lucernario di una biblioteca. Navigo a vista, cauta, talora intrepida. Lavoro assorta e di quando in quando estraniata nel bianco delle pagine, nel nero delle parole, nel verde che mi circonda, nell’assenza nostalgica di quel salmastro che prima o poi tornerò a respirare.

Anna Bissanti è di Milano, è laureata in lettere moderne e specializzata in storia dell’arte. Ha avuto una madre lungimirante che le ha fatto studiare inglese e francese e un padre che le ha insegnato ad accettare ogni sfida. Dell’infanzia e della prima gioventù serba il ricordo di molti viaggi e di lunghe vacanze in Liguria, dove ha lasciato un pezzetto di sé. Dopo aver lavorato a lungo come redattrice freelance per varie case editrici, riviste e giornali, scrivendo davvero di tutto, ha vissuto e studiato a Parigi tre anni e altri tre negli Stati Uniti, approdando alla traduzione e scoprendo la sua isola felice. Adora lavorare soprattutto per la stampa, a dispetto dei ritmi frenetici, e si dedica all’editoria nella calma della bonaccia e della notte. Accanto alle scatole blu divise per annate contenenti le sue traduzioni per giornali e riviste, conserva tra i libri tradotti volumi di saggistica, narrativa e design, libri per bambini e guide di viaggio. Da anni vive in Toscana con tre figli adolescenti, due pesci rossi e un gatto. Ha una sveglia che riproduce il sorgere del sole e lo sciabordio della risacca. Potesse, salperebbe all’alba per nuotare in acque incontaminate: ancora non ha deciso verso quali altri orizzonti farà rotta da grande.

Lascia un commento

Archiviato in La stanza del traduttore

Va bene così

Da quando traduco per professione la mia stanza non è mai stata la mia stanza bensì, via via, un pezzo di soggiorno, un pezzo di camera da letto, un pezzo di altri due soggiorni—da quando traduco per professione ho cambiato casa quattro volte. Ma non fa niente, va bene così.

Malgrado i traslochi seriali, comincio a pensare che una stanza tutta mia per tradurre non l’avrò mai: anche adesso la «mia» stanza è l’estremità di un grande salone, talmente grande da poter fare appunto da stanza di una traduttrice ma anche da stanza di uno scienziato che spesso telelavora, da stanza di una duenne che ha diritto alla sua razione quotidiana di Pingu su YouTube, da stanza dove d’inverno si stende il bucato davanti alla stufa e da stanza dove si stira. Ma non fa niente, va bene così.

Il mio pezzo di non-stanza del traduttore è molto ben esposto, a est e a sud; peccato non possa mai alzare la tapparella proprio della finestra che guarda a sud, un po’ perché l’infisso precario lascia passare la pioggia quando viene forte da quella direzione, ma soprattutto perché nel cassone dell’avvolgibile ci fanno il nido a rotazione passeri, pettirossi e qualcos’altro che non so riconoscere, e ogni volta sarebbe una strage di innocenti. Ma non fa niente, va bene così.

Nemmeno il tavolo su cui stanno appoggiati il computer (Apple), il monitor (Acer), la stampante/scanner/fotocopiatrice (HP: la fidelizzazione non è il mio forte), la lampada (piede Coin, paralume Ikea) è mio, ma apparteneva al nonno paterno di mia figlia. Come non è mia la libreria di piccola taglia che in foto non è ritratta e ospita i dizionari di carta che, confesso, non consulto quasi più, né è mia l’elegante sedia viennese di cui si intravede un pezzetto di schienale e ha la funzione di traliccio per cavi elettrici rampicanti (poi ce ne sono di aerei, delicatamente sospesi come liane tra la scrivania e la ciabatta, e di striscianti, poggiati su un baule da viaggio dell’esercito americano).

Ma non fa niente, va bene così: nel mio pezzo della mia non-stanza è mia la superficie, mio il volume, il perimetro e l’apotema, mio il tempo che riesco a trascorrerci, e mia la gioia ancora intatta di farci ogni giorno per davvero il mestiere che sognavo.

Isabella Zani è figlia di bresciani, è nata a Milano, ha vissuto a lungo in Toscana e poi si è ritrovata nel Lazio ma non fa niente, va bene così. Per quindici anni ha fatto l’impiegata, traducendo dall’inglese nel tempo libero qualunque cosa le capitasse a tiro: poi ha trovato il coraggio di iscriversi a un corso di traduzione, dove alcune docenti anziane del mestiere e sprezzanti del pericolo l’hanno convinta che possedeva un qualche talento; infine è riuscita a persuadere alcuni editori a farla tradurre per denaro e, come ripete spesso, spera di non dover imparare altri mestieri.
Vive sul litorale pontino con un fisico delle particelle, una bambina ancora piccola, diversi gatti nati liberi e una famiglia di ricci molto discreti. Fra i suoi autori scritti, Hugo Hamilton, Moris Farhi, Eudora Welty, James Purdy; fra quelli disegnati, Daniel Clowes, Matt Kindt, Nate Powell.

Lascia un commento

Archiviato in La stanza del traduttore

Varechina e lessico famigliare

A casa vecchia avevo uno studio. Be’, non era proprio uno studio, era la camera dei bambini, che però non c’erano ancora. C’era una libreria, anzi due, anni ’70, ereditate da mia madre. Una scrivania, anche questa sua, con ancora i suoi diari in un cassetto, e un divano per gli ospiti. Sopra, il vecchio PC da tavolo, un vero boione – scusate il lessico famigliare, ma insieme a libri, diari e qualche mobile (oltre alla casa dove abito) è tutto quanto mi rimane dei miei morti, perciò mi è caro. Poi i bambini sono arrivati. Prima Enrico, e mi sono spostato a lavorare in salotto, su un tavolino da muro molto design, questo lasciatomi da mio papà. Poi Margherita, e allora siamo tornati a Roma, nella casa dove sono nato, che è più grande. Abbiamo meno soldi, ma molta più luce. Mi sono impossessato del ripostiglio. Un metro e mezzo per tre con finestra a est su cortile interno, un lusso bestiale. All’inizio io e il laptop (sì, il boione è morto, e non è stato ancora degnamente sostituito) ci inserivamo a meraviglia tra scope e spazzoloni. Era quasi bello tradurre con l’odore di varechina intorno, mi dava quel tanto di vertigine da farmi sentire un po’ artista maledetto. Poi mi sono reso conto che in quanto traduttore e teatrante potevo considerarmi abbastanza maledetto pure senza varechina. Poi uno zio mi ha chiesto se rivolevo la splendida scrivania di mio nonno che vedete nella foto. Poi un amico falegname mi ha fatto il prezzo buono per la libreria. Poi ho infilato scope e spazzoloni nello sgabuzzino e ho portato in cantina il resto delle masserizie, così adesso mi sento quasi un mezzo di produzione io… Ma questi sono dettagli. L’importante era non perdere il lessico. E quello me lo tengo stretto ogni volta che respiro.

Daniele Petruccioli è nato a Roma, dove vive. Per anni si è occupato principalmente di teatro. Dal 2005 collabora come traduttore e scout con diverse case editrici. È la voce italiana di Dulce Maria Cardoso e Philippe Djian. Fra i suoi autori: Pepetela, Mia Couto, Mark Dunn, Jean-Philippe Blondel, Ndumiso Ngcobo, Luandino Vieira. Attualmente sta traducendo Lisa Gardner.

Lascia un commento

Archiviato in La stanza del traduttore