Archivi del mese: gennaio 2012

Il rifugio cosmico

Per carità, non chiamatemi “traduttore”. Se accettassi un simile titolo, infatti, sarei un usurpatore e farei torto a tutti coloro i quali di questa nobile attività hanno fatto la loro vera e unica professione. In realtà, sono storico dell’antichità e archeologo, e la traduzione per me non è mai stata un fine, ma un mezzo posto al servizio della ricerca. Ancora oggi, buona parte della mia produzione scientifica tratta di storia. Lo studio e la ricerca storica, però, sono essenzialmente basati sulle fonti letterarie, che occorre tradurre, al pari delle epigrafi. Per questo ho sempre rifiutato lavori di traduzione che avrebbero dovuto escludere, nel volume, la presenza di un apparato di note nonché una prefazione, postfazione o introduzione: qualcosa, insomma, ugualmente realizzata dal sottoscritto e in grado di guidare e orientare il lettore nel contesto storico-letterario dove l’opera stessa era nata.

Ho cominciato a tradurre molto presto. Già in età prescolare e poi alle elementari, la buon’anima di mia madre mi faceva recitare le preghiere insieme a lei: “beh, ci può stare”, qualcuno dirà. Mica tanto, invece: le preghiere che dovevo memorizzare e recitare, infatti, erano tutte in latino… Chissà, forse è stato anche questo a spingermi da un lato a cominciare a tradurre questa lingua (volevo, infatti, capire una volta per tutte ciò che avevo recitato “a pappagallo” per anni), dall’altro a farmi definitivamente scegliere il laicismo già alla scuola media. Certo è che sono arrivato allo studio della storia, della letteratura e delle lingue orientali dopo autentiche “bisbocce” liceali e universitarie in compagnia di Erodoto, Tucidide, Senofonte, Polibio, Svetonio, Tacito, Sallustio e altri amici del genere. Del resto, questi personaggi mi servivano per gli studi di storia, e quando la storia da investigare diventò quella d’Oriente, sostituire gli autori classici con le fonti coreane, cinesi e giapponesi non fu eccessivamente traumatico. Intanto, però, mi ero impadronito delle lingue, sì che quando mi venne proposto il primo lavoro di traduzione dal coreano moderno non ebbi difficoltà ad accettare. Dopo varie e positive esperienze con la lingua coreana classica e moderna, oggi mi occupo quasi esclusivamente di traduzioni di fonti e opere letterarie classiche, in cinese e in coreano, finalizzate alla ricerca storica. In una parola, da molto tempo sono ormai tornato alle origini, con in più un occhiolino per gli studi comparati, forte del mio passato di greco-latinista.

La mia stanza non è una stanza: è un’altra dimensione spazio-temporale, un rifugio cosmico. In realtà ci lavoro poco, e soprattutto quando devo scrivere al PC. In realtà, è dopo aver lavorato che passo la maggior parte del tempo nella stanza: è allora che mi “ingaglioffo” con letture ludiche, che spaziano dalla divinazione alla medicina tradizionale orientale. Quasi tutti i miei lavori li ho realizzati scrivendo a penna e seduto a un microscopico tavolino nel soggiorno, o al tavolo della cucina. Ma anche in giro per il mondo, nei dormitori e nelle biblioteche di varie università, all’interno di locande più o meno sordide, ai tavolini dei caffé e perfino su navi, aerei e treni. La mia stanza, in realtà, è uno spazio a sé, isolato dal resto del mondo. Che dico? La mia stanza è un percorso mistico, come il labirinto della cattedrale di Chartres. Ci vado per pensare, per sognare, per cercare astrusità in internet, per raccogliere i ricordi, per progettare future ricerche, per incontrarci gli “Antichi”. Il piano di lavoro è costituito da due tavoli vecchi, posti perpendicolarmente come i cateti di un triangolo rettangolo. Il tavolo di lettura-scrittura è orientato a nord ed è ricoperto di un panno verde, come i tavoli da gioco. Perché ciò che faccio mi piace e, siccome una vita non basta ad accumulare tutta la scienza, gioco a raccogliere il maggior numero possibile di “punti”. L’altro tavolo, con il PC e la stampante, è orientato ad est così che mentre scrivo il mio sguardo è sempre rivolto a dove sorge il sole e s’alza la luna: l’Oriente dei miei sogni, l’Oriente della mia realtà. La sedia è anch’essa vecchia, ma ancora riesce a reggermi dopo essere stata salvata in extremis da un massiccio attacco di tarli, parecchio tempo fa, grazie a un’aspra guerra chimica. Perennemente sfondata, serve al suo scopo solo in virtù di un grosso cuscino.

Tutt’intorno, ci sono i libri. Tanti libri. Acquistati fin dall’adolescenza, magari rinunciando alla colazione a scuola, secondo l’esempio di Erasmo da Rotterdam. I libri sono prima di tutto un piacere fisico. Sto male? Vado dai libri, li guardo e mi sento già meglio. La scelta del libro da leggere a letto, prima di dormire, è un autentico rito, che a volte richiede anche dieci o quindici minuti di minuzioso esame degli scaffali. Mia moglie mi prende in giro e dice che sembro l’imperatore cinese incerto sulla scelta della concubina con la quale passare la notte, ma a me va bene così.

Poi ci sono varie immagini di saggi, filosofi, divinità o esseri ritenuti tali. C’è Gesù, detto il Nazareno, e c’è Apollonio di Tiana: del resto, ce li aveva pure l’imperatore Severo Alessandro. Ma in più io ho Ganesha, il Bodhisattva Maitreya, Confucio, gli immortali taoisti, Gilgamesh di Uruk, Anubis, la dea Atena sotto forma di civetta, Śiva, un paio di apsaras e gandharva, Quetzalcoatl, ecc. Sempre mi onoro della loro compagnia.

E poi c’è una scacchiera di legno con i pezzi, ugualmente di legno, in posizione di partenza. E mi piace pensare che ogni notte, a mia insaputa, la mia anima, il mio “Ka”, o “doppio”, giochi col Destino una partita, con l’indomani come posta in gioco. A scacchi vince chi “vede” più lontano, ma, a differenza degli scacchi, nella partita della vita c’è anche l’imprevisto, che rende tutto più difficile. Naturalmente, una volta tornato alla base, il mio “doppio” non mi dice mai il risultato…

Cosa dire di più? Leggendo libri s’imbiancano i capelli, il sole tramonta tirando di scherma. La Via della Conoscenza è un fiume lungo diecimila li, ma importante è avere una stanza (cosmica?) dove potersi fermare un attimo a raccogliere le forze e le idee per una nuova tappa nel duro cammino. Ma… ssshhhhh… La terza veglia sta per finire e io devo lasciare la stanza. La partita a scacchi sta per cominciare…

Maurizio Riotto insegna Lingua e Letteratura della Corea nell’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale” (già Istituto Universitario Orientale) dal 1990. Laureatosi in Lettere (indirizzo classico) a Palermo, si è poi specializzato in Archeologia Orientale presso l’Università “La Sapienza” di Roma. Ha vissuto a lungo in Estremo Oriente e per quattro anni è stato Research Fellow presso l’Università Nazionale di Seoul. Nella stessa Università Nazionale di Seoul ha completato un corso di Ph.D nel 1989. È stato Visiting Scholar nel 1991 e nel 1993 presso l’Università “Doshisha” di Kyōto (Giappone), nel 1994 e 2000 presso l’Università “Hanyang” di Seoul e nel 2005 e 2011 presso l’Accademia di Studi Coreani di Sŏngnam. Nel 2002-2003 e nel 2007-2008 è stato Visiting Professor nell’Università “Sŏnggyungwan” di Seoul, dove ha tenuto corsi di culture comparate per gli studenti di Master e Ph.D. Nel 2009, 2010 e 2011 è stato Visiting Professor presso l’Università “Sŏgang” di Seoul. Sue oltre 150 pubblicazioni sulla Corea, fra le quali si ricordano, fra le altre, The Bronze Age in Korea (Kyōto, 1989), Introduzione allo studio della lingua coreana (Napoli, 1990), Fiabe e storie coreane (Milano, 1994), Storia della letteratura coreana (Palermo, 1996), Mogli, mariti e concubine: affari di famiglia nella Corea classica (Palermo, 1998), Poesia religiosa coreana (Torino, 2004), Storia della Corea (Milano, 2005), L’amore possibile: la Storia di Ch’unhyang (Palermo, 2008), Il Pellegrinaggio alle cinque regioni dell’India di Hyech’o (Milano, 2010), oltre a numerosi articoli su riviste specializzate. Ha anche tradotto e pubblicato, per la prima volta in Italia, numerose opere di scrittori coreani classici e contemporanei e nel 1995 ha vinto il Premio Korean Culture & Arts Foundation per la traduzione in italiano del romanzo Il poeta di Yi Munyŏl (Firenze, 1994). È anche collaboratore dell’Enciclopedia Italiana. Nel 1996 ha pubblicato, per l’editore Novecento di Palermo, il volume Storia della letteratura coreana, la prima opera di questo tipo mai apparsa nel mondo occidentale, che gli ha permesso di ottenere il premio ASLA (Associazione Siciliana per le Lettere e le Arti). Nel 2005 ha pubblicato, per i tipi di Bompiani, il volume Storia della Corea, il più completo trattato sulla storia coreana mai scritto da un autore occidentale. Membro dell’AKSE (Association for Korean Studies in Europe), della Society for the Study of Korean History, della Korean Archaeological Society, della IAKLE (International Association for Korean Language Education), ha tenuto seminari, lezioni e conferenze su argomenti di coreanistica a Napoli, Palermo, Arezzo, Benevento, Bologna, Como, Capo d’Orlando, Cremona, Genova, Roma, Firenze, Milano, Torino, Seoul, Kyŏngju, Sŏngnam, Kyōto, Dourdan (Parigi), Stoccolma, Vancouver e Praga. Nel 2011 ha ricevuto, con decreto del Presidente della Repubblica di Corea, la Medaglia d’Onore al Merito Culturale “per l’eccezionale contributo fornito, attraverso la ricerca e l’insegnamento, allo sviluppo e alla diffusione degli studi coreani”.

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Dietro queste sbarre

Dietro queste sbarre, queste tende, c’è una stanza, ed è la stanza dove ho tradotto una cinquantina di pagine del mio secondo o terzo libro. Era il 1991, agosto; la casa, una casa semiabbandonata, di faccia alle Apuane, presa avventurosamente in affitto per due settimane, poi diventate tre. Nel minuscolo paese, poche altre persone. Nessuno di loro aveva mai visto un computer. Vedere, comunque, lo vedevano poco, per via delle tende. Più che altro ne sentivano il non lieve ronzio. Io non davo confidenza alle facce che, seppure di rado, sbirciavano dietro le sbarre. Ero giovane, e come tutti i giovani mi nascondevo. C’erano animali in giro, naturalmente gatti e cani, ma anche diverse mucche, in stalle, fuori dalle stalle, e costanti rumori di motosega. Si lavorava molto bene in quella stanza, che era poi una vecchia carbonaia, mi avevano detto. Era arredata con due credenze di legno lucido e quasi nero, del tutto vuote – le stoviglie erano di là in cucina – un tavolo di legno lucido e nero, una sedia e basta. Niente lampade, niente lampadine. Candelabri senza candele, due, sopra le credenze. La luce del giorno mi bastava. Lavoravo solo la mattina. Verso le dieci e mezzo passava il furgone con il pane, la focaccia e la pizza, e uscivo a fare merenda, seduto su un muretto. Poi, dal tardo pomeriggio, passeggiate, giri in macchina più lontano, fare la spesa. Non avevo mai tradotto con tanta felicità, in tutti i sensi, come nella stanza carbonaia, e dopo niente di simile mi è più successo.

Ho ritrovato questa casa dopo quasi vent’anni. La foto è appunto del 2010. Ne ho altre, di fotografie. Ma nessuna più di quella della stanza dietro le sbarre è «allora». La casa era sempre lì, nonostante dovesse crollare da un momento all’altro, dicevano all’epoca, ripetevano adesso. La solita sbruffoneria che annuncia distruzione per scongiurarla (a parole). Nella casa sono addirittura entrato, quasi come un ladro: quel giorno qualcuno era venuto con le chiavi, aveva aperto, come ho saputo poi, per stendere cipolle sulla terrazza, all’ombra, esposte al vento apuano. La porta era rimasta spalancata, e tutte le finestre: si era approfittato, credo, per dare aria. E anch’io approfittavo, per un incontro coi fantasmi. Quasi niente era cambiato, dentro, per quanto potessi ricordare. In cucina c’erano però un materasso sul tavolo e una rete accanto al lavandino di pietra. Nessuno ci abitava, come allora; né era diventata una seconda casa, una casa da affittare. Era ancora un posto di passaggio, cui nessuno mette mano più di tanto, destinato a far temere crolli e a stupire tutti: uno di passaggio proprio lì voleva fare tappa? Sono entrato nella stanza carbonaia. Non c’era il tavolo, non c’era la sedia. C’erano le credenze e i candelabri. C’erano anche due scope, uno spazzolone, una cassetta per raccogliere lo sporco, pulita. Qualcuno aveva in mente di dare una passata al pavimento, mattonelle esagonali bianche rosse blu, o aveva lasciato perdere, chissà da quando – il giorno prima, un mese, un anno fa? Accanto alla finestra, un contatore elettrico, moderno, bianco, con la luce rossa accesa, grottesco nella penombra.

Per un paio di settimane ho abitato in una casa di fronte, rimessa a posto con pignoleria e con l’intonaco dipinto di rosa. I primi giorni ero ogni momento in pellegrinaggio alla finestra con le sbarre. Il presente era invaso dal passato. Non smettevo di guardare i muri, di toccarli. Ci parlavo, perfino, e avrei voluto abbracciarli. Volevo sempre entrare in quella casa, rimettermi seduto nella stanza carbonaia, anche se ora non c’erano tavolo e sedia, anche se ora la casa si era richiusa. Poi ho cominciato a guardare con sollievo la porta chiusa, a respirare l’odore di cipolle, a passare davanti alla finestra con le sbarre come davanti a un cane che ormai ci è familiare, una carezza e via.

Da pochi giorni (oggi è il 15 gennaio 2012) ho finito di scrivere una storia che ha a che fare con quella casa, quella stanza, quel paesino di nessuno, con il tradurre e con altre cose. L’avevo cominciato molti ma molti anni fa. Si intitola Orione e lo scorpione. Ancora la conosce una persona sola, oltre me.

Sono contento di essere stato l’inquilino operoso e felice di una stanza carbonaia per tre settimane quando avevo trent’anni.

Leonardo Gandi. Ho tradotto, dall’inglese, per e/o, dall’88 al ’94, Charyn, Mosher, Twain, Connell, Conrad, O’Brien. Pensavo che avrei continuato, poi le cose hanno preso un’altra direzione. Mi è capitato e mi capita ancora di tradurre, lavori occasionali comunque, anche se magari di una certa mole. Ma non considero più il tradurre come un mio mestiere. Insegnavo già italiano a stranieri quando ho cominciato a tradurre, e lo insegno ancora. È il mio mestiere (questo, questo e questo sono tre miei siti). Mi sono anche occupato di formazione insegnanti e di scrittura di riviste del settore. Ho scritto e scrivo cose mie, e mi sto ora decidendo a proporne la lettura a chi di dovere. Anche su questo, staremo a vedere. Nel frattempo, per entrare nel clima, mi sono pubblicato un libricino di poesie, che si può trovare qui.

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