Archivi del mese: febbraio 2012

Torre di sotto

Il mio studio è la stanza più piccola della casa. È dipinto di verde, un verde che non saprei definire benché sia stata io stessa, tanti anni fa, a scegliere e mischiare le terre naturali dentro la calce che lo ricopre. C’era dell’azzurro, ricordo. Tendo a ricordare dettagli poco importanti; a volte penso che sia l’inevitabile smarrimento di chi da anni passa le sue giornate immerso nelle fantasie altrui. Mi chiedo come sarei se avessi fatto un mestiere diverso, invece di vivere in questa strana solitudine consacrata all’ascolto ossessivo di un assente. Amici editori lamentano una socialità coatta, pesante. I traduttori hanno solo rapporti elettivi eppure alla lunga appaiono non meno affaticati dalla dimensione concreta del mondo. Varcano con inesauribile curiosità ogni frontiera, ma alla fine tornano sempre ad abitare nello spazio bianco fra le righe.

Quando mi siedo come adesso al lavoro, ho alle spalle una libreria stracolma, con dentro i libri che ho tradotto e quelli che mi sono più cari. E poi i testi che devo leggere per lavoro o per amicizia, i saggi di teoria della traduzione e i dizionari, anche se ormai non li uso più su carta. Gli scaffali, al centro, lasciano libera una specie di nicchia che accoglie la mia poltrona: è come un abbraccio. Può accadere di tutto, anzi è successo: malattie e morti, piccoli e grandi dispiaceri della vita, ma questo abbraccio mi conforta sempre. “Meno male che ho letto. Meno male che posso ancora leggere” scriveva Roberto Bolaño. “Meno male che ho tradotto. Meno male che posso ancora tradurre” penso io, e scivolare nello spazio bianco fra le righe respirando al ritmo di una voce lontana, la narrazione di un’altra esistenza.

Davanti a me, sulla scrivania rotonda, tutto quello che serve: il computer, due lampade diverse, una metallica che punta compatta il suo fascio di luce sull’originale, l’altra con un cappello di garza leggera per illuminare delicatamente il resto, e poi una gomma e un lapis con il suo appuntalapis. Se mai un giorno deciderò di scrivere in proprio, invece di continuare con questa forma di scrittura silente e vicaria che è la traduzione, sarà per usare le parole della mia infanzia senza costringermi al perfetto traducente. Ambizione, temo, troppo modesta per uno scrittore. Ma quel giorno, per una volta, le parole saranno per me davvero le cose che ho vissuto.

Sulla parete di fronte alla scrivania sono appesi due quadri, uno a destra e uno a sinistra dell’unica finestra della stanza. A destra, c’è una vecchia stampa francese dell’America Latina con infilata nella cornice una cartolina in bianco e nero su cui uno scrittore cileno mi ha scritto a mano una brevissima poesia. A sinistra, in mezzo alle foto di Duccio e Guido Idalgo, una biblioteca di Cambridge, i due vulcani di Città del Messico, una conchiglia di san Giacomo e due moniti molto interessanti per un traduttore. Il primo è di Muntadas: “Warning: perception requires involvement”; dovere e rischio assieme, la traduzione è per gli audaci. Il secondo è anonimo: “Goditi i vantaggi di una posizione sottopagata”.

In mezzo ai due quadri, esattamente davanti alla scrivania, si apre la finestra e dietro, oltre un nespolo, i verdi del bosso e dell’alloro, un grande cipresso scuro, una vecchia cappella, il grigio degli olivi e, in lontananza, il profilo della collina che scende verso Lucca coperta qua di pini, là di acacie, fra poco tutte bianche di fiori. È molto bello. Di rado alzo la testa dalla pagina.

Ilide Carmignani è nata e vive in Toscana. Ha tradotto un centinaio di opere (R. Bolaño, J. L. Borges, L. Cernuda, Fogwill, C. Fuentes, A. Grandes, G. García Márquez, P. Neruda, O. Paz, L. Sepúlveda). Ha tenuto corsi e seminari di traduzione letteraria presso università italiane e straniere. Nel 2000, ha vinto il I Premio di Traduzione Letteraria dell’Instituto Cervantes. Cura gli eventi sulla traduzione per il Salone del Libro di Torino e organizza, insieme al prof. S. Arduini, le Giornate della Traduzione Letteraria. Ha pubblicato Gli autori invisibili. Incontri sulla traduzione letteraria, Besa 2008.

Lascia un commento

Archiviato in La stanza del traduttore

La stanza dentro

La stanza del traduttore è un rifugio. La stanza del traduttore è un nido, una tana, un luogo di magico oblio in cui talvolta si esercita la sospensione del tempo. La stanza del traduttore è un luogo accogliente dal quale il mondo rimane fuori. Se possibile. Un pezzo di una stanza da scapolo nella casa di famiglia, poi uno studio vero e proprio, più tardi occupato dalla figlia, poi uno stanzino poco più grande di una scrivania, poi ancora una stanza intera con tutte le comodità, un monte di libri, il divano dove leggere, rileggere, crollare di improvvisa stanchezza. Poi chissà. Il leggio, il libro, la tastiera, lo schermo. Che altro serve? Il traduttore la sua stanza ce l’ha dentro. Ne ha mille di stanze, il traduttore.

E dentro, nella stanza del traduttore, c’è il mondo del libro che si apre e trabocca di vita. Il libro, uno alla volta, cristallizzato in una scena, un’atmosfera alla quale il traduttore si aggrappa per il numero di pagine necessario. Poi infine molla ogni cosa, vaga, si aggrappa altrove. Il tempo che serve. A una parete le foto di ‘loro’, gli scrittori scomparsi da un pezzo, quelli mai incontrati, quelli amici, più volte compagni di strada, quelli che poi non ci sono più, perché il traduttore cresce e qualche autore, qualche amico, qualche compagno di strada se ne va lasciando un gran vuoto. Il mondo sta fuori, fuori dalla finestra, il mondo in cui passano gli alberi, i fiori, il sole che gira, l’ombra che cala, i rumori, la realtà, le stagioni. Ma le stagioni del traduttore non sono quelle, le stagioni del traduttore sono le onde lunghe del testo, l’ascesa faticosa, la scalata delle pagine, la vetta. E poi da capo. Una, due, dieci, cinquanta volte. Tante stagioni, tante scene, tante sensazioni provate e riprodotte. La salita e la discesa, la fatica e il sollievo. Aver davanti trecento pagine e averle dietro. Non è la stessa cosa. Le onde lunghe dell’umore, dall’entusiasmo di ogni nuovo frontespizio allo scoraggiamento quando l’inizio e la fine sono entrambi lontani, dai giri di boa dei traguardi intermedi all’euforia della fine. E via. E avanti un altro.

La stanza del traduttore è quella che contiene i concreti strumenti dell’artigiano, sempre più tecnologia e sempre meno carta, e gli effimeri espedienti del sognatore che si convince di aver scovato la parola dialogando col ritratto dell’autore scomparso da tempo, o di trovare la forza per ingannare la stanchezza guardando la fila di volumi già fatti. Perché la stanchezza c’è sempre, soprattutto se la traduzione è passione e dipendenza, e doppio lavoro. La fatica, le pagine, la consegna. Poi la tazza posata sul dizionario, i biscotti sbriciolati fra le pagine. E capita sempre più spesso di guardarsi indietro e non trovare dei mesi interi. Anni talvolta, con la vita stretta fra i libri. Per poi un giorno adattarsi a viverla quella vita, forse, nella carta stampata, a rubare un bacio fra le pagine di una rivista, a far l’amore sopra un frontespizio.

Bruno Berni
Sono nato nelle ore in cui Miles Davis cominciava a registrare Kind of Blue a New York. Sono passati un bel po’ di anni, ma nel frattempo stavo traducendo, me ne sono accorto tardi e non ho fatto in tempo a crescere. La traduzione forse ce l’avevo dentro fin da giovanissimo, a tradurre dal greco ero bravo, con tutto il resto no, e ho imparato che spesso quel che conta è tutto il resto. Faccio il bibliotecario da vent’anni, il traduttore da più di venticinque e ho tradotto molto, dal danese. Andersen e Høeg, per esempio. In qualche periodo forse ho esagerato, però ho anche avuto qualche soddisfazione. Ho scoperto che i libri che amo e riesco a imporre a qualche editore che ci casca, quelli belli davvero, vendono pochissimo – ormai l’ho scritto, non mi ascolteranno più – e del resto, se potessi, farei solo le cose che non pubblica più nessuno e che invece tutti dovrebbero leggere, classici e poesia, tanta poesia. E per chi non l’ha googlato era il 1959, il 2 di marzo.

1 commento

Archiviato in La stanza del traduttore

Incido cor meum

La stanza dove lavoro è tutto sommato recente: abito al sesto piano di questo appartamento modenese da poco più di un anno. Alla mia destra ho una porta-finestra che dà su un lungo balcone al momento giusto carico di piante e fiori. Il panorama è quello del centro cittadino, in questo momento sotto una nuova nevicata. Il pavimento è in parquet. A sinistra c’è una porta a vetri che arriva fino al soffitto e alle mie spalle, sulla destra, un’apertura nella parete da cui si accede alla sala con caminetto (mai acceso finora).
Alle pareti poca roba: un quadro di un amico pittore piacentino; un’incisione degli anni Trenta di un tipo che sembra disegnato da Max Bunker e Magnus, con in mano una specie di bisturi, un rovo che gli circonda la testa a mo’ di aureola (o piuttosto di croce di spine), la legenda “Incido cor meum”, e ad alleggerire un po’ il tutto un uccellino in alto a sinistra; la foto preferita dalla mia compagna (fra quelle che le ho scattato io), che la ritrae nella Casa Gaudí a Barcellona; un curioso orologio di legno nero stretto e alto.
Il resto delle pareti, inutile dirlo, è coperto da librerie e scaffali. Di fronte alla scrivania su cui campeggia l’insostituibile Mac ci sono due scaffali di dizionari. Distrutti (ma ormai rimpiazzati dalla più aggiornata versione online), i due volumi del DRAE, il Diccionario de la Real Academia de España, ed. 1995; il Diccionario breve de mexicanismos; il Dizionario etimologico del Pianigiani; un libro di proverbi; dizionari di francese e d’inglese, e altri repertori, tipo l’elenco dei comuni d’Italia. Tutti sorretti da due ieratiche sentinelle cinesi in bronzo. Anche qui, per sdrammatizzare un po’, una statuetta di Betty Boop vestita da poliziotto con il cartello: Dangerous curves.
A sinistra la libreria dove cerco di tenere in ordine, nell’ordine, i libri che ho tradotto, gli originali (che occupano poco posto perché è ormai invalsa la barbara usanza di inviare i testi in pdf, il che ha reso quasi inservibile il leggio che tengo sulla scrivania), i libri in lingua spagnola, quelli tradotti (da altri) dallo spagnolo. La scarsità di spazio non aiuta, e sono quasi tutti sacrificati in doppia fila, il che ogni tanto mi costringe a esasperanti ricerche, per scoprire il più delle volte che sono semplicemente finiti fuori posto. Le ricerche però consentono anche di snidare qualcuno che si è infilato là dove non doveva. Che ci fa per esempio l’epistolario di Kafka e Max Brod in mezzo all’Opera poetica di César Vallejo e i Diarios di José Martí?
Fra quelli tradotti da me figurano attualmente in prima fila, per ragioni vuoi affettive vuoi cronologiche, Ciao papà di Juan Damonte, Il Signor Presidente di Miguel Angel Asturias, Melodramma di Jorge Franco, Morte di un biografo di Santiago Gamboa e I fantasmi di César Aira.
Fra quelli in lingua spagnola, nella libreria alle mie spalle occupano un bello spazio per l’appunto quelli dell’argentino Aira, dove si mischiano romanzi editi dalla Mondadori spagnola con altri di editori improbabili (vedi le ediciones el broche, rigorosamente in minuscole).
E sempre per le succitate (e sempre disattese) esigenze d’ordine, vicino ad Aira ho piazzato altri autori argentini: lo strabiliante Copi, il prolifico Alberto Laiseca, il giovane Sergio Bizzio, il trapassato Visconte Lescano Tegui, parecchi volumi del catalogo dell’editore Simurg (fra cui il prezioso El desierto y su semilla di Jorge Baron Biza), le opere di Roberto Arlt… (e sì, c’è anche Borges, quello è come il prezzemolo).
Ma siccome non di soli libri vive l’uomo, fortunatamente, chiuderò questa sommaria descrizione della mia stanza di lavoro menzionando il mobiletto che ospita la cassa acustica che sorregge l’amato I-Pod, dal quale scelgo ora per voi, mentre mi accingo a riprendere il lavoro dopo questa pausa riconfortante, un pezzo sognante di Jon Hassel.

Raul Schenardi
Ho cominciato a tradurre per necessità – mi sembrava l’unico modo per capire davvero quello che stavo leggendo – e naturalmente… per sfiducia verso le traduzioni. Poi è diventata una passione e infine un arduo mestiere. Mi sono cimentato in imprese votate in partenza allo scacco, vedi Il Signor Presidente del Nobel Miguel Angel Asturias, e in altre solo apparentemente più facili. E mi sono specializzato (termine orribile) soprattutto nella narrativa ispanoamericana contemporanea. E dato che la mia prima passione, quella da cui è partito tutto, è la lettura, ho “scoperto” alcuni autori che poi ho avuto il piacere di proporre e tradurre: i messicani Enrique Serna, Naief Yehyah e Cristina Rivera Garza, gli argentini Carlos Gardini, Juan Damonte e il visconte Lescano Tegui, la guatemalteca Eugenia Gallardo fra gli altri.
Ho avuto l’onore di conoscere e intervistare diversi scrittori, fra cui ricordo con commozione Roberto Bolaño, interviste che ho pubblicato sulla rivista “Pulp”, insieme a recensioni e profili d’autore.
Da qualche mese dirigo il blog Sur, legato alle neonate Edizioni Sur (“costola” di minimum fax), che si occupa di letteratura latinoamericana.

Lascia un commento

Archiviato in La stanza del traduttore