Archivi del mese: marzo 2012

La stanza è ovunque

Mi ci sono rassegnato presto. La stanza del traduttore è ovunque. Quando mi sono deciso a cercarmi un lavoro vero (per andare via di casa) traducevo in cabina (proiettavo film perché avevo il patentino). Tavolo, dizionari, tutto – accanto al calendario della Marini (gosh) del collega. Caricavo e scaricavo i proiettori, mettevo il volume a un livello decente – e via! Se capitava qualcosa me ne accorgevo. Poi tornavo a casa e traducevo a casa. Un altro tavolo (su due caprette), altri dizionari.

Quando ho abbandonato il lavoro vero (culmine della carriera: una proiezione privata per Sean Penn) perché mi sono rimesso a inseguire la passione (la letteratura americana), sono cominciati i lavori balordi – le collaborazioni universitarie da un capo all’altro della penisola. Perché lo sapete, di traduzioni non si vive, ci vuole sempre dell’altro. Poi sono cominciati i traslochi all’interno di Firenze e la vita si è fatta errabonda (una delle balene bianche del mio campo di studi diceva sempre che “da giovani tutti abbiamo viaggiato” – solo che loro a un certo punto si sono fermati, io e tanti altri no). Alla fine, passando per Detroit (bellissima), mi ha portato qui a Pomezia, tra la tenuta di Castel Porziano (il signor Napolitano è un vicino squisito) e l’aeroporto militare di Pratica di Mare (pure loro, ma un po’ più rumorosi).

Dunque la necessità di creare due stanze, la prima mobile: notebook leggero, batterie cinesi potenziate, lettore mp3, kindle, chiavette USB/Internet e ammennicoli vari, compreso il nuovo accumulatore d’emergenza Duracell, e infine zainetto tattico (IKEA) per contenere tutto. Posso pure accedere in remoto (dal cellulare) al PC di casa.

La stanza mobile si porta dietro dove si va e funziona sui treni, sulla metro, sugli autobus, sulle panchine, seduti per terra, alle poste, in varie sale d’attesa e perfino a casa dei suoceri. Ovunque, perché voi lo sapete, il tempo è come le patate fritte: non ce n’è mai abbastanza. La stanza fissa invece ha dovuto essere autosufficiente stile rifugio atomico: di là dalla rete metallica avrò pure il Presidente, però di qua mancano l’ufficio postale, la libreria, la biblioteca, la copisteria, e va via la luce piuttosto spesso. Allora: fotocopiatrice, fax, battaglie per l’ADSL (vinte solo l’anno scorso), poi gruppo di continuità per il PC e – ciliegina – un vecchio telefono militare di quelli con la manovella, in bachelite, da usare quando va via la corrente e il cordless “muore”. Mio zio pensionato Telecom mi ha spiegato come costruire un accrocchio che lo rende compatibile con la rete di casa. Un mobile a serrandina ospita la succursale delle Poste dove preparo gli invii: modulistica, francobolli, bilancia, carta da pacchi, scatole, buste imbottite e non, e blah blah blah. Due caffettiere sempre a tutto vapore – e via! Prima o poi impianterò anche una stazione radio.

La stanza fissa è anche un palcoscenico; una scenografia che cambia a seconda di quel che si traduce. Esempio: nuovo libro, Seconda guerra mondiale: wallpaper “Keep Calm and Carry On”, raccolta con ore e ore di radiogiornali d’epoca in tutte le lingue da mettere in background, foto del periodo e – ciliegina – la medaglia sovietica del 40ennale della Grande guerra patriottica. Me la “conferirò” quando avrò finito. Quel giorno, desiderato (748 pagine) e temuto (verrà qualcosa, dopo?), altra cerimonia, questa sempre uguale: lettura, King James – 2 Timothy 4:7.

Ma la stanza è ovunque anche perché – banalità in arrivo! – il traduttore è come il carabiniere: sempre in servizio. Sbircia cosa legge la gente. Ascolta cosa dice. Perché la ricerca di quella parola, di quel tono di voce, di quell’idioletto non si arresta mai. Perché la soluzione a uno di un milione di problemi può essere nascosta dappertutto: in una pubblicità, nella scritta su un muro, nello straparlare di qualche invitato a qualche trasmissione, nelle chiacchiere di un tale al cellulare. È una condanna meravigliosa, dover tenere sempre le antenne alzate: ascoltare tutto, guardare tutto, leggere tutto. Perché la stanza non è solo ovunque. La stanza è ogni cosa. La stanza è il bene assoluto. Oltre la stanza, il grande tutto, che è anche il grande nulla (misto di citazioni: Hemingway e Schindler’s List).

Roberto Serrai (1967) traduce dal 1992. Quindi, quest’anno compie vent’anni. Insegue la letteratura americana da molto prima, e per ora lei gli si nega. Quando si incontrano lei ha spesso le sembianze di Simon Legree. Ha lavorato al cinema e gliene sono capitate di tutte. Una volta ha aiutato un noto attore a gestire la crisi di nervi di una nota attrice, un’altra rianimato con i sali le fan in deliquio di un altro noto attore. Di quegli anni ha un rimpianto: aver dato buca a una cena dov’era invitata Rosamund Pike. Lo sopportano una moglie e un figlio.

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Tra la terra e il cielo

C’è stata quella volta, in una torretta che saliva al cielo e io stavo a una scrivania mentre mia figlia appena nata dormiva su un morbido e accogliente letto matrimoniale adagiato a terra. La stanza era inondata di una luce calda e piena e non veniva nemmeno voglia di uscire, non ci fosse stata Buenos Aires fuori.

Poi c’è stato quel tavolo rivolto verso una parete dove un artista francese e una donna tedesca avevano appeso appunti, fatture, piccoli schizzi preparatori. E se mi voltavo verso sinistra, da quell’ultimo piano, lo sguardo riusciva a spaziare sulle cime degli alberi di Winterfeldplatz, a Berlino, la piazza che il mercoledì e il sabato si animava di un mercato vivacissimo e coloratissimo.

C’è stato un 4 luglio triste e solitario a Philadelphia, con un caldo torrido e ancora una volta una stanza in alto, al piano superiore di una casetta storica vicino a Rittenhouse Square, una specie di mansarda con una finestra che affacciava sulla casa di fronte, la terrazza a listoni di legno chiari e le poltrone di legno estive che la sera raccoglievano le risate dei vicini. E tra una riga e l’altra, al piano di sotto, un pianoforte, unica timida consolazione nella desolata solitudine di quei giorni.

Ci sono stati innumerevoli affacci pieni di energia e great expectations sui grattacieli di New York. Dal 35° piano sulla 72a UES, con lo sfondo delle torri della Time Warner a Columbus Circle e lo scorcio di Central Park. Dal 21° piano sulla 72a UWS, con il fiume Hudson che brillava sotto il sole di agosto, una barca a vela che si muoveva lenta e lo spiazzo senza palazzi proprio davanti a casa, dove lo sguardo vagava alla ricerca di parole e frasi, o forse solo di sé.

E poi c’è casa mia, a Torino, ancora una volta appesa al cielo, con la luce che entra dai lucernari anche quando non c’è il sole, anche quando è inverno. E verso sera, al tramonto, entra anche dalle finestre verticali e si dipinge di un rosso che si proietta su una parete rossa: il rosso stimola la concentrazione, così dicono. Al mio fianco la compagnia di una libreria, il sottofondo della musica.

La stanza del traduttore me la sono portata dietro ovunque, insieme a una tastiera e a un mondo da scoprire, dentro un testo o tra la terra e il cielo.

Cristina Vezzaro vive tra le storie: quelle che traduce, quelle che racconta, quelle che scrive e quelle che (rac)coglie in giro per il mondo.

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