Archivi del mese: aprile 2012

Sulle tracce di Ermes

La mia stanza del traduttore attuale (ce ne sono state altre tre nella mia vita) si trova al terzo piano di un classico condominio ateniese degli anni Sessanta. In realtà, si tratta della sala da pranzo, che io ho adibito a stanza del traduttore, alla quale si accede mediante un’ampia porta scorrevole che la mette in collegamento con il salotto. Un lungo balcone unisce i due ambienti e funge da provvidenziale via d’uscita nei momenti di più forte tensione lavorativa. Infatti dal mio balcone l’occhio può spaziare, sia verso destra sia verso sinistra, lungo l’asse viario di Odòs Charilaou Trikoupi (Charìlaos Trikoupis fu un importante uomo politico greco dei primi del Novecento). La Odòs Charilaou Trikoupi è lunga circa un chilometro e mezzo, e mette in comunicazione il centro storico di Atene con i quartieri a settentrione di Exarchia, Neàpoli, Panathìnea e infine Ghizi. Il panorama che si gode dal mio balcone trovo che sia molto affascinante: una imponente doppia muraglia di edifici rallegrati dalle macchie verdi delle terrazze piantumate offre la sensazione a me tanto cara della compattezza della città, mentre il digradare della muraglia stessa, secondo il gioco illusorio della prospettiva (favorito dal fatto che la strada si trova in lieve declivio), mi conduce mentalmente al baricentro di Atene, l’Acropoli con il Partenone, che non vedo ma so che sono lì, da qualche parte, dietro la cortina di edifici. Quando invece sono seduto alla scrivania, dalla porta-finestra vedo il condominio di fronte e in particolare una famiglia, composta da madre, nonna e figlio adolescente, che a volte mi sembra di seguire come uno spettatore a teatro. Tornando all’interno della mia stanza, essa è dotata di tutti gli strumenti necessari per il mio lavoro: lessici, repertori, il lap-top ovviamente, il mio caoticissimo tavolo dove riesco tuttavia a raccapezzarmi sempre, la stampante, le fedelissime librerie Billy eccetera. In realtà, anche il salotto adiacente fa parte in senso lato della mia stanza del traduttore. A volte infatti prendo il mio lap-top e mi seggo sul divano, proprio di fronte alla scrivania, e lavoro lì, soprattutto nei momenti di rilettura di una traduzione. La mia stanza tra l’altro è molto luminosa, così l’uso della luce artificiale è ridotto in particolare alle ore serali e notturne – peraltro, lavorando io spesso fino a notte alta, tale vantaggio risulta relativo. Passando al fattore uditivo, devo dire che le mie traduzioni nascono nel silenzio. Non ascolto mai musica mentre lavoro, trovo che interferisca con la musicalità del testo che in quel momento sono impegnato a tradurre. D’altro canto, sarebbe eccessivo affermare che nella mia stanza del traduttore (e quindi nella mia casa) sia del tutto priva di colonna sonora: è quella del traffico pressoché incessante di veicoli (autobus, automobili, ciclomotori) che sfrecciano a quasi ogni ora del giorno e della notte. Alcuni di questi suoni mi sono particolarmente cari: il rombo del primo e dell’ultimo autobus della giornata, rispettivamente alle 4:55 del mattino e verso le 00:30 la sera; il fragore del veicolo che pulisce la strada, che passa tutte le mattine verso le 8:15; e il verso dello zingaro-rigattiere, che passa di solito la domenica mattina sul presto. Quante volte, mentre l’alba mi trovava ancora chino su un testo da tradurre, il primo autobus o il rigattiere mi hanno fatto da segnale che era cominciato un nuovo giorno e io ancora non ero andato a dormire! Un’altra colonna sonora piacevole della mia stanza del traduttore è quella offerta da un piccolo bar musicale chiamato En Athines, ove spesso si esibiscono giovani artisti del rebetiko o della canzone popolare greca. Infine, dalla mia stanza del traduttore scorgo un signore che abita di fronte e che spesso si attarda anche lui, chino su un computer e seduto a una scrivania in una stanza piena di libri. Sono due anni (da quando vivo qui) che mi domando se per caso sia un traduttore anche lui. In questo caso sarei molto curioso di farmi raccontare la “sua” stanza del traduttore.

Maurizio De Rosa è traduttore letterario dal greco moderno. Nato a Milano nel 1971, vive e lavora ad Atene.

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Il ponte

Se la metafora del ponte fotografa una concezione del tradurre, prendo a prestito questa metafora per parlare dello spazio ideale che è la mia stanza del traduttore, collocata agli estremi – ma spesso anche in punti intermedi non meglio precisati – di percorsi di andata e ritorno fra la mia città e quelle che mi hanno adottato professionalmente.
La mia stanza è uno spazio mobile, sempre provvisoriamente stabile, che cerca di nutrirsi di questa sua provvisoria stabilità. Ho imparato a riconoscere i tratti delle varie forme che prende questo spazio mobile, le sue peculiarità quando diventa provvisoriamente stabile: la luminosità e il silenzio dello spazio fisso delle andate; il calore, il colore e qualche interruzione di troppo nello spazio fisso dei ritorni.
Nel mezzo, grandi arcate e frecce di ogni colore, per isolarsi il tempo di un viaggio nei territori del testo e non solo.
Nel mezzo, il ponte, che con la sua solidità unisce le andate e i ritorni.
Tradurre per me è creare ogni volta uno spazio di luce e armonia tra gli impegni accademici. Tradurre è entrare in una stanza inondata di musica e sfavillante di luce e lasciarsi sorprendere dal ritmo, guidare il movimento del prisma finché i colori brillano ‘come di luce riflessa in pienezza’.
La traduzione reclama attenzione, lo fa in maniera categorica. E io rispondo al bisogno di chiudermi nella mia stanza ideale. Qualunque forma prenda, a qualunque latitudine, ha sempre una finestra. E sempre, inevitabilmente, questa finestra si affaccia su questo ponte.

Mirella Piacentini, milanese, laurea e dottorato conseguiti presso l’Università Cattolica di Milano. In quegli anni di studio e allegria, all’ombra dei chiostri dell’antico monastero di S. Ambrogio, ho maturato la decisione (forse non del tutto saggia) di proseguire lungo la via che mi indicavano quelle che a oggi continuo a considerare figure maestre.
Dopo aver collaborato con vari atenei milanesi e l’Alma Mater Studiorum bolognese, sono attualmente docente presso l’Università degli Studi di Padova, dove mi occupo degli insegnamenti di Lingua Francese per le Facoltà di Lettere e Filosofia e Scienze Politiche e degli insegnamenti di Lingua Francese e Didattica della Lingua Francese per la Facoltà di Scienze della Formazione.
Il felice incontro con Sara Saorin della casa editrice Camelopardus mi ha permesso di concretizzare un progetto traduttivo a lungo rimandato, la pubblicazione di Troppa Fortuna di Hélène Vignal (Ibby Honour List 2012 come ‘miglior opera tradotta’; candidato al premio Andersen Italia – Il mondo dell’infanzia 2012). Da questo incontro nasce la passione per quel settore ‘jeunesse’, ricco, variegato multiforme a cui tornerò tra pochi minuti. Il tempo di lasciare un segno della mia presenza in questo spazio virtuale così ricco di calore e passione e ritornerò nel mio spazio mobile affacciato sul mio ponte a tradurre l’incanto di un amore adolescenziale.

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