Archivi del mese: giugno 2012

Senza i tigli, allora no

Chi è entrato nel mio studio dal 1982?

Beh, per primo Glauser, direi, quasi ogni giorno, fino all’anno scorso. E non escludo che lo rivedrò. Poi Cécile Ines Loos, la seconda volta mi ha lasciato il suo velo d’oro da sposa. Hugo Loetscher aveva per mano la piccola Fatima, venivano dal mondo dei miracoli e adesso ci sono tornati insieme. Joseph Roth mi ha portato i suoi feuilleton sulla Francia e un delizioso ventaglio di racconti che conservo nella mente come una reliquia. E Kafka? Pure lui è stato qui. Che mesi di esaltazione e tremori per quei quattro racconti di diamante. Faccia del suo meglio, leggevo negli occhi che le incisioni di Alberto Manfredi hanno reso, se possibile, ancora più profondi. E del mio meglio ho fatto, e forse è il meglio che ho fatto. C’entra anche Ermanno Cavazzoni nell’Artista del digiuno, e credo che saremo grati l’uno all’altra per quell’impresa. Ora l’ospite fisso è Hansjörg Schneider. Da quando ci siamo conosciuti a Soletta, ho aggiunto un amuleto alla mia collezione di pezzi rari che mi difendono dalla vacuità. E perché non dimentichi il Ticino nei mesi in cui sono emiliana, Hesse ha pensato bene di rinfrescarmi la memoria imponendomi funambolismi quotidiani di pensieri e parole, nuovo inizio in Ticino, chiese e cappelle in Ticino, ringraziamento al Ticino. Anche se volessi, come potrei divagare?

Francesco è uno degli habitué, ha sempre infranto ogni regola, interrompe a suo piacimento ogni mio labile pensiero, sfonda la porta aperta e si impadronisce di questa sacra cella. Forse nemmeno se ne accorge. Si siede in poltrona, incomincia a raccontare e frantuma con una risata la povera ragnatela che tessevo da ore, sempre intorno alla medesima frase. Ma lui non conosce confini, e lo devo accettare. È mio figlio.

Quando esco di casa in questi giorni del terremoto penso, Signore, se tutto deve crollare, lascia almeno lo studio. Anche senza il muro esterno, come le case della guerra. Lasciami qui, affacciata sul nulla. Non privarmi dei tigli, del loro profumo di fine maggio. Se tutto deve crollare, voglio almeno una scala aerea che mi porti quassù. E di quello che ho accumulato negli anni, maschere, libri, ceramiche, vetri, lascia almeno il frammento di muro rubato alla Waldau nel padiglione di Walser. E le ceneri di G. Prenditi pure le fotografie, tanto la mia famiglia è dentro di me.

Io non sono quello che ho. Ma questo studio è l’eccezione.

Gabriella de’ Grandi vive a Reggio Emilia. È traduttrice letteraria da trent’anni. Solo a pensarci, quasi si spaventa. Ha capito che le piaceva quando era al liceo, greco e latino. Si è laureata a Bologna, ma non ha frequentato scuole di traduzione. Ha tradotto tra gli altri Glauser, C.I. Loos, Loetscher, Hohler, Guardini, Roth, Kafka, H. Schneider. Il numero dei libri non se lo ricorda. Nel 2004 Pro Helvetia le ha conferito il premio per la traduzione. Ha molti amici traduttori, e questa è una grande fortuna. All’inizio non era così. All’inizio si è soli.

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La stanza che non c’è più

Sono sempre stata una traduttrice vagabonda.
Abito a Modena, in un appartamento, e il mio studio era il posto dove appoggiavo il portatile. Prima che nascesse Federico, avevo una stanza tutta per me, ma poi quella è giustamente diventata la sua camera, e mio marito mi ha allestito un solaio. Quello è stato il secondo studio più o meno fisso. Dotato di linea telefonica e pieno di libri, ha il difetto di essere gelido d’inverno e bollente d’estate, quindi per non spendere tutti i sudati guadagni in riscaldamento e raffreddamento, ho cominciato a lavorare in casa. Il portatile viaggiava fra cucina e salotto, dove alla fine mi sono risolta ad allestire un tavolo fisso. Questa è la postazione numero tre, quella di gran parte dell’anno, quella che mi ha dato un po’ di stabilità.
D’estate, invece, la famiglia traslocava in campagna. Il passato è d’obbligo, perché alle nove e zero quattro di martedì 29 maggio tutto è cambiato. La stanza che mi ero presa nella casa in campagna era quella d’angolo del primo piano. Tre finestre, un caminetto chiuso ma assai scenografico, due scrivanie (una per il computer e una per le bozze), un divano per i riposini post-prandiali. La finestra di fronte alla scrivania dava sulla paulonia, un albero immenso sul quale nidificano i cuculi e che fa bellissimi fiori viola. Era una stanza ariosa e piena di luce. Adesso non so che ne è di lei. Guardo con gli occhi della mente tutto quello che ci ho lasciato dentro, e mi manca ogni minima cosa. Oggi il dolore è forte. Oggi so che in quella stanza non lavorerò più per molto tempo ancora. Forse ricostruiremo da zero, forse riusciremo a recuperare qualcosa.
Adesso la stanza della traduttrice è di nuovo la cucina, perché a due giorni di distanza dalla scossa non riesco a sedermi alla scrivania in salotto, dov’ero quando è arrivata.
In quel momento stavo “imburrando la teglia”, è così che dicono i traduttori quando preparano i file per un nuovo libro. Prima di scrivere queste righe ho finito il lavoro che avevo interrotto.
I committenti mi hanno concesso delle dilazioni, mi stanno persino proponendo nuovi lavori.
Adesso raduno la concentrazione, mi lascio il tempo di riprendermi e, con i tempi che riesco a concedermi, ricomincio.
Adesso devo andare avanti.

Sara Crimi, modenese, è traduttrice e redattrice free-lance. Si occupa di editoria da dieci anni. [Scrittura & riscrittura]

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