È buffo, ma ho smesso di avere una stanza tutta per me proprio quando ho iniziato a tradurre. L’avevo quando preparavo gli esami all’università, una bella camera confortevole nella casa dei miei genitori a Gaeta; e poi quando studiavo a Tōkyō, una minuscola stanza affacciata su un albero di ciliegio in un silenzio quasi perfetto, interrotto soltanto dal frinire delle cicale in estate e dal picchiettare delle gocce sui vetri durante la stagione delle piogge. All’alba una luce bianca filtrava attraverso le foglie del ciliegio, e dal futon la guardavo illuminare i miei libri sul tavolo. In giapponese si dice komorebi, sole che filtra in mezzo agli alberi. E così, ogni mattina, tornavo a convincermi della bellezza di quella lingua, capace di esprimere con una sola parola una così delicata manifestazione della natura.
Ma delicatezza e bellezza non sono sempre facili da parafrasare. Tutte le sfumature, gli effetti di luce e colore, le pause che celano i significati più profondi di un testo giapponese costituiscono forse l’elemento di maggiore difficoltà per un traduttore.
Su questi problemi mi arrovello nella cucina del mio piccolo appartamento nel centro storico di Napoli, vista sul Vesuvio e nessun ciliegio, chiasso interminabile di auto e motociclette, donne che dai balconi dettano a gran voce la lista della spesa al salumiere al piano strada. Oppure nello studio che divido con i colleghi all’università, tra una lezione e un incontro con gli studenti.
Sembrerebbero condizioni precarie, inadatte a un lavoro che richiede concentrazione, eppure non lo sono. Da quando ho iniziato a tradurre ho scoperto di non aver bisogno di uno spazio particolare.
La parola che cerco, quella che a una prima lettura mi fa pensare: “impossibile da tradurre, servirà una nota!”, è sempre dentro di me da qualche parte, e viene fuori quando meno me l’aspetto, magari proprio mentre sto facendo lezione. E mi basta annotarla sull’agenda per poi correre al computer e inserirla trionfante nel testo italiano, riscoprendo ogni volta la magia di un mestiere che, tra le tante cose, mi ha insegnato il valore della trasparenza e il piacere della timidezza, per superare i limiti fisici e diventare tutt’uno con la letteratura che più amo.
Gala Maria Follaco insegna lingua e letteratura giapponese all’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale” e traduce autori moderni e contemporanei per grandi e piccole case editrici italiane. Ha iniziato con una raccolta di racconti di Hara Tamiki, scrittore di Hiroshima. L’autrice che ha tradotto di più è Yoshimoto Banana. Il lavoro di cui va più fiera è La Volpe, un breve racconto del suo scrittore preferito, Nagai Kafū, pubblicato di recente su «Paragone». Non è ancora del tutto convinta di poter dire di sé: “sono una traduttrice” (e infatti non lo dice, lo scrive solo nei form di accredito del Salone del Libro, per risparmiare qualche euro), ma intanto continua a tradurre ogni giorno e spera di poterlo fare per tutta la vita.

Faccio la pendolare tra Milano e la campagna piemontese, dove abito, sin dai tempi dell’università. Questo fa sì che svolga il mio lavoro in luoghi diversi. Sono tre in tutto e variano secondo i giorni: i vagoni dei treni e l’ufficio dell’università dal lunedì al giovedì, lo studio di casa durante il fine settimana. Anche se amo la vita della pendolare, perché rinnova ogni giorno il piacere disagevole del viaggio, finisce sempre che mi manca qualcosa: un file, un libro, un articolo puntualmente lasciato altrove. Per fortuna la tecnologia spesso mi viene in aiuto e posso proseguire il lavoro in ogni caso. Quando arriva il venerdì, però, è un piacere immenso sedermi alla scrivania nella stanza di casa designata a studio. Finalmente ho tutto ciò che mi serve a portata di mano. E, a dirla tutta, anche quello che non mi serve. Lo studio, infatti, è la sola stanza della casa in cui sono stati concessi pieni poteri al caos, al punto che, in alcuni periodi, entrarvi è fortemente sconsigliato. È relegato nello studio tutto ciò che è di passaggio o in attesa di una sistemazione. Così, di ritorno dalle vacanze o nel periodo delle feste natalizie, ad esempio, sul divano-letto che abbiamo comprato per gli ospiti e sulla poltrona si accumulano pacchetti, borse, fascicoli e vestiti di ogni genere. Quando sparisce qualcosa, è assai probabile che sia sepolto in qualche angolo dello studio. Per non parlare, poi, delle piante grasse di mio marito che, durante l’inverno, trovano anch’esse asilo nella stanza e mi costringono a funamboliche gincane per evitare le loro perfide spine. Oltre al divano-letto, alla poltrona e alla scrivania, domina lo spazio una maestosa biblioteca di legno, ormai traboccante. Un paio d’anni fa, poiché la quantità di libri non accennava a diminuire, abbiamo aggiunto una lunga mensola, che attraversa tutta una parete e, al momento, ha l’importante incarico di dare alloggio ai volumi di poesia ebraica (ma anche qui ci sono degli intrusi). Purtroppo, la stanza è un po’ buia. Quando ci siamo trasferiti, la illuminava soltanto una finestra bassa incorniciata da un arco di mattoni. Così è iniziata la ricerca della luce. Prima abbiamo sistemato una grossa lampada a illuminarmi direttamente la testa e il computer (negli ultimi tempi mio marito ha insinuato il dubbio che mi si possano surriscaldare troppo le idee, staremo a vedere), poi abbiamo aperto una finestrella sul tetto. Il problema non è stato risolto del tutto, ma credo che il piccolo lucernario abbia aggiunto fascino allo studio. Paradossalmente, ciò che più amo di questa stanza è proprio la causa del suo difetto di luce: la finestra bassa con l’arco di mattoni. Mi piace perché, mentre lavoro, posso vedere il cortile della casa accanto, dove, di recente, alle galline si sono aggiunti tre grossi tacchini bianchi che razzolano in allegria tutto il giorno. Poi, ogni tanto, soprattutto nelle stagioni fredde, un passerotto o una cinciallegra si aggrappano con le zampe alle inferriate e sembrano guardare dentro la stanza. Allora significa che è venuto il momento di spegnere il computer e di andare a fare una passeggiata.
The translator’s room… E qui cosa ci metto, stanza o camera? Cameretta? Cubicolo? Alcova o room of one’s own? Come declinare il tema? Cosa conservare e cosa buttare? What is lost in translation lo ritrovo nel trasloco. Monolocale o bivano: tradurvi tutti i libri, invano. Attenti a camera, però: è tutt’altra cosa. “La camera del traduttore”. Tradurre per immagini, forse. Videocamera: «Can I have a film for my camera?» Che film vuoi, falso amico sporcaccione! Bedroom, sitting room, dining room, ma la seconda è salotto, la terza è sala da pranzo. Diventa “sala” se non ci si dorme? Hall. Troviamoci nella hall, rigorosamente pronunciata «laól». La parola giusta, in realtà, sarebbe lobby. Lobby di potere, gruppo di pressione; Camera Alta, camera dei deputati. E fuori – nell’atrio, vestibolo o foyer – ecco la buvette! Dove si pappano le paste a poco. Le caste! Per gli inglesi, comunque, è House. Sì, ma c’è anche Home Office. Ministero del focolare domestico? C’è nessuno in Camera? Tutti in camera caritatis. Room vuol dire anche spazio: «Now is it Rome indeed, and room enough, / When there is in it but one only man.» Ma, porco Cassio, possibile che lo pronunciassero uguale? Sennò che gioco di parole è? A little room in Rome, come quella di Keats a Trinità de’ Monti. There’s no room in this little room in Rome. Spazio vitale condiviso col male (del secolo). Stanzino con lettuccio, più che camerino (lì c’è una piccola università, very cozy, arredata con servizi). Forse sgabuzzino? Sfrutta i dimunitivi! Second-best bed (and breakfast). B&B. E spare room cos’è? Salvaspazio o camera per gli ospiti? Guestroom o host room. Che strano, però: com’è possibile che “ospite” sia una parola sola per due concetti opposti! Ospita l’ospite, os(pi)te! «Tradurre è un atto di ospitalità»: vieni, autore caro, siediti qui. Finisco di tradurti un attimo, poi ti faccio il chai. Ma non si troverà male? Non si sentirà imbarazzato? Naturalizzato? Normalizzato? Riconoscerò il contesto? E l’intertesto? E l’ibrido innesto? I miei mobili da novantenne lo rassicureranno? Due credenze con specchio, una delle quali farcita di libri. Ma lo spazio-stanza è dentro alla testa o, tuttalpiù, dentro l’hard disk. «For love, all love of other sights controls, / And makes one little room, an everywhere.» …E fa di una stanzuccia un dappertutto. Di un «piccolo spazio»… un «ovunque»? Questo soffitto viola (viola? non era «vola»?). Il cielo in una strofa! Ma Gino, lo conosceva John? La stanza del poeta. The poet’s room is the stanza. Lo spazio del poeta è la strofa. Porte aperte in forme chiuse. Dalla stanza del poeta a quella del traduttore il passo è breve. Trasforma un distico in quattro mosse. Stanza [la zeta è voiced]: group of lines forming one division of a poem. Stanza, group of walls forming one division of a house. House or home? Verse or line? What’s left? The translator’s right! Ora basta. È ora di tornare in classroom. La stanza del traduttore, a volte, è l’aula.
Del tradurre in compagnia e in movimento, ove si dimostra quanto falso sia il detto Cœlum non animum etc.
Dietro le sbarre del proprio linguaggio, si nota la stanza. Appare come una acerba fantasmagoria di voci prestate, voci che si rincorrono durante l’unica ora d’aria tra il sorgere perenne di lune e soli. Ospita un gatto, una bambina, una donna, che si scambiano di posto, alternandosi nelle associazioni di pensiero come le parole libere nell’amabile dizionario nomenclatore. Ospita libri morti, ravvivati di tanto in tanto dalla vena comica del furioso Swift, dal coraggio infinito dell’umbratile Bruno, dal sorriso saggio dell’amico Sterne, dalle grida mute dell’instancabile Joyce. Il traduttore la abita immaterialmente. Vi passa giorni che sembrano minuti, tra un’ora d’aria e l’altra, in attesa di uscire nel mondo di fuori.
Chi è entrato nel mio studio dal 1982?
Sono sempre stata una traduttrice vagabonda.
La mia stanza del traduttore attuale (ce ne sono state altre tre nella mia vita) si trova al terzo piano di un classico condominio ateniese degli anni Sessanta. In realtà, si tratta della sala da pranzo, che io ho adibito a stanza del traduttore, alla quale si accede mediante un’ampia porta scorrevole che la mette in collegamento con il salotto. Un lungo balcone unisce i due ambienti e funge da provvidenziale via d’uscita nei momenti di più forte tensione lavorativa. Infatti dal mio balcone l’occhio può spaziare, sia verso destra sia verso sinistra, lungo l’asse viario di Odòs Charilaou Trikoupi (Charìlaos Trikoupis fu un importante uomo politico greco dei primi del Novecento). La Odòs Charilaou Trikoupi è lunga circa un chilometro e mezzo, e mette in comunicazione il centro storico di Atene con i quartieri a settentrione di Exarchia, Neàpoli, Panathìnea e infine Ghizi. Il panorama che si gode dal mio balcone trovo che sia molto affascinante: una imponente doppia muraglia di edifici rallegrati dalle macchie verdi delle terrazze piantumate offre la sensazione a me tanto cara della compattezza della città, mentre il digradare della muraglia stessa, secondo il gioco illusorio della prospettiva (favorito dal fatto che la strada si trova in lieve declivio), mi conduce mentalmente al baricentro di Atene, l’Acropoli con il Partenone, che non vedo ma so che sono lì, da qualche parte, dietro la cortina di edifici. Quando invece sono seduto alla scrivania, dalla porta-finestra vedo il condominio di fronte e in particolare una famiglia, composta da madre, nonna e figlio adolescente, che a volte mi sembra di seguire come uno spettatore a teatro. Tornando all’interno della mia stanza, essa è dotata di tutti gli strumenti necessari per il mio lavoro: lessici, repertori, il lap-top ovviamente, il mio caoticissimo tavolo dove riesco tuttavia a raccapezzarmi sempre, la stampante, le fedelissime librerie Billy eccetera. In realtà, anche il salotto adiacente fa parte in senso lato della mia stanza del traduttore. A volte infatti prendo il mio lap-top e mi seggo sul divano, proprio di fronte alla scrivania, e lavoro lì, soprattutto nei momenti di rilettura di una traduzione. La mia stanza tra l’altro è molto luminosa, così l’uso della luce artificiale è ridotto in particolare alle ore serali e notturne – peraltro, lavorando io spesso fino a notte alta, tale vantaggio risulta relativo. Passando al fattore uditivo, devo dire che le mie traduzioni nascono nel silenzio. Non ascolto mai musica mentre lavoro, trovo che interferisca con la musicalità del testo che in quel momento sono impegnato a tradurre. D’altro canto, sarebbe eccessivo affermare che nella mia stanza del traduttore (e quindi nella mia casa) sia del tutto priva di colonna sonora: è quella del traffico pressoché incessante di veicoli (autobus, automobili, ciclomotori) che sfrecciano a quasi ogni ora del giorno e della notte. Alcuni di questi suoni mi sono particolarmente cari: il rombo del primo e dell’ultimo autobus della giornata, rispettivamente alle 4:55 del mattino e verso le 00:30 la sera; il fragore del veicolo che pulisce la strada, che passa tutte le mattine verso le 8:15; e il verso dello zingaro-rigattiere, che passa di solito la domenica mattina sul presto. Quante volte, mentre l’alba mi trovava ancora chino su un testo da tradurre, il primo autobus o il rigattiere mi hanno fatto da segnale che era cominciato un nuovo giorno e io ancora non ero andato a dormire! Un’altra colonna sonora piacevole della mia stanza del traduttore è quella offerta da un piccolo bar musicale chiamato En Athines, ove spesso si esibiscono giovani artisti del rebetiko o della canzone popolare greca. Infine, dalla mia stanza del traduttore scorgo un signore che abita di fronte e che spesso si attarda anche lui, chino su un computer e seduto a una scrivania in una stanza piena di libri. Sono due anni (da quando vivo qui) che mi domando se per caso sia un traduttore anche lui. In questo caso sarei molto curioso di farmi raccontare la “sua” stanza del traduttore.
Se la metafora del ponte fotografa una concezione del tradurre, prendo a prestito questa metafora per parlare dello spazio ideale che è la mia stanza del traduttore, collocata agli estremi – ma spesso anche in punti intermedi non meglio precisati – di percorsi di andata e ritorno fra la mia città e quelle che mi hanno adottato professionalmente.
Mi ci sono rassegnato presto. La stanza del traduttore è ovunque. Quando mi sono deciso a cercarmi un lavoro vero (per andare via di casa) traducevo in cabina (proiettavo film perché avevo il patentino). Tavolo, dizionari, tutto – accanto al calendario della Marini (gosh) del collega. Caricavo e scaricavo i proiettori, mettevo il volume a un livello decente – e via! Se capitava qualcosa me ne accorgevo. Poi tornavo a casa e traducevo a casa. Un altro tavolo (su due caprette), altri dizionari.
C’è stata quella volta, in una torretta che saliva al cielo e io stavo a una scrivania mentre mia figlia appena nata dormiva su un morbido e accogliente letto matrimoniale adagiato a terra. La stanza era inondata di una luce calda e piena e non veniva nemmeno voglia di uscire, non ci fosse stata Buenos Aires fuori.
Il mio studio è la stanza più piccola della casa. È dipinto di verde, un verde che non saprei definire benché sia stata io stessa, tanti anni fa, a scegliere e mischiare le terre naturali dentro la calce che lo ricopre. C’era dell’azzurro, ricordo. Tendo a ricordare dettagli poco importanti; a volte penso che sia l’inevitabile smarrimento di chi da anni passa le sue giornate immerso nelle fantasie altrui. Mi chiedo come sarei se avessi fatto un mestiere diverso, invece di vivere in questa strana solitudine consacrata all’ascolto ossessivo di un assente. Amici editori lamentano una socialità coatta, pesante. I traduttori hanno solo rapporti elettivi eppure alla lunga appaiono non meno affaticati dalla dimensione concreta del mondo. Varcano con inesauribile curiosità ogni frontiera, ma alla fine tornano sempre ad abitare nello spazio bianco fra le righe.
La stanza del traduttore è un rifugio. La stanza del traduttore è un nido, una tana, un luogo di magico oblio in cui talvolta si esercita la sospensione del tempo. La stanza del traduttore è un luogo accogliente dal quale il mondo rimane fuori. Se possibile. Un pezzo di una stanza da scapolo nella casa di famiglia, poi uno studio vero e proprio, più tardi occupato dalla figlia, poi uno stanzino poco più grande di una scrivania, poi ancora una stanza intera con tutte le comodità, un monte di libri, il divano dove leggere, rileggere, crollare di improvvisa stanchezza. Poi chissà. Il leggio, il libro, la tastiera, lo schermo. Che altro serve? Il traduttore la sua stanza ce l’ha dentro. Ne ha mille di stanze, il traduttore.
La stanza dove lavoro è tutto sommato recente: abito al sesto piano di questo appartamento modenese da poco più di un anno. Alla mia destra ho una porta-finestra che dà su un lungo balcone al momento giusto carico di piante e fiori. Il panorama è quello del centro cittadino, in questo momento sotto una nuova nevicata. Il pavimento è in parquet. A sinistra c’è una porta a vetri che arriva fino al soffitto e alle mie spalle, sulla destra, un’apertura nella parete da cui si accede alla sala con caminetto (mai acceso finora).