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	<description>Raccoglie spaccati di vita, ricordi, frammenti del quotidiano di chi lavora dietro le quinte di un libro: il traduttore, l&#039;autore invisibile per eccellenza.</description>
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		<title>Le parole filtrano attraverso il rumore</title>
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		<pubDate>Sun, 10 Feb 2013 22:04:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>herudolph</dc:creator>
				<category><![CDATA[La stanza del traduttore]]></category>
		<category><![CDATA[Gala Maria Follaco]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://lastanzadeltraduttore.files.wordpress.com/2013/02/follaco.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-575" alt="Follaco" src="http://lastanzadeltraduttore.files.wordpress.com/2013/02/follaco.jpg?w=267&#038;h=300" width="267" height="300" /></a>È buffo, ma ho smesso di avere una stanza tutta per me proprio quando ho iniziato a tradurre. L’avevo quando preparavo gli esami all’università, una bella camera confortevole nella casa dei miei genitori a Gaeta; e poi quando studiavo a Tōkyō, una minuscola stanza affacciata su un albero di ciliegio in un silenzio quasi perfetto, interrotto soltanto dal frinire delle cicale in estate e dal picchiettare delle gocce sui vetri durante la stagione delle piogge. All’alba una luce bianca filtrava attraverso le foglie del ciliegio, e dal <i>futon </i>la guardavo illuminare i miei libri sul tavolo. In giapponese si dice <i>komorebi</i>, sole che filtra in mezzo agli alberi. E così, ogni mattina, tornavo a convincermi della bellezza di quella lingua, capace di esprimere con una sola parola una così delicata manifestazione della natura.</p>
<p>Ma delicatezza e bellezza non sono sempre facili da parafrasare. Tutte le sfumature, gli effetti di luce e colore, le pause che celano i significati più profondi di un testo giapponese costituiscono forse l’elemento di maggiore difficoltà per un traduttore.</p>
<p>Su questi problemi mi arrovello nella cucina del mio piccolo appartamento nel centro storico di Napoli, vista sul Vesuvio e nessun ciliegio, chiasso interminabile di auto e motociclette, donne che dai balconi dettano a gran voce la lista della spesa al salumiere al piano strada. Oppure nello studio che divido con i colleghi all’università, tra una lezione e un incontro con gli studenti.</p>
<p>Sembrerebbero condizioni precarie, inadatte a un lavoro che richiede concentrazione, eppure non lo sono. Da quando ho iniziato a tradurre ho scoperto di non aver bisogno di uno spazio particolare.</p>
<p>La parola che cerco, quella che a una prima lettura mi fa pensare: “impossibile da tradurre, servirà una nota!”, è sempre dentro di me da qualche parte, e viene fuori quando meno me l’aspetto, magari proprio mentre sto facendo lezione. E mi basta annotarla sull’agenda per poi correre al computer e inserirla trionfante nel testo italiano, riscoprendo ogni volta la magia di un mestiere che, tra le tante cose, mi ha insegnato il valore della trasparenza e il piacere della timidezza, per superare i limiti fisici e diventare tutt’uno con la letteratura che più amo.</p>
<p><b style="line-height:1.7;">Gala Maria Follaco</b><span style="line-height:1.7;"> insegna lingua e letteratura giapponese all’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale” e traduce autori moderni e contemporanei per grandi e piccole case editrici italiane. Ha iniziato con una raccolta di racconti di Hara Tamiki, scrittore di Hiroshima. L’autrice che ha tradotto di più è Yoshimoto Banana. Il lavoro di cui va più fiera è </span><i style="line-height:1.7;">La Volpe</i><span style="line-height:1.7;">, un breve racconto del suo scrittore preferito, Nagai Kafū, pubblicato di recente su «Paragone». Non è ancora del tutto convinta di poter dire di sé: “sono una traduttrice” (e infatti non lo dice, lo scrive solo nei form di accredito del Salone del Libro, per risparmiare qualche euro), ma intanto continua a tradurre ogni giorno e spera di poterlo fare per tutta la vita. </span></p>
<br />  <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lastanzadeltraduttore.com&#038;blog=22121980&#038;post=574&#038;subd=lastanzadeltraduttore&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Uno squarcio di cielo romano</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Jan 2013 14:20:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>herudolph</dc:creator>
				<category><![CDATA[La stanza del traduttore]]></category>
		<category><![CDATA[Anna Casassas]]></category>
		<category><![CDATA[Casa delle Traduzioni di Roma]]></category>
		<category><![CDATA[catalano]]></category>

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		<description><![CDATA[Per qualche giorno (quasi un mese!) la mia stanza per tradurre è a Roma. Ho la fortuna di essere ospite della Casa delle Traduzioni, nel centro della città. Chi avrebbe potuto mai dirmi che un giorno avrei avuto la possibilità &#8230; <a href="http://lastanzadeltraduttore.com/2013/01/25/uno-squarcio-di-cielo-romano/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lastanzadeltraduttore.com&#038;blog=22121980&#038;post=566&#038;subd=lastanzadeltraduttore&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://lastanzadeltraduttore.files.wordpress.com/2013/01/lastanzaromana.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-567" alt="Uno squarcio di cielo romano" src="http://lastanzadeltraduttore.files.wordpress.com/2013/01/lastanzaromana.jpg?w=225&#038;h=300" width="225" height="300" /></a>Per qualche giorno (quasi un mese!) la mia stanza per tradurre è a Roma. Ho la fortuna di essere ospite della <a title="Casa delle Traduzioni | Roma" href="http://www.comune.roma.it/wps/portal/pcr?jppagecode=casa_traduzioni.wp" target="_blank">Casa delle Traduzioni</a>, nel centro della città. Chi avrebbe potuto mai dirmi che un giorno avrei avuto la possibilità di lavorare in un posto simile?</p>
<p>Il contrasto con la mia stanza abituale di lavoro è enorme, poiché di solito traduco in una casa in mezzo al verde, dove i rumori che si sentono più spesso sono il pastore e le pecore, e anche gli uccelli. Qui invece le strade sono piene di macchine, di gente che parla forte. C’è comunque un suono comune: le campane, che scandiscono il tempo che passa, e dunque segnano il ritmo delle pagine che devo tradurre ogni giorno per rispettare il contratto.</p>
<p>Tutto questo rumore mi fa piacere, perché mi dice costantemente che sono nel paese della letteratura che amo di più, in quella, anche, che mi fa lavorare. E in una casa in cui, grazie alle mille attività che vi si svolgono, le traduzioni, e quindi i traduttori, hanno smesso, una volta tanto, di essere quegli esseri invisibili che fanno sì che i libri stranieri siano pubblicati nella propria lingua, ma che, appunto, in quanto invisibili nessuno ha visto mai: noi, i fantasmi della letteratura.</p>
<p>Sono qui per realizzare un progetto che mi è caro: tradurre <em>La cena delle ceneri</em> di Giordano Bruno in catalano, la mia lingua materna e di lavoro. E qui è il posto ideale perché, oltre alla ricchezza di dizionari che non si trovano on line (e ancora meno a casa), c’è sempre qualcuno disposto ad aiutarmi.</p>
<p>Quando tornerò nel mio paesino vicino ai Pirenei e continuerò a tradurre col ritmo frenetico che impongono le case editrici, ritroverò il silenzio che aiuta la concentrazione, ma mi mancherà questa vita romana e il calore di lavorare in mezzo ad altra gente che capisce e condivide la fatica e il piacere di comprendere un testo fino in fondo e di trovare la parola giusta.</p>
<p><strong>Anna Casassas</strong> ha tradotto in catalano autori quali Baricco, Camilleri, Eco, Erri de Luca, Magris e Pontiggia.</p>
<br />  <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lastanzadeltraduttore.com&#038;blog=22121980&#038;post=566&#038;subd=lastanzadeltraduttore&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Una finestra sui tacchini</title>
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		<pubDate>Sat, 22 Dec 2012 08:48:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>herudolph</dc:creator>
				<category><![CDATA[La stanza del traduttore]]></category>
		<category><![CDATA[Lingua e Cultura Ebraica]]></category>
		<category><![CDATA[Sara Ferrari]]></category>
		<category><![CDATA[Università di Milano]]></category>

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		<description><![CDATA[Faccio la pendolare tra Milano e la campagna piemontese, dove abito, sin dai tempi dell’università. Questo fa sì che svolga il mio lavoro in luoghi diversi. Sono tre in tutto e variano secondo i giorni: i vagoni dei treni e &#8230; <a href="http://lastanzadeltraduttore.com/2012/12/22/una-finestra-sui-tacchini/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lastanzadeltraduttore.com&#038;blog=22121980&#038;post=561&#038;subd=lastanzadeltraduttore&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://lastanzadeltraduttore.files.wordpress.com/2012/12/saraferrari.jpg?w=300&#038;h=200" alt="Una finestra sui tacchini" width="300" height="200" class="alignleft size-medium wp-image-562" />Faccio la pendolare tra Milano e la campagna piemontese, dove abito, sin dai tempi dell’università. Questo fa sì che svolga il mio lavoro in luoghi diversi. Sono tre in tutto e variano secondo i giorni: i vagoni dei treni e l’ufficio dell’università dal lunedì al giovedì, lo studio di casa durante il fine settimana. Anche se amo la vita della pendolare, perché rinnova ogni giorno il piacere disagevole del viaggio, finisce sempre che mi manca qualcosa: un file, un libro, un articolo puntualmente lasciato altrove. Per fortuna la tecnologia spesso mi viene in aiuto e posso proseguire il lavoro in ogni caso. Quando arriva il venerdì, però, è un piacere immenso sedermi alla scrivania nella stanza di casa designata a studio. Finalmente ho tutto ciò che mi serve a portata di mano. E, a dirla tutta, anche quello che non mi serve. Lo studio, infatti, è la sola stanza della casa in cui sono stati concessi pieni poteri al caos, al punto che, in alcuni periodi, entrarvi è fortemente sconsigliato. È relegato nello studio tutto ciò che è di passaggio o in attesa di una sistemazione. Così, di ritorno dalle vacanze o nel periodo delle feste natalizie, ad esempio, sul divano-letto che abbiamo comprato per gli ospiti e sulla poltrona si accumulano pacchetti, borse, fascicoli e vestiti di ogni genere. Quando sparisce qualcosa, è assai probabile che sia sepolto in qualche angolo dello studio. Per non parlare, poi, delle piante grasse di mio marito che, durante l’inverno, trovano anch’esse asilo nella stanza e mi costringono a funamboliche gincane per evitare le loro perfide spine. Oltre al divano-letto, alla poltrona e alla scrivania, domina lo spazio una maestosa biblioteca di legno, ormai traboccante. Un paio d’anni fa, poiché la quantità di libri non accennava a diminuire, abbiamo aggiunto una lunga mensola, che attraversa tutta una parete e, al momento, ha l’importante incarico di dare alloggio ai volumi di poesia ebraica (ma anche qui ci sono degli intrusi). Purtroppo, la stanza è un po’ buia. Quando ci siamo trasferiti, la illuminava soltanto una finestra bassa incorniciata da un arco di mattoni. Così è iniziata la ricerca della luce. Prima abbiamo sistemato una grossa lampada a illuminarmi direttamente la testa e il computer (negli ultimi tempi mio marito ha insinuato il dubbio che mi si possano surriscaldare troppo le idee, staremo a vedere), poi abbiamo aperto una finestrella sul tetto. Il problema non è stato risolto del tutto, ma credo che il piccolo lucernario abbia aggiunto fascino allo studio. Paradossalmente, ciò che più amo di questa stanza è proprio la causa del suo difetto di luce: la finestra bassa con l’arco di mattoni. Mi piace perché, mentre lavoro, posso vedere il cortile della casa accanto, dove, di recente, alle galline si sono aggiunti tre grossi tacchini bianchi che razzolano in allegria tutto il giorno. Poi, ogni tanto, soprattutto nelle stagioni fredde, un passerotto o una cinciallegra si aggrappano con le zampe alle inferriate e sembrano guardare dentro la stanza. Allora significa che è venuto il momento di spegnere il computer e di andare a fare una passeggiata. </p>
<p><strong>Sara Ferrari</strong> si è laureata in Lingua e Letteratura Ebraica all’Università degli Studi di Milano. Vive in provincia di Alessandria e da alcuni anni insegna Lingua e Cultura Ebraica all’Università di Milano. Si occupa soprattutto di poesia ebraica, ma ama tradurre testi di ogni genere. Ha tradotto e curato le antologie <em>Forte come la morte è l’amore. Tremila anni di poesia d’amore ebraica</em> (Salomone Belforte Editore) e <em>La notte tace. La Shoah nella poesia ebraica</em> (Salomone Belforte Editore), il poema di Yehuda Amichai <em>Nel giardino pubblico</em> (A Oriente), <em>Camera Obscura</em> di Tali Latowicki (Salomone Belforte Editore). </p>
<br />  <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lastanzadeltraduttore.com&#038;blog=22121980&#038;post=561&#038;subd=lastanzadeltraduttore&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Il traduttore della stanza</title>
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		<pubDate>Wed, 31 Oct 2012 17:03:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>herudolph</dc:creator>
				<category><![CDATA[La stanza del traduttore]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Sirotti]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura postcoloniale]]></category>

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		<description><![CDATA[The translator’s room&#8230; E qui cosa ci metto, stanza o camera? Cameretta? Cubicolo? Alcova o room of one’s own? Come declinare il tema? Cosa conservare e cosa buttare? What is lost in translation lo ritrovo nel trasloco. Monolocale o bivano: &#8230; <a href="http://lastanzadeltraduttore.com/2012/10/31/il-traduttore-della-stanza/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lastanzadeltraduttore.com&#038;blog=22121980&#038;post=539&#038;subd=lastanzadeltraduttore&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-540" title="Sirotti" alt="" src="http://lastanzadeltraduttore.files.wordpress.com/2012/10/sirotti.jpg?w=300&#038;h=225" height="225" width="300" /><i>The translator’s room</i>&#8230; E qui cosa ci metto, stanza o camera? Cameretta? Cubicolo? Alcova o <i>room of one’s own? </i>Come declinare il tema? Cosa conservare e cosa buttare? <i>What is lost in translation</i> lo ritrovo nel trasloco. Monolocale o bivano: tradurvi tutti i libri, invano. Attenti a c<i>amera</i>, però: è tutt’altra cosa. “La camera del traduttore”. Tradurre per immagini, forse. Videocamera: <i>«Can I have a film for my camera?» </i>Che film vuoi, falso amico sporcaccione! <i>Bedroom, sitting room</i>, <i>dining room</i>, ma la seconda è salotto, la terza è sala da pranzo. Diventa “sala” se non ci si dorme? <i>Hall</i>. Troviamoci nella <i>hall</i>, rigorosamente pronunciata «laól». La parola giusta, in realtà, sarebbe <i>lobby</i>. Lobby di potere, gruppo di pressione; Camera Alta, camera dei deputati. E fuori – nell’atrio, vestibolo o foyer – ecco la buvette! Dove si pappano le paste a poco. Le caste! Per gli inglesi, comunque, è <i>House</i>. Sì, ma c’è anche <i>Home Office</i>. Ministero del focolare domestico? C’è nessuno in Camera? Tutti in <i>camera caritatis</i>. <i>Room </i>vuol dire anche spazio: «Now is it Rome indeed, and room enough, / When there is in it but one only man.» Ma, porco Cassio, possibile che lo pronunciassero uguale? Sennò che gioco di parole è? <i>A little room in Rome</i>, come quella di Keats a Trinità de’ Monti. <i>There’s no room in this little room in Rome</i>. Spazio vitale condiviso col male (del secolo). Stanzino con lettuccio, più che camerino (lì c’è una piccola università, very cozy, arredata con servizi). Forse sgabuzzino? Sfrutta i dimunitivi! Second-best bed (and breakfast). B&amp;B. E <i>spare room</i> cos’è? Salvaspazio o camera per gli ospiti? Guestroom o host room. Che strano, però: com’è possibile che “ospite” sia una parola sola per due concetti opposti! Ospita l’ospite, os(pi)te! «Tradurre è un atto di ospitalità»: vieni, autore caro, siediti qui. Finisco di tradurti un attimo, poi ti faccio il <i>chai</i>. Ma non si troverà male? Non si sentirà imbarazzato? Naturalizzato? Normalizzato? Riconoscerò il contesto? E l’intertesto? E l’ibrido innesto? I miei mobili da novantenne lo rassicureranno? Due credenze con specchio, una delle quali farcita di libri. Ma lo spazio-stanza è dentro alla testa o, tuttalpiù, dentro l’hard disk. «For love, all love of other sights controls, / And makes one little room, an everywhere.» &#8230;E fa di una stanzuccia un dappertutto. Di un «piccolo spazio»&#8230; un «ovunque»? Questo soffitto viola (viola? non era «vola»?). Il cielo in una strofa! Ma Gino, lo conosceva John? La stanza del poeta. <i>The poet’s room is the stanza. </i>Lo spazio del poeta è la strofa. Porte aperte in forme chiuse. Dalla stanza del poeta a quella del traduttore il passo è breve. Trasforma un distico in quattro mosse. <i>Stanza </i>[la zeta è voiced]<i>: group of lines forming one division of a poem</i>. Stanza, <i>group of walls forming one division of a house. </i>House or home? Verse or line? What’s left? The translator’s right! Ora basta. È ora di tornare in classroom. La stanza del traduttore, a volte, è l’aula.</p>
<p><b>Andrea Sirotti</b> “è un fiorentino fissato con la poesia” (cit.).</p>
<br />  <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lastanzadeltraduttore.com&#038;blog=22121980&#038;post=539&#038;subd=lastanzadeltraduttore&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Coelum</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Aug 2012 11:04:13 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Del tradurre in compagnia e in movimento, ove si dimostra quanto falso sia il detto Cœlum non animum etc. Non ho mai avuto una vera stanza, per tradurre. La mia stanza ormai è in ogni luogo. Primo cliché. Vorrei poter &#8230; <a href="http://lastanzadeltraduttore.com/2012/08/06/coelum/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lastanzadeltraduttore.com&#038;blog=22121980&#038;post=530&#038;subd=lastanzadeltraduttore&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-medium wp-image-531" title="coelum" src="http://lastanzadeltraduttore.files.wordpress.com/2012/08/coelum.jpg?w=300&#038;h=225" alt="" width="300" height="225" />Del tradurre in compagnia e in movimento, ove si dimostra quanto falso sia il detto <em>Cœlum non animum etc.</em></strong></p>
<p>Non ho mai avuto una vera stanza, per tradurre. La mia stanza ormai è in ogni luogo. Primo cliché. Vorrei poter dire che, col passare degli anni, sto imparando a rintanarmi, a isolarmi, almeno a periodi, o che ho in animo di costruirmi, per l’avvenire, uno scudo di buone abitudini irrinunciabili, una corazza adamantina di idiosincrasie da traduttore stanziale e solipsista (adoro certi stereotipi), una muraglia inespugnabile di piccoli tenaci rituali, ma non è vero. Sono sempre stato ipercinetico, e tale resterò fino alla fine dei miei giorni, o perlomeno fino alla fine dei miei giorni da traduttore. Irrequietezza. <em>Di pensier in pensier di monte in monte</em>. <em>Cœlum non animum mutant qui trans mare currunt </em>(ah, concedersi il lusso di non controllare la correttezza delle citazioni, visto che non sto traducendo, adesso… O in questa sede vale come “traduzione” anche il travaso del pensiero in frasi che cercano disperatamente di non essere troppo lunghe e sciatte? “Tradurre” in catene, in ceppi, il pensiero catturato, estenuato? Traslare il pensiero-cadavere su carta o sullo schermo?).</p>
<p>Tradurre in treno, tradurre dovunque un ospite sorridente mi metta a disposizione una scrivania e una presa di corrente. Molto spesso l’ospite è una traduttrice, una <em>Jeanne au grand cœur</em> (vd. <em>infra</em>). Basta una scrivania (non si può e non si deve sempre aspirare a <em>una stanza tutta per sé</em>, oggetto del desiderio cui, nondimeno, tutti noi nessuno escluso indirizziamo i nostri sospiri più sospirosi).</p>
<p>Tradurre a letto, quando le ossa provate lo esigono, col valido aiuto di un capiente vassoio per la colazione (portavivande? Pare che sia più corretto chiamarlo così). Ne ho uno in legno chiaro, con zampe retrattili a molla, arcuate, un pezzo da museo, regalo di una zia. Lui sì che è inamovibile, a dispetto della sua origine, della sua natura di oggetto trasportabile. Paradossi. Sta sempre accanto a un lettuccio, nella stanza più piccola della casa (quella che custodisce tutti gli strumenti cartacei, purtroppo sempre più negletti; nostalgia). È docile, rassicurante. Lo uso come comodino basso. Spesso, sempre più spesso viene elevato al rango di reggi-computer, di assistente zelante del traduttore stanco morto e dalla schiena dolorante (le rime sono volute, liberatorie). Ne ho anche un altro, fatto di un materiale misterioso, sintetico, asettico. È dell’Ikea, è neutro, funzionale, muto. Servo muto in seconda. Lui viene trasportato su e giù per la penisola, perché è più piccolo e maneggevole. È un regalo di mia madre, donna spiccia, pratica.</p>
<p><em>Ecfrasis</em> dell’illustrazione che ho scelto (nel ritaglio c’è tutto, tutto è dettaglio, il dettaglio è tutto):</p>
<p>1)     <strong>cartesito</strong> (il leggìo più possente che ci sia, articolo ormai introvabile, in cartone compresso).</p>
<p>2)     <strong>chiavetta</strong> (sesamo esasperante, quando va a singhiozzo; meglio averne due, nelle stagioni più ‘mobili’).</p>
<p>3)     <strong>fogli bianchi</strong> (a volontà; per favorire il folle <em>va-et-vient</em> dallo schermo alla carta dalla carta allo schermo; la fida stampante non si vede, ma c’è, sempre).</p>
<p>4)     <strong>penne colorate</strong> (per assecondare, specie in assenza di stampante a colori, il delirio in technicolor delle varianti, dei ripensamenti, dei dubbi, delle <em>nuances</em>, dei bivii, delle “alternative”, parola-chiave imprescindibile, tormentone che provoca accessi di riso nervoso, quando si lavora in due; terreno di contesa e di lotta senza quartiere, perché la negoziazione non è sempre pacato dialogo socratico).</p>
<p>5)      <strong>caffè</strong> (droga indispensabile; tutt’intorno il bianco latte, il silenzio; l’<em>en plein air</em>, se possibile. Inutile dire che il caffè va a braccetto con le gocce per dormire: regolare artificialmente il ritmo sonno-veglia, delirio demiurgico di onnipotenza; volendo si può optare per l’alternanza caffeina / veronal, così squisitamente letteraria).</p>
<p><strong>Giuseppe Girimonti Greco</strong>, calabro-pugliese, ha studiato Letteratura italiana a Firenze, poi Letterature comparate a Parigi. Adesso è insegnante precario e tiene laboratori di traduzione letteraria “di su di giù di qua di là”: a Milano (a Mediazione linguistico-culturale, da contrattista), Napoli (Herzog) ecc. Ha accantonato quasi del tutto la ricerca perché la Traduzione letteraria è tiranna, gelosa. Ha iniziato <em>volgarizzando</em> saggi ‘tecnici’ su Proust. Da un corpo a corpo con <em>Giornate di lettura</em> (indispensabile per tradurre, a quattro mani con Maria Laura Vanorio, L. Finas, <em>Il raggio della lettura</em>, Introduzione di M. Bongiovanni Bertini, Firenze, Le Cariti) è nato il desiderio di fare il salto verso la traduzione letteraria <em>proprement dite</em>. Dopo aver ‘ripittato’ un paio di <em>pastiches</em> (di Simenon e di Proust), è passato alla traduzione di narrativa ‘di primo grado’ (e alla maniacale attività di revisore, sua croce e delizia): Régis Jauffret per Dante &amp; Descartes di Napoli e per Barbès di Firenze (sempre con M.L. Vanorio), Vladimir Pozner per Adelphi (<em>Tolstoj è morto</em>, premio Fiumi 2010, e <em>Il barone sanguinario</em>, con Lorenza Di Lella), ecc. È scaramantico e non è scaramantico, pertanto annuncia un lavoro in cantiere (uno solo), cui tiene molto: la traduzione delle <em>Nouvelles</em> di Proust per Barbès, a 10 mani… così, tanto per portare alle estreme conseguenze il gioco del tandem, che da molti anni gioca con gioia con la complicità di una premiata ditta napoletana (nucleo storico: M.L. Vanorio e le sorelle Di Lella, le sue tre ‘maestre’).</p>
<br />  <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lastanzadeltraduttore.com&#038;blog=22121980&#038;post=530&#038;subd=lastanzadeltraduttore&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>La stanza di Hermione</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Jul 2012 10:38:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>herudolph</dc:creator>
				<category><![CDATA[La stanza del traduttore]]></category>
		<category><![CDATA[B.S. Johnson]]></category>
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		<category><![CDATA[giornalismo angloamericano]]></category>
		<category><![CDATA[Hermione]]></category>
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		<category><![CDATA[Miguel Siyuco]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-523" title="Hermione" src="http://lastanzadeltraduttore.files.wordpress.com/2012/07/enrico_terri.jpg?w=300&#038;h=225" alt="" width="300" height="225" />Dietro le sbarre del proprio linguaggio, si nota la stanza. Appare come una acerba fantasmagoria di voci prestate, voci che si rincorrono durante l’unica ora d’aria tra il sorgere perenne di lune e soli. Ospita un gatto, una bambina, una donna, che si scambiano di posto, alternandosi nelle associazioni di pensiero come le parole libere nell’amabile dizionario nomenclatore. Ospita libri morti, ravvivati di tanto in tanto dalla vena comica del furioso Swift, dal coraggio infinito dell’umbratile Bruno, dal sorriso saggio dell’amico Sterne, dalle grida mute dell’instancabile Joyce. Il traduttore la abita immaterialmente. Vi passa giorni che sembrano minuti, tra un’ora d’aria e l’altra, in attesa di uscire nel mondo di fuori.</p>
<p><strong>Enrico Terrinoni</strong> insegna letteratura inglese all’<a title="Università per Stranieri di Perugia" href="http://www.unistrapg.it/" target="_blank">Università per Stranieri di Perugia</a>. È autore di libri e articoli su Joyce, la letteratura irlandese, il giornalismo angloamericano. Oltre alla traduzione dell’Ulisse di James Joyce (con Carlo Bigazzi) uscita per Newton Compton – opera finalista al <a title="Premio Napoli 2012" href="http://www.premionapoli.it/?p=1087" target="_blank">Premio Napoli</a> per la lingua e la cultura italiana 2012 (sezione Traduzione) –, ha tradotto autori quali Muriel Spark, Brendan Behan, Gerard Mannix Flynn, B.S. Johnson, John Burnside, Miguel Siyuco, Peter Murphy, ed è in procinto di lavorare su Nathaniel Hawthorne.</p>
<br />  <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lastanzadeltraduttore.com&#038;blog=22121980&#038;post=522&#038;subd=lastanzadeltraduttore&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Senza i tigli, allora no</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Jun 2012 09:05:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>herudolph</dc:creator>
				<category><![CDATA[La stanza del traduttore]]></category>
		<category><![CDATA[C.I. Loos]]></category>
		<category><![CDATA[Gabriella de’Grandi]]></category>
		<category><![CDATA[Glauser]]></category>
		<category><![CDATA[Guardini]]></category>
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		<category><![CDATA[Kafka]]></category>
		<category><![CDATA[Loetscher]]></category>
		<category><![CDATA[premio traduttori Pro Helvetia]]></category>
		<category><![CDATA[Reggio Emilia]]></category>
		<category><![CDATA[Roth]]></category>

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		<description><![CDATA[Chi è entrato nel mio studio dal 1982? Beh, per primo Glauser, direi, quasi ogni giorno, fino all’anno scorso. E non escludo che lo rivedrò. Poi Cécile Ines Loos, la seconda volta mi ha lasciato il suo velo d’oro da &#8230; <a href="http://lastanzadeltraduttore.com/2012/06/06/senza-i-tigli-allora-no/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lastanzadeltraduttore.com&#038;blog=22121980&#038;post=514&#038;subd=lastanzadeltraduttore&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-515" title="Senza i tigli" src="http://lastanzadeltraduttore.files.wordpress.com/2012/06/tigli.jpg?w=300&#038;h=199" alt="" width="300" height="199" />Chi è entrato nel mio studio dal 1982?</p>
<p>Beh, per primo Glauser, direi, quasi ogni giorno, fino all’anno scorso. E non escludo che lo rivedrò. Poi Cécile Ines Loos, la seconda volta mi ha lasciato il suo velo d’oro da sposa. Hugo Loetscher aveva per mano la piccola Fatima, venivano dal mondo dei miracoli e adesso ci sono tornati insieme. Joseph Roth mi ha portato i suoi feuilleton sulla Francia e un delizioso ventaglio di racconti che conservo nella mente come una reliquia. E Kafka? Pure lui è stato qui. Che mesi di esaltazione e tremori per quei quattro racconti di diamante. Faccia del suo meglio, leggevo negli occhi che le incisioni di Alberto Manfredi hanno reso, se possibile, ancora più profondi. E del mio meglio ho fatto, e forse è il meglio che ho fatto. C’entra anche Ermanno Cavazzoni nell’Artista del digiuno, e credo che saremo grati l’uno all’altra per quell’impresa. Ora l’ospite fisso è Hansjörg Schneider. Da quando ci siamo conosciuti a Soletta, ho aggiunto un amuleto alla mia collezione di pezzi rari che mi difendono dalla vacuità. E perché non dimentichi il Ticino nei mesi in cui sono emiliana, Hesse ha pensato bene di rinfrescarmi la memoria imponendomi funambolismi quotidiani di pensieri e parole, nuovo inizio in Ticino, chiese e cappelle in Ticino, ringraziamento al Ticino. Anche se volessi, come potrei divagare?</p>
<p>Francesco è uno degli habitué, ha sempre infranto ogni regola, interrompe a suo piacimento ogni mio labile pensiero, sfonda la porta aperta e si impadronisce di questa sacra cella. Forse nemmeno se ne accorge. Si siede in poltrona, incomincia a raccontare e frantuma con una risata la povera ragnatela che tessevo da ore, sempre intorno alla medesima frase. Ma lui non conosce confini, e lo devo accettare. È mio figlio.</p>
<p>Quando esco di casa in questi giorni del terremoto penso, Signore, se tutto deve crollare, lascia almeno lo studio. Anche senza il muro esterno, come le case della guerra. Lasciami qui, affacciata sul nulla. Non privarmi dei tigli, del loro profumo di fine maggio. Se tutto deve crollare, voglio almeno una scala aerea che mi porti quassù. E di quello che ho accumulato negli anni, maschere, libri, ceramiche, vetri, lascia almeno il frammento di muro rubato alla Waldau nel padiglione di Walser. E le ceneri di G. Prenditi pure le fotografie, tanto la mia famiglia è dentro di me.</p>
<p>Io non sono quello che ho. Ma questo studio è l’eccezione.</p>
<p><strong>Gabriella de’ Grandi</strong> vive a Reggio Emilia. È traduttrice letteraria da trent’anni. Solo a pensarci, quasi si spaventa. Ha capito che le piaceva quando era al liceo, greco e latino. Si è laureata a Bologna, ma non ha frequentato scuole di traduzione. Ha tradotto tra gli altri Glauser, C.I. Loos, Loetscher, Hohler, Guardini, Roth, Kafka, H. Schneider. Il numero dei libri non se lo ricorda. Nel 2004 Pro Helvetia le ha conferito il premio per la traduzione. Ha molti amici traduttori, e questa è una grande fortuna. All’inizio non era così. All’inizio si è soli.</p>
<br />  <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lastanzadeltraduttore.com&#038;blog=22121980&#038;post=514&#038;subd=lastanzadeltraduttore&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>La stanza che non c’è più</title>
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		<pubDate>Fri, 01 Jun 2012 08:11:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>herudolph</dc:creator>
				<category><![CDATA[La stanza del traduttore]]></category>
		<category><![CDATA[Modena]]></category>
		<category><![CDATA[Sara Crimi]]></category>
		<category><![CDATA[terremoto]]></category>
		<category><![CDATA[traduzione]]></category>

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		<description><![CDATA[Sono sempre stata una traduttrice vagabonda. Abito a Modena, in un appartamento, e il mio studio era il posto dove appoggiavo il portatile. Prima che nascesse Federico, avevo una stanza tutta per me, ma poi quella è giustamente diventata la &#8230; <a href="http://lastanzadeltraduttore.com/2012/06/01/la-stanza-che-non-ce-piu/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lastanzadeltraduttore.com&#038;blog=22121980&#038;post=503&#038;subd=lastanzadeltraduttore&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://lastanzadeltraduttore.files.wordpress.com/2012/06/saracrimi.jpg?w=300&#038;h=225" alt="" title="Questa stanza non c&#039;è più" width="300" height="225" class="alignleft size-medium wp-image-504" />Sono sempre stata una traduttrice vagabonda.<br />
Abito a Modena, in un appartamento, e il mio studio era il posto dove appoggiavo il portatile. Prima che nascesse Federico, avevo una stanza tutta per me, ma poi quella è giustamente diventata la sua camera, e mio marito mi ha allestito un solaio. Quello è stato il secondo studio più o meno fisso. Dotato di linea telefonica e pieno di libri, ha il difetto di essere gelido d’inverno e bollente d’estate, quindi per non spendere tutti i sudati guadagni in riscaldamento e raffreddamento, ho cominciato a lavorare in casa. Il portatile viaggiava fra cucina e salotto, dove alla fine mi sono risolta ad allestire un tavolo fisso. Questa è la postazione numero tre, quella di gran parte dell’anno, quella che mi ha dato un po’ di stabilità.<br />
D’estate, invece, la famiglia traslocava in campagna. Il passato è d’obbligo, perché alle nove e zero quattro di martedì 29 maggio tutto è cambiato. La stanza che mi ero presa nella casa in campagna era quella d’angolo del primo piano. Tre finestre, un caminetto chiuso ma assai scenografico, due scrivanie (una per il computer e una per le bozze), un divano per i riposini post-prandiali. La finestra di fronte alla scrivania dava sulla paulonia, un albero immenso sul quale nidificano i cuculi e che fa bellissimi fiori viola. Era una stanza ariosa e piena di luce. Adesso non so che ne è di lei. Guardo con gli occhi della mente tutto quello che ci ho lasciato dentro, e mi manca ogni minima cosa. Oggi il dolore è forte. Oggi so che in quella stanza non lavorerò più per molto tempo ancora. Forse ricostruiremo da zero, forse riusciremo a recuperare qualcosa.<br />
Adesso la stanza della traduttrice è di nuovo la cucina, perché a due giorni di distanza dalla scossa non riesco a sedermi alla scrivania in salotto, dov’ero quando è arrivata.<br />
In quel momento stavo “imburrando la teglia”, è così che dicono i traduttori quando preparano i file per un nuovo libro. Prima di scrivere queste righe ho finito il lavoro che avevo interrotto.<br />
I committenti mi hanno concesso delle dilazioni, mi stanno persino proponendo nuovi lavori.<br />
Adesso raduno la concentrazione, mi lascio il tempo di riprendermi e, con i tempi che riesco a concedermi, ricomincio.<br />
Adesso devo andare avanti.</p>
<p><a href="http://www.saracrimi.com/" title="Sara Crimi" target="_blank">Sara Crimi</a>, modenese, è traduttrice e redattrice free-lance. Si occupa di editoria da dieci anni. [<a href="http://scritturaeriscrittura.blogspot.com/" title="Scrittura e riscrittura" target="_blank">Scrittura &amp; riscrittura</a>]</p>
<br />  <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lastanzadeltraduttore.com&#038;blog=22121980&#038;post=503&#038;subd=lastanzadeltraduttore&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Sulle tracce di Ermes</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Apr 2012 07:28:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>herudolph</dc:creator>
				<category><![CDATA[La stanza del traduttore]]></category>
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		<category><![CDATA[Odòs Charilaou Trikoupi]]></category>
		<category><![CDATA[rebetiko]]></category>

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		<description><![CDATA[La mia stanza del traduttore attuale (ce ne sono state altre tre nella mia vita) si trova al terzo piano di un classico condominio ateniese degli anni Sessanta. In realtà, si tratta della sala da pranzo, che io ho adibito &#8230; <a href="http://lastanzadeltraduttore.com/2012/04/13/sulle-tracce-di-ermes/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lastanzadeltraduttore.com&#038;blog=22121980&#038;post=471&#038;subd=lastanzadeltraduttore&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://lastanzadeltraduttore.files.wordpress.com/2012/04/dal-balcone.jpg?w=239&#038;h=300" alt="" title="Dal balcone" width="239" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-472" />La mia stanza del traduttore attuale (ce ne sono state altre tre nella mia vita) si trova al terzo piano di un classico condominio ateniese degli anni Sessanta. In realtà, si tratta della sala da pranzo, che io ho adibito a stanza del traduttore, alla quale si accede mediante un&#8217;ampia porta scorrevole che la mette in collegamento con il salotto. Un lungo balcone unisce i due ambienti e funge da provvidenziale via d&#8217;uscita nei momenti di più forte tensione lavorativa. Infatti dal mio balcone l&#8217;occhio può spaziare, sia verso destra sia verso sinistra, lungo l&#8217;asse viario di Odòs Charilaou Trikoupi (Charìlaos Trikoupis fu un importante uomo politico greco dei primi del Novecento). La Odòs Charilaou Trikoupi è lunga circa un chilometro e mezzo, e mette in comunicazione il centro storico di Atene con i quartieri a settentrione di Exarchia, Neàpoli, Panathìnea e infine Ghizi. Il panorama che si gode dal mio balcone trovo che sia molto affascinante: una imponente doppia muraglia di edifici rallegrati dalle macchie verdi delle terrazze piantumate offre la sensazione a me tanto cara della compattezza della città, mentre il digradare della muraglia stessa, secondo il gioco illusorio della prospettiva (favorito dal fatto che la strada si trova in lieve declivio), mi conduce mentalmente al baricentro di Atene, l&#8217;Acropoli con il Partenone, che non vedo ma so che sono lì, da qualche parte, dietro la cortina di edifici. Quando invece sono seduto alla scrivania, dalla porta-finestra vedo il condominio di fronte e in particolare una famiglia, composta da madre, nonna e figlio adolescente, che a volte mi sembra di seguire come uno spettatore a teatro. Tornando all&#8217;interno della mia stanza, essa è dotata di tutti gli strumenti necessari per il mio lavoro: lessici, repertori, il lap-top ovviamente, il mio caoticissimo tavolo dove riesco tuttavia a raccapezzarmi sempre, la stampante, le fedelissime librerie Billy eccetera. In realtà, anche il salotto adiacente fa parte in senso lato della mia stanza del traduttore. A volte infatti prendo il mio lap-top e mi seggo sul divano, proprio di fronte alla scrivania, e lavoro lì, soprattutto nei momenti di rilettura di una traduzione. La mia stanza tra l&#8217;altro è molto luminosa, così l&#8217;uso della luce artificiale è ridotto in particolare alle ore serali e notturne – peraltro, lavorando io spesso fino a notte alta, tale vantaggio risulta relativo. Passando al fattore uditivo, devo dire che le mie traduzioni nascono nel silenzio. Non ascolto mai musica mentre lavoro, trovo che interferisca con la musicalità del testo che in quel momento sono impegnato a tradurre. D&#8217;altro canto, sarebbe eccessivo affermare che nella mia stanza del traduttore (e quindi nella mia casa) sia del tutto priva di colonna sonora: è quella del traffico pressoché incessante di veicoli (autobus, automobili, ciclomotori) che sfrecciano a quasi ogni ora del giorno e della notte. Alcuni di questi suoni mi sono particolarmente cari: il rombo del primo e dell&#8217;ultimo autobus della giornata, rispettivamente alle 4:55 del mattino e verso le 00:30 la sera; il fragore del veicolo che pulisce la strada, che passa tutte le mattine verso le 8:15; e il verso dello zingaro-rigattiere, che passa di solito la domenica mattina sul presto. Quante volte, mentre l&#8217;alba mi trovava ancora chino su un testo da tradurre, il primo autobus o il rigattiere mi hanno fatto da segnale che era cominciato un nuovo giorno e io ancora non ero andato a dormire! Un&#8217;altra colonna sonora piacevole della mia stanza del traduttore è quella offerta da un piccolo bar musicale chiamato En Athines, ove spesso si esibiscono giovani artisti del rebetiko o della canzone popolare greca. Infine, dalla mia stanza del traduttore scorgo un signore che abita di fronte e che spesso si attarda anche lui, chino su un computer e seduto a una scrivania in una stanza piena di libri. Sono due anni (da quando vivo qui) che mi domando se per caso sia un traduttore anche lui. In questo caso sarei molto curioso di farmi raccontare la &#8220;sua&#8221; stanza del traduttore.</p>
<p><strong>Maurizio De Rosa</strong> è traduttore letterario dal greco moderno. Nato a Milano nel 1971, vive e lavora ad Atene.</p>
<br />  <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lastanzadeltraduttore.com&#038;blog=22121980&#038;post=471&#038;subd=lastanzadeltraduttore&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Il ponte</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Apr 2012 09:35:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>herudolph</dc:creator>
				<category><![CDATA[La stanza del traduttore]]></category>
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		<description><![CDATA[Se la metafora del ponte fotografa una concezione del tradurre, prendo a prestito questa metafora per parlare dello spazio ideale che è la mia stanza del traduttore, collocata agli estremi &#8211; ma spesso anche in punti intermedi non meglio precisati &#8230; <a href="http://lastanzadeltraduttore.com/2012/04/11/il-ponte/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lastanzadeltraduttore.com&#038;blog=22121980&#038;post=476&#038;subd=lastanzadeltraduttore&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://lastanzadeltraduttore.files.wordpress.com/2012/04/il-ponte-mirella-piacentini-stanza-del-traduttore.jpg?w=300&#038;h=226" alt="" title="Il ponte " width="300" height="226" class="alignleft size-medium wp-image-477" />Se la metafora del ponte fotografa una concezione del tradurre, prendo a prestito questa metafora per parlare dello spazio ideale che è la mia stanza del traduttore, collocata agli estremi &#8211; ma spesso anche in punti intermedi non meglio precisati &#8211; di percorsi di andata e ritorno fra la mia città e quelle che mi hanno adottato professionalmente.<br />
La mia stanza è uno spazio mobile, sempre provvisoriamente stabile, che cerca di nutrirsi di questa sua provvisoria stabilità. Ho imparato a riconoscere i tratti delle varie forme che prende questo spazio mobile, le sue peculiarità quando diventa provvisoriamente stabile: la luminosità e il silenzio dello spazio fisso delle andate; il calore, il colore e qualche interruzione di troppo nello spazio fisso dei ritorni.<br />
Nel mezzo, grandi arcate e frecce di ogni colore, per isolarsi il tempo di un viaggio nei territori del testo e non solo.<br />
Nel mezzo, il ponte, che con la sua solidità unisce le andate e i ritorni.<br />
Tradurre per me è creare ogni volta uno spazio di luce e armonia tra gli impegni accademici. Tradurre è entrare in una stanza inondata di musica e sfavillante di luce e lasciarsi sorprendere dal ritmo, guidare il movimento del prisma finché i colori brillano ‘come di luce riflessa in pienezza’.<br />
La traduzione reclama attenzione, lo fa in maniera categorica. E io rispondo al bisogno di chiudermi nella mia stanza ideale. Qualunque forma prenda, a qualunque latitudine, ha sempre una finestra. E sempre, inevitabilmente, questa finestra si affaccia su questo ponte. </p>
<p><strong>Mirella Piacentini</strong>, milanese, laurea e dottorato conseguiti presso l’Università Cattolica di Milano. In quegli anni di studio e allegria, all’ombra dei chiostri dell’antico monastero di S. Ambrogio, ho maturato la decisione (forse non del tutto saggia) di proseguire lungo la via che mi indicavano quelle che a oggi continuo a considerare figure maestre.<br />
Dopo aver collaborato con vari atenei milanesi e l’Alma Mater Studiorum bolognese, sono attualmente docente presso l’Università degli Studi di Padova, dove mi occupo degli insegnamenti di Lingua Francese per le Facoltà di Lettere e Filosofia e Scienze Politiche e degli insegnamenti di Lingua Francese e Didattica della Lingua Francese per la Facoltà di Scienze della Formazione.<br />
Il felice incontro con Sara Saorin della casa editrice <a href="http://www.camelopardus.it/" title="Camelopardus" target="_blank">Camelopardus</a> mi ha permesso di concretizzare un progetto traduttivo a lungo rimandato, la pubblicazione di <em><a href="http://www.camelopardus.it/scheda_libro.php?id_libro=10" title="Troppa fortuna" target="_blank">Troppa Fortuna</a></em> di Hélène Vignal (Ibby Honour List 2012 come ‘miglior opera tradotta’; candidato al premio Andersen Italia – Il mondo dell’infanzia 2012). Da questo incontro nasce la passione per quel settore ‘jeunesse’, ricco, variegato multiforme a cui tornerò tra pochi minuti. Il tempo di lasciare un segno della mia presenza in questo spazio virtuale così ricco di calore e passione e ritornerò nel mio spazio mobile affacciato sul mio ponte a tradurre l’incanto di un amore adolescenziale.</p>
<br />  <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lastanzadeltraduttore.com&#038;blog=22121980&#038;post=476&#038;subd=lastanzadeltraduttore&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>La stanza è ovunque</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Mar 2012 12:29:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>herudolph</dc:creator>
				<category><![CDATA[La stanza del traduttore]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura americana]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Serrai]]></category>

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		<description><![CDATA[Mi ci sono rassegnato presto. La stanza del traduttore è ovunque. Quando mi sono deciso a cercarmi un lavoro vero (per andare via di casa) traducevo in cabina (proiettavo film perché avevo il patentino). Tavolo, dizionari, tutto – accanto al &#8230; <a href="http://lastanzadeltraduttore.com/2012/03/07/la-stanza-e-ovunque/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lastanzadeltraduttore.com&#038;blog=22121980&#038;post=461&#038;subd=lastanzadeltraduttore&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-462" title="medaglia" src="http://lastanzadeltraduttore.files.wordpress.com/2012/03/medaglia.jpg?w=196&#038;h=300" alt="" width="196" height="300" />Mi ci sono rassegnato presto. La stanza del traduttore è ovunque. Quando mi sono deciso a cercarmi un lavoro vero (per andare via di casa) traducevo in cabina (proiettavo film perché avevo il patentino). Tavolo, dizionari, tutto – accanto al calendario della Marini (gosh) del collega. Caricavo e scaricavo i proiettori, mettevo il volume a un livello decente – e via! Se capitava qualcosa me ne accorgevo. Poi tornavo a casa e traducevo a casa. Un altro tavolo (su due caprette), altri dizionari.</p>
<p>Quando ho abbandonato il lavoro vero (culmine della carriera: una proiezione privata per Sean Penn) perché mi sono rimesso a inseguire la passione (la letteratura americana), sono cominciati i lavori balordi – le collaborazioni universitarie da un capo all’altro della penisola. Perché lo sapete, di traduzioni non si vive, ci vuole sempre dell’altro. Poi sono cominciati i traslochi all’interno di Firenze e la vita si è fatta errabonda (una delle balene bianche del mio campo di studi diceva sempre che “da giovani tutti abbiamo viaggiato” – solo che loro a un certo punto si sono fermati, io e tanti altri no). Alla fine, passando per Detroit (bellissima), mi ha portato qui a Pomezia, tra la tenuta di Castel Porziano (il signor Napolitano è un vicino squisito) e l’aeroporto militare di Pratica di Mare (pure loro, ma un po’ più rumorosi).</p>
<p>Dunque la necessità di creare due stanze, la prima mobile: notebook leggero, batterie cinesi potenziate, lettore mp3, kindle, chiavette USB/Internet e ammennicoli vari, compreso il nuovo accumulatore d’emergenza Duracell, e infine zainetto tattico (IKEA) per contenere tutto. Posso pure accedere in remoto (dal cellulare) al PC di casa.</p>
<p>La stanza mobile si porta dietro dove si va e funziona sui treni, sulla metro, sugli autobus, sulle panchine, seduti per terra, alle poste, in varie sale d’attesa e perfino a casa dei suoceri. Ovunque, perché voi lo sapete, il tempo è come le patate fritte: non ce n’è mai abbastanza. La stanza fissa invece ha dovuto essere autosufficiente stile rifugio atomico: di là dalla rete metallica avrò pure il Presidente, però di qua mancano l’ufficio postale, la libreria, la biblioteca, la copisteria, e va via la luce piuttosto spesso. Allora: fotocopiatrice, fax, battaglie per l’ADSL (vinte solo l’anno scorso), poi gruppo di continuità per il PC e – ciliegina – un vecchio telefono militare di quelli con la manovella, in bachelite, da usare quando va via la corrente e il cordless “muore”. Mio zio pensionato Telecom mi ha spiegato come costruire un accrocchio che lo rende compatibile con la rete di casa. Un mobile a serrandina ospita la succursale delle Poste dove preparo gli invii: modulistica, francobolli, bilancia, carta da pacchi, scatole, buste imbottite e non, e blah blah blah. Due caffettiere sempre a tutto vapore – e via! Prima o poi impianterò anche una stazione radio.</p>
<p>La stanza fissa è anche un palcoscenico; una scenografia che cambia a seconda di quel che si traduce. Esempio: nuovo libro, Seconda guerra mondiale: wallpaper “Keep Calm and Carry On”, raccolta con ore e ore di radiogiornali d’epoca in tutte le lingue da mettere in background, foto del periodo e – ciliegina – la medaglia sovietica del 40ennale della Grande guerra patriottica. Me la “conferirò” quando avrò finito. Quel giorno, desiderato (748 pagine) e temuto (verrà qualcosa, dopo?), altra cerimonia, questa sempre uguale: lettura, King James – 2 Timothy 4:7.</p>
<p>Ma la stanza è ovunque anche perché – banalità in arrivo! – il traduttore è come il carabiniere: sempre in servizio. Sbircia cosa legge la gente. Ascolta cosa dice. Perché la ricerca di quella parola, di quel tono di voce, di quell’idioletto non si arresta mai. Perché la soluzione a uno di un milione di problemi può essere nascosta dappertutto: in una pubblicità, nella scritta su un muro, nello straparlare di qualche invitato a qualche trasmissione, nelle chiacchiere di un tale al cellulare. È una condanna meravigliosa, dover tenere sempre le antenne alzate: ascoltare tutto, guardare tutto, leggere tutto. Perché la stanza non è solo ovunque. La stanza è ogni cosa. La stanza è il bene assoluto. Oltre la stanza, il grande tutto, che è anche il grande nulla (misto di citazioni: Hemingway e Schindler’s List).</p>
<p><strong>Roberto Serrai</strong> (1967) traduce dal 1992. Quindi, quest’anno compie vent’anni. Insegue la letteratura americana da molto prima, e per ora lei gli si nega. Quando si incontrano lei ha spesso le sembianze di Simon Legree. Ha lavorato al cinema e gliene sono capitate di tutte. Una volta ha aiutato un noto attore a gestire la crisi di nervi di una nota attrice, un’altra rianimato con i sali le fan in deliquio di un altro noto attore. Di quegli anni ha un rimpianto: aver dato buca a una cena dov’era invitata Rosamund Pike. Lo sopportano una moglie e un figlio.</p>
<br />  <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lastanzadeltraduttore.com&#038;blog=22121980&#038;post=461&#038;subd=lastanzadeltraduttore&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Tra la terra e il cielo</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Mar 2012 09:58:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>herudolph</dc:creator>
				<category><![CDATA[La stanza del traduttore]]></category>
		<category><![CDATA[Cristina Vezzaro]]></category>

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		<description><![CDATA[C’è stata quella volta, in una torretta che saliva al cielo e io stavo a una scrivania mentre mia figlia appena nata dormiva su un morbido e accogliente letto matrimoniale adagiato a terra. La stanza era inondata di una luce &#8230; <a href="http://lastanzadeltraduttore.com/2012/03/04/tra-la-terra-e-il-cielo/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lastanzadeltraduttore.com&#038;blog=22121980&#038;post=447&#038;subd=lastanzadeltraduttore&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-448" title="Tra la terra e il cielo" src="http://lastanzadeltraduttore.files.wordpress.com/2012/03/tra-la-terra-e-il-cielo.jpg?w=300&#038;h=225" alt="" width="300" height="225" />C’è stata quella volta, in una torretta che saliva al cielo e io stavo a una scrivania mentre mia figlia appena nata dormiva su un morbido e accogliente letto matrimoniale adagiato a terra. La stanza era inondata di una luce calda e piena e non veniva nemmeno voglia di uscire, non ci fosse stata Buenos Aires fuori.</p>
<p>Poi c’è stato quel tavolo rivolto verso una parete dove un artista francese e una donna tedesca avevano appeso appunti, fatture, piccoli schizzi preparatori. E se mi voltavo verso sinistra, da quell’ultimo piano, lo sguardo riusciva a spaziare sulle cime degli alberi di Winterfeldplatz, a Berlino, la piazza che il mercoledì e il sabato si animava di un mercato vivacissimo e coloratissimo.</p>
<p>C’è stato un 4 luglio triste e solitario a Philadelphia, con un caldo torrido e ancora una volta una stanza in alto, al piano superiore di una casetta storica vicino a Rittenhouse Square, una specie di mansarda con una finestra che affacciava sulla casa di fronte, la terrazza a listoni di legno chiari e le poltrone di legno estive che la sera raccoglievano le risate dei vicini. E tra una riga e l’altra, al piano di sotto, un pianoforte, unica timida consolazione nella desolata solitudine di quei giorni.</p>
<p>Ci sono stati innumerevoli affacci pieni di energia e <em>great expectations</em> sui grattacieli di New York. Dal 35° piano sulla 72a UES, con lo sfondo delle torri della Time Warner a Columbus Circle e lo scorcio di Central Park. Dal 21° piano sulla 72a UWS, con il fiume Hudson che brillava sotto il sole di agosto, una barca a vela che si muoveva lenta e lo spiazzo senza palazzi proprio davanti a casa, dove lo sguardo vagava alla ricerca di parole e frasi, o forse solo di sé.</p>
<p>E poi c’è casa mia, a Torino, ancora una volta appesa al cielo, con la luce che entra dai lucernari anche quando non c’è il sole, anche quando è inverno. E verso sera, al tramonto, entra anche dalle finestre verticali e si dipinge di un rosso che si proietta su una parete rossa: il rosso stimola la concentrazione, così dicono. Al mio fianco la compagnia di una libreria, il sottofondo della musica.</p>
<p>La stanza del traduttore me la sono portata dietro ovunque, insieme a una tastiera e a un mondo da scoprire, dentro un testo o tra la terra e il cielo.</p>
<p><strong><a title="Cristina Vezzaro" href="http://lacrizzi.blogspot.com/" target="_blank">Cristina Vezzaro</a></strong> vive tra le storie: quelle che traduce, quelle che racconta, quelle che scrive e quelle che (rac)coglie in giro per il mondo.</p>
<br />  <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lastanzadeltraduttore.com&#038;blog=22121980&#038;post=447&#038;subd=lastanzadeltraduttore&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Torre di sotto</title>
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		<pubDate>Wed, 29 Feb 2012 11:02:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>herudolph</dc:creator>
				<category><![CDATA[La stanza del traduttore]]></category>
		<category><![CDATA[A. Grandes]]></category>
		<category><![CDATA[C. Fuentes]]></category>
		<category><![CDATA[Fogwill]]></category>
		<category><![CDATA[G. García Márquez]]></category>
		<category><![CDATA[Gli autori invisibili. Incontri sulla traduzione letteraria]]></category>
		<category><![CDATA[I Premio di Traduzione Letteraria dell'Instituto Cervantes]]></category>
		<category><![CDATA[Ilide Carmignani]]></category>
		<category><![CDATA[J. L. Borges]]></category>
		<category><![CDATA[L. Cernuda]]></category>
		<category><![CDATA[L. Sepúlveda]]></category>
		<category><![CDATA[le Giornate della Traduzione Letteraria]]></category>
		<category><![CDATA[O. Paz]]></category>
		<category><![CDATA[P. Neruda]]></category>
		<category><![CDATA[R. Bolaño]]></category>
		<category><![CDATA[S. Arduini]]></category>
		<category><![CDATA[Salone del Libro di Torino]]></category>

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		<description><![CDATA[Il mio studio è la stanza più piccola della casa. È dipinto di verde, un verde che non saprei definire benché sia stata io stessa, tanti anni fa, a scegliere e mischiare le terre naturali dentro la calce che lo &#8230; <a href="http://lastanzadeltraduttore.com/2012/02/29/torre-di-sotto/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lastanzadeltraduttore.com&#038;blog=22121980&#038;post=439&#038;subd=lastanzadeltraduttore&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-440" title="Torre di sotto" src="http://lastanzadeltraduttore.files.wordpress.com/2012/02/torre-di-sotto.jpg?w=225&#038;h=300" alt="" width="225" height="300" />Il mio studio è la stanza più piccola della casa. È dipinto di verde, un verde che non saprei definire benché sia stata io stessa, tanti anni fa, a scegliere e mischiare le terre naturali dentro la calce che lo ricopre. C&#8217;era dell&#8217;azzurro, ricordo. Tendo a ricordare dettagli poco importanti; a volte penso che sia l’inevitabile smarrimento di chi da anni passa le sue giornate immerso nelle fantasie altrui. Mi chiedo come sarei se avessi fatto un mestiere diverso, invece di vivere in questa strana solitudine consacrata all’ascolto ossessivo di un assente. Amici editori lamentano una socialità coatta, pesante. I traduttori hanno solo rapporti elettivi eppure alla lunga appaiono non meno affaticati dalla dimensione concreta del mondo. Varcano con inesauribile curiosità ogni frontiera, ma alla fine tornano sempre ad abitare nello spazio bianco fra le righe. </p>
<p>Quando mi siedo come adesso al lavoro, ho alle spalle una libreria stracolma, con dentro i libri che ho tradotto e quelli che mi sono più cari. E poi i testi che devo leggere per lavoro o per amicizia, i saggi di teoria della traduzione e i dizionari, anche se ormai non li uso più su carta. Gli scaffali, al centro, lasciano libera una specie di nicchia che accoglie la mia poltrona: è come un abbraccio. Può accadere di tutto, anzi è successo: malattie e morti, piccoli e grandi dispiaceri della vita, ma questo abbraccio mi conforta sempre. “Meno male che ho letto. Meno male che posso ancora leggere” scriveva Roberto Bolaño. “Meno male che ho tradotto. Meno male che posso ancora tradurre” penso io, e scivolare nello spazio bianco fra le righe respirando al ritmo di una voce lontana, la narrazione di un’altra esistenza.</p>
<p>Davanti a me, sulla scrivania rotonda, tutto quello che serve: il computer, due lampade diverse, una metallica che punta compatta il suo fascio di luce sull&#8217;originale, l&#8217;altra con un cappello di garza leggera per illuminare delicatamente il resto, e poi una gomma e un lapis con il suo appuntalapis. Se mai un giorno deciderò di scrivere in proprio, invece di continuare con questa forma di scrittura silente e vicaria che è la traduzione, sarà per usare le parole della mia infanzia senza costringermi al perfetto traducente. Ambizione, temo, troppo modesta per uno scrittore. Ma quel giorno, per una volta, le parole saranno per me davvero le cose che ho vissuto. </p>
<p>Sulla parete di fronte alla scrivania sono appesi due quadri, uno a destra e uno a sinistra dell’unica finestra della stanza. A destra, c’è una vecchia stampa francese dell&#8217;America Latina con infilata nella cornice una cartolina in bianco e nero su cui uno scrittore cileno mi ha scritto a mano una brevissima poesia. A sinistra, in mezzo alle foto di Duccio e Guido Idalgo, una biblioteca di Cambridge, i due vulcani di Città del Messico, una conchiglia di san Giacomo e due moniti molto interessanti per un traduttore. Il primo è di Muntadas: &#8220;Warning: perception requires involvement”; dovere e rischio assieme, la traduzione è per gli audaci. Il secondo è anonimo: &#8220;Goditi i vantaggi di una posizione sottopagata&#8221;. </p>
<p>In mezzo ai due quadri, esattamente davanti alla scrivania, si apre la finestra e dietro, oltre un nespolo, i verdi del bosso e dell’alloro, un grande cipresso scuro, una vecchia cappella, il grigio degli olivi e, in lontananza, il profilo della collina che scende verso Lucca coperta qua di pini, là di acacie, fra poco tutte bianche di fiori. È molto bello. Di rado alzo la testa dalla pagina.</p>
<p><strong>Ilide Carmignani</strong> è nata e vive in Toscana. Ha tradotto un centinaio di opere (R. Bolaño, J. L. Borges, L. Cernuda, Fogwill, C. Fuentes, A. Grandes, G. García Márquez, P. Neruda, O. Paz, L. Sepúlveda). Ha tenuto corsi e seminari di traduzione letteraria presso università italiane e straniere. Nel 2000, ha vinto il I Premio di Traduzione Letteraria dell&#8217;Instituto Cervantes. Cura gli eventi sulla traduzione per il Salone del Libro di Torino e organizza, insieme al prof. S. Arduini, le Giornate della Traduzione Letteraria.  Ha pubblicato <em>Gli autori invisibili. Incontri sulla traduzione letteraria</em>, Besa 2008.</p>
<br />  <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lastanzadeltraduttore.com&#038;blog=22121980&#038;post=439&#038;subd=lastanzadeltraduttore&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>La stanza dentro</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Feb 2012 15:17:26 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://lastanzadeltraduttore.files.wordpress.com/2012/02/stanza-berni.jpg?w=300&#038;h=227" alt="" title="La stanza dentro" width="300" height="227" class="alignleft size-medium wp-image-433" />La stanza del traduttore è un rifugio. La stanza del traduttore è un nido, una tana, un luogo di magico oblio in cui talvolta si esercita la sospensione del tempo. La stanza del traduttore è un luogo accogliente dal quale il mondo rimane fuori. Se possibile. Un pezzo di una stanza da scapolo nella casa di famiglia, poi uno studio vero e proprio, più tardi occupato dalla figlia, poi uno stanzino poco più grande di una scrivania, poi ancora una stanza intera con tutte le comodità, un monte di libri, il divano dove leggere, rileggere, crollare di improvvisa stanchezza. Poi chissà. Il leggio, il libro, la tastiera, lo schermo. Che altro serve? Il traduttore la sua stanza ce l’ha dentro. Ne ha mille di stanze, il traduttore.</p>
<p>E dentro, nella stanza del traduttore, c’è il mondo del libro che si apre e trabocca di vita. <em>Il</em> libro, uno alla volta, cristallizzato in una scena, un’atmosfera alla quale il traduttore si aggrappa per il numero di pagine necessario. Poi infine molla ogni cosa, vaga, si aggrappa altrove. Il tempo che serve. A una parete le foto di ‘loro’, gli scrittori scomparsi da un pezzo, quelli mai incontrati, quelli amici, più volte compagni di strada, quelli che poi non ci sono più, perché il traduttore cresce e qualche autore, qualche amico, qualche compagno di strada se ne va lasciando un gran vuoto. Il mondo sta fuori, fuori dalla finestra, il mondo in cui passano gli alberi, i fiori, il sole che gira, l’ombra che cala, i rumori, la realtà, le stagioni. Ma le stagioni del traduttore non sono quelle, le stagioni del traduttore sono le onde lunghe del testo, l’ascesa faticosa, la scalata delle pagine, la vetta. E poi da capo. Una, due, dieci, cinquanta volte. Tante stagioni, tante scene, tante sensazioni provate e riprodotte. La salita e la discesa, la fatica e il sollievo. Aver davanti trecento pagine e averle dietro. Non è la stessa cosa. Le onde lunghe dell’umore, dall’entusiasmo di ogni nuovo frontespizio allo scoraggiamento quando l’inizio e la fine sono entrambi lontani, dai giri di boa dei traguardi intermedi all’euforia della fine. E via. E avanti un altro.</p>
<p>La stanza del traduttore è quella che contiene i concreti strumenti dell’artigiano, sempre più tecnologia e sempre meno carta, e gli effimeri espedienti del sognatore che si convince di aver scovato la parola dialogando col ritratto dell’autore scomparso da tempo, o di trovare la forza per ingannare la stanchezza guardando la fila di volumi già fatti. Perché la stanchezza c’è sempre, soprattutto se la traduzione è passione e dipendenza, e doppio lavoro. La fatica, le pagine, la consegna. Poi la tazza posata sul dizionario, i biscotti sbriciolati fra le pagine. E capita sempre più spesso di guardarsi indietro e non trovare dei mesi interi. Anni talvolta, con la vita stretta fra i libri. Per poi un giorno adattarsi a viverla quella vita, forse, nella carta stampata, a rubare un bacio fra le pagine di una rivista, a far l’amore sopra un frontespizio. </p>
<p><strong>Bruno Berni</strong><br />
Sono nato nelle ore in cui Miles Davis cominciava a registrare <em>Kind of Blue</em> a New York. Sono passati un bel po’ di anni, ma nel frattempo stavo traducendo, me ne sono accorto tardi e non ho fatto in tempo a crescere. La traduzione forse ce l’avevo dentro fin da giovanissimo, a tradurre dal greco ero bravo, con tutto il resto no, e ho imparato che spesso quel che conta è tutto il resto. Faccio il bibliotecario da vent’anni, il traduttore da più di venticinque e ho tradotto molto, dal danese. Andersen e Høeg, per esempio. In qualche periodo forse ho esagerato, però ho anche avuto qualche soddisfazione. Ho scoperto che i libri che amo e riesco a imporre a qualche editore che ci casca, quelli belli davvero, vendono pochissimo – ormai l’ho scritto, non mi ascolteranno più – e del resto, se potessi, farei solo le cose che non pubblica più nessuno e che invece tutti dovrebbero leggere, classici e poesia, tanta poesia. E per chi non l’ha googlato era il 1959, il 2 di marzo.</p>
<br />  <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lastanzadeltraduttore.com&#038;blog=22121980&#038;post=432&#038;subd=lastanzadeltraduttore&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Incido cor meum</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Feb 2012 16:14:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>herudolph</dc:creator>
				<category><![CDATA[La stanza del traduttore]]></category>
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		<description><![CDATA[La stanza dove lavoro è tutto sommato recente: abito al sesto piano di questo appartamento modenese da poco più di un anno. Alla mia destra ho una porta-finestra che dà su un lungo balcone al momento giusto carico di piante &#8230; <a href="http://lastanzadeltraduttore.com/2012/02/08/incido-cor-meum/">Continua a leggere<span class="meta-nav">&#8594;</span></a><img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lastanzadeltraduttore.com&#038;blog=22121980&#038;post=425&#038;subd=lastanzadeltraduttore&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://lastanzadeltraduttore.files.wordpress.com/2012/02/incidocormeum.jpg?w=300&#038;h=274" alt="" title="Incido cor meum" width="300" height="274" class="alignleft size-medium wp-image-426" />La stanza dove lavoro è tutto sommato recente: abito al sesto piano di questo appartamento modenese da poco più di un anno. Alla mia destra ho una porta-finestra che dà su un lungo balcone al momento giusto carico di piante e fiori. Il panorama è quello del centro cittadino, in questo momento sotto una nuova nevicata. Il pavimento è in parquet. A sinistra c’è una porta a vetri che arriva fino al soffitto e alle mie spalle, sulla destra, un’apertura nella parete da cui si accede alla sala con caminetto (mai acceso finora).<br />
Alle pareti poca roba: un quadro di un amico pittore piacentino; un’incisione degli anni Trenta di un tipo che sembra disegnato da Max Bunker e Magnus, con in mano una specie di bisturi, un rovo che gli circonda la testa a mo’ di aureola (o piuttosto di croce di spine), la legenda “Incido cor meum”, e ad alleggerire un po’ il tutto un uccellino in alto a sinistra; la foto preferita dalla mia compagna (fra quelle che le ho scattato io), che la ritrae nella Casa Gaudí a Barcellona; un curioso orologio di legno nero stretto e alto.<br />
Il resto delle pareti, inutile dirlo, è coperto da librerie e scaffali. Di fronte alla scrivania su cui campeggia l’insostituibile Mac ci sono due scaffali di dizionari. Distrutti (ma ormai rimpiazzati dalla più aggiornata versione online), i due volumi del DRAE, il <em>Diccionario de la Real Academia de España</em>, ed. 1995; il <em>Diccionario breve de mexicanismos</em>; il <em>Dizionario etimologico</em> del Pianigiani; un libro di proverbi; dizionari di francese e d’inglese, e altri repertori, tipo l’elenco dei comuni d’Italia. Tutti sorretti da due ieratiche sentinelle cinesi in bronzo. Anche qui, per sdrammatizzare un po’, una statuetta di Betty Boop vestita da poliziotto con il cartello: <em>Dangerous curves</em>.<br />
A sinistra la libreria dove cerco di tenere in ordine, nell’ordine, i libri che ho tradotto, gli originali (che occupano poco posto perché è ormai invalsa la barbara usanza di inviare i testi in pdf, il che ha reso quasi inservibile il leggio che tengo sulla scrivania), i libri in lingua spagnola, quelli tradotti (da altri) dallo spagnolo. La scarsità di spazio non aiuta, e sono quasi tutti sacrificati in doppia fila, il che ogni tanto mi costringe a esasperanti ricerche, per scoprire il più delle volte che sono semplicemente finiti fuori posto. Le ricerche però consentono anche di snidare qualcuno che si è infilato là dove non doveva. Che ci fa per esempio l’epistolario di Kafka e Max Brod in mezzo all’<em>Opera poetica</em> di César Vallejo e i <em>Diarios</em> di José Martí?<br />
Fra quelli tradotti da me figurano attualmente in prima fila, per ragioni vuoi affettive vuoi cronologiche, <em>Ciao papà</em> di Juan Damonte, <em>Il Signor Presidente</em> di Miguel Angel Asturias, <em>Melodramma</em> di Jorge Franco, <em>Morte di un biografo</em> di Santiago Gamboa e <em>I fantasmi</em> di César Aira.<br />
Fra quelli in lingua spagnola, nella libreria alle mie spalle occupano un bello spazio per l’appunto quelli dell’argentino Aira, dove si mischiano romanzi editi dalla Mondadori spagnola con altri di editori improbabili (vedi le ediciones el broche, rigorosamente in minuscole).<br />
E sempre per le succitate (e sempre disattese) esigenze d’ordine, vicino ad Aira ho piazzato altri autori argentini: lo strabiliante Copi, il prolifico Alberto Laiseca, il giovane Sergio Bizzio, il trapassato Visconte Lescano Tegui, parecchi volumi del catalogo dell’editore Simurg (fra cui il prezioso <em>El desierto y su semilla</em> di Jorge Baron Biza), le opere di Roberto Arlt… (e sì, c’è anche Borges, quello è come il prezzemolo).<br />
Ma siccome non di soli libri vive l’uomo, fortunatamente, chiuderò questa sommaria descrizione della mia stanza di lavoro menzionando il mobiletto che ospita la cassa acustica che sorregge l’amato I-Pod, dal quale scelgo ora per voi, mentre mi accingo a riprendere il lavoro dopo questa pausa riconfortante, un pezzo sognante di Jon Hassel.</p>
<p><strong>Raul Schenardi</strong><br />
Ho cominciato a tradurre per necessità – mi sembrava l&#8217;unico modo per capire davvero quello che stavo leggendo – e naturalmente&#8230; per sfiducia verso le traduzioni. Poi è diventata una passione e infine un arduo mestiere. Mi sono cimentato in imprese votate in partenza allo scacco, vedi <em>Il Signor Presidente</em> del Nobel Miguel Angel Asturias, e in altre solo apparentemente più facili. E mi sono specializzato (termine orribile) soprattutto nella narrativa ispanoamericana contemporanea. E dato che la mia prima passione, quella da cui è partito tutto, è la lettura, ho &#8220;scoperto&#8221; alcuni autori che poi ho avuto il piacere di proporre e tradurre: i messicani Enrique Serna, Naief Yehyah e Cristina Rivera Garza, gli argentini Carlos Gardini, Juan Damonte e il visconte Lescano Tegui, la guatemalteca Eugenia Gallardo fra gli altri.<br />
Ho avuto l&#8217;onore di conoscere e intervistare diversi scrittori, fra cui ricordo con commozione Roberto Bolaño, interviste che ho pubblicato sulla rivista &#8220;Pulp&#8221;, insieme a recensioni e profili d&#8217;autore.<br />
Da qualche mese dirigo il blog <a href="http://blog.edizionisur.it/" title="Sur" target="_blank">Sur</a>, legato alle neonate <a href="http://www.edizionisur.it/" title="Edizioni Sur" target="_blank">Edizioni Sur</a> (&#8220;costola&#8221; di minimum fax), che si occupa di letteratura latinoamericana.</p>
<br />  <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lastanzadeltraduttore.com&#038;blog=22121980&#038;post=425&#038;subd=lastanzadeltraduttore&#038;ref=&#038;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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