La stanza del traduttore

Raccoglie spaccati di vita, ricordi, frammenti del quotidiano di chi lavora dietro le quinte di un libro: il traduttore, l'autore invisibile per eccellenza.

La postazione mobile

Vivo nella stessa casa da trenta anni, un edificio in mattoni costruito nella prima metà del ‘900 tra vigne e osterie, in una zona che nel corso degli anni ’60 è stata completamente urbanizzata con costosi appartamenti (in questi casi gli annunci immobiliari usano il termine “residenziale”). Sono le stesse mura che mi hanno preso in consegna quando ero un “fanciullino” (ma la mia prima e unica precedente residenza si trovava a poca distanza) e mi hanno accompagnato fino ai giorni nostri. Oggi ospitano anche una coniuge e due figlie, una di quasi tre anni e l’altra di pochi giorni. Nel corso degli ultimi anni il tavolo di lavoro è stato spostato più volte tra un angolo della camera da letto, uno del soggiorno e una breve convivenza col tavolo da cucina. I libri popolano tutta la casa. Straboccano da qualsiasi libreria, mobile, comò e comodino. Si riversano come un fiume in piena sul pavimento.

Non so dire se il traduttore sia stata una vera e propria scelta, o se piuttosto sono state alcune traduzioni che hanno scelto me. Sta di fatto che in questo modo ho realizzato due vocabolari, tradotto quattro o cinque romanzi, testi teatrali, dialoghi di film e molto altro. Ci sono mestieri che indubbiamente sono fatti per un certo genere di persone (poliziotti, ladri, spie tanto per fare qualche esempio). Traduttori si nasce? Ci sono qualità innate del traduttore? Mi è difficile rispondere a questa domanda, anche perché diretto interessato (nessuno può leggere nella propria vita, dal momento che vi è immerso). L’unico consiglio che mi sento di dare agli aspiranti traduttori è quello di ridurre i caffè (superfluo il consiglio di eliminare del tutto, se necessario e possibile, le sigarette) e sostituirli, eventualmente, con sano tè verde, del quale sono consumatore accanito ed estimatore (scelgo la qualità secondo la stagione e l’umore del momento e sono in grado di fare distinzione tra diversi gradi di qualità e peculiarità).

Nella mia postazione semovente, dove sono appoggiati un paio di portatili, le traduzioni devono farsi largo in mezzo a tanti altri lavori e impegni, a volte gratificanti, a volte terribilmente noiosi e aridi. Spesso faticosamente. Spesso sono stato costretto strappare qualche ora al sonno per poter lavorare con un minimo di tranquillità (cosa praticamente impossibile di giorno). Avrei voluto dare maggior spazio e maggior peso a questo lavoro. Si tratta di un lavoro che mi appassiona, che trovo sempre stimolante, per il quale mi sono speso molto (a volte anche troppo). Purtroppo temo si tratterà sempre di un lavoro occasionale, che va da traduzione a traduzione, senza seguire alcuna logica, passando in stretti e tortuosi passaggi da una coincidenza all’altra. Il saggio direbbe: “proprio come la vita”. Un ottimista direbbe che si tratta di un buon inizio, cosa che un pessimista di certo disapproverebbe. Personalmente mi adopero, con alterni successi, per tentare di limitare i danni.

Lorenzo Pompeo è nato a Roma nel 1968, città nella quale ha trascorso la maggior parte della sua vita e dalla quale da sempre prova inutilmente a fuggire.
Dottore di ricerca in Slavistica, traduttore letterario e no (in qualità di traduttore e interprete ha collaborato col Tribunale di Roma, gloriosa istituzione pubblica locale), ha tradotto con diverse case editrice alcuni romanzi dal polacco e dall’ucraino.
È autore di due vocabolari e, ovviamente in cooperativa, di tre figlie e inoltre organizzatore di diverse rassegne cinematografiche a Roma e a Varsavia

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Questa voce è stata pubblicata il 4 maggio 2011 da con tag , , , , , , .
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