La stanza del traduttore

Raccoglie spaccati di vita, ricordi, frammenti del quotidiano di chi lavora dietro le quinte di un libro: il traduttore, l'autore invisibile per eccellenza.

Una impercettibile quiete

La scelta di uno spazio aperto come “stanza di lavoro” non è certo dovuta al bisogno di sentirmi vicino alla natura (della quale, al contrario, non riesco ad apprezzare la bellezza), quanto piuttosto alla necessità di evitare lo straordinario silenzio che offrono le abitazioni finlandesi. Sarà per i pannelli isolanti, sarà per la proverbiale riservatezza dei vicini, l’assenza di rumori mi provoca disturbi di concentrazione. Questa panchina per me è il luogo ideale di lavoro, almeno per quanto riguarda la sua parte creativa; le correzioni le faccio poi al computer. Le rare grida di bambini al parco giochi vicino, i rumori del bosco e dei passi sulla ghiaia o sulla neve sono per me suoni confortanti, e così, con matita, foglio senza righe e pagine di poesie strappate, traduco sereno. D’inverno seguo le regole che usano le scuole: i bambini giocano fuori fino a -10, ed anch’io resisto fino a quelle temperature, coll’abbigliamento adatto. Le giornate di pioggia insistente o con temperature proibitive (quest’anno con punte di -32) le passo invece nella biblioteca del centro, o a volte in quella itinerante (l’autobus-biblioteca), che ferma non lontano da casa.

Paradossalmente, col freddo riesco ad essere ancora più efficiente; credo che il freddo pungente insegni (almeno a me) la disciplina, dal momento che non c’è tempo per distrarsi o pensare ad altro, se non al lavoro.

A pensarci bene, la mia “stanza” è frequentata più da animali che da persone; ce n’è una, però, che vedo più spesso di altre; magro, aspetto clochardesco è stato attirato la prima volta, credo, dal vapore del caffè che avevo portato con me nel thermos una mattina particolarmente fredda. Per ringraziarmi di avergliene offerta una tazza, o almeno così presumo, iniziò a raccontarmi un po’ la sua storia. È uno di quelli che in Finlandia chiamano “sotalapsi” (bambino della guerra), bambini che, durante il conflitto mondiale, venivano volontariamente e temporaneamente affidati dai genitori a famiglie svedesi, che potevano offrire loro una vita migliore e più sicura, con la promessa scritta di restituirli ai genitori naturali una volta terminato il conflitto. Ogni volta aggiunge un altro pezzetto della sua storia, partendo sempre dal punto al quale era arrivato durante il nostro incontro precedente. Non ci siamo mai presentati, quindi non conosco il suo nome né lui il mio, e le conversazioni avvengono su una base “volontaria”, senza domande, e perciò le nostre repliche sono spesso scollegate.

Una delle prime volte che c’incontrammo, intravide delle poesie italiane sui miei foglietti e iniziò a citare dei versi di Michelangelo. In effetti, deve essere almeno un appassionato di poesia, visto che a volte solleva i fogli delle poesie finlandesi che tengo vicino sulla panchina, ne legge qualche rigo e poi, rimettendoli a posto, spara le sue etichettature decise: modernista, espressionista, ecc. Nell’ultimo anno ho lavorato anche su una antologia di giovane poesia finlandese, con una sezione più sperimentale; un paio di mesi fa, appoggiate sulla panchina c’erano delle poesie dei motori di ricerca. Ha sollevato i fogli, dato una rapida occhiata, li ha rimessi giù e mi ha posto una delle sue prime domande: “Cos’è?”.

Ultimamente parlava spesso della sua voglia di rivisitare la Svezia della sua fanciullezza, una volta che sarebbe finalmente arrivato il bel tempo. Ora qui è scoppiata la primavera; sarà un mesetto che non lo vedo.

Antonio Parente traduce poesia dal finlandese e dal ceco e ha pubblicato una dozzina di antologie.

Un commento su “Una impercettibile quiete

  1. Pingback: Antonio Parente: La poesia finlandese, la sua traduzione, e il canone immaginario | cultfinlandia

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Questa voce è stata pubblicata il 12 maggio 2011 da con tag , , , , , , , , , , .
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