La stanza del traduttore

Raccoglie spaccati di vita, ricordi, frammenti del quotidiano di chi lavora dietro le quinte di un libro: il traduttore, l'autore invisibile per eccellenza.

Bovindo

In più di trent’anni di lavoro le stanze sono state tante, ne ricordo bene 8 e molte molte altre passeggere, postazioni mobili di quando la traduzione te la portavi ovunque, anche se non avevano ancora inventato il portatile (e neanche il pc fisso), perché le scrivevi a mano su un quaderno.

Erano la mia camera da ragazza, o diverse cucine, uno spazio ritagliato nella camera da letto matrimoniale, uno studio tutto per me, uno studio per me e per il pianoforte di mia figlia, e ora questa sala da pranzo bella grande luminosa, ma se abbiamo ospiti devo sgombrare il campo.

Se alzo gli occhi dalla traduzione vedo il divano e il quadro con il palazzo delle Nazioni Unite. Quando non ce la faccio più a tradurre mi siedo sul divano o mi ci stendo e penso, leggo, dormo.

Tra tre anni e mezzo scade il contratto d’affitto di questo alloggio, sarà la volta di un’altra stanza del traduttore. Sempre che non smetta prima, ma sono anni (e diverse stanze) che lo dico…

Rossella Bernascone dice di sé: Sono nata nel 2011-2012 del Vikram Samvat (troppo avanti!), l’anno del primo Eurofestival (visto che oggi se ne parla alquanto in Facebook; lo so, domani questa biografia sarà già vecchia, ma succede così anche alle traduzioni). Appartengo a quella generazione che non poteva concepire la traduzione letteraria come unico mestiere. La lista quasi aggiornata di quel che ho fatto la si trova qui. Ho cominciato a insegnare traduzione nel 1987 e non ho ancora finito.

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Questa voce è stata pubblicata il 16 maggio 2011 da con tag , , , .
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