La stanza del traduttore

Raccoglie spaccati di vita, ricordi, frammenti del quotidiano di chi lavora dietro le quinte di un libro: il traduttore, l'autore invisibile per eccellenza.

Crocevia

La mia stanza del traduttore non è una stanza, è un crocevia. In realtà è una scrivania (neanche fissa, visto che teoricamente si può sollevare a ribalta e “chiudere” nel mobile bianco scomponibile di cui si trovano vari pezzi sparsi per la casa) in mezzo alle due finestre del soggiorno, che si deve obbligatoriamente attraversare sia che si entri dall’ingresso sia che si vada dalla cucina alle camere e viceversa. Sì, perché qui abitiamo in cinque (più la gatta che si vede nella foto e che è la responsabile dello stato pietoso delle due poltroncine al lato opposto della scrivania) e visto che le camere sono talmente piccole che le mie tre figlie praticamente dormono a strati non avevo scelta: l’unica stanza in cui potevo e posso lavorare è il soggiorno.

La cosa non mi turba più di tanto. Quando avevo le figlie piccole era comodo averle che razzolavano tra i miei piedi, sotto la scrivania, mentre lavoravo (se non altro potevo tenerle d’occhio) e adesso l’andirivieni dei loro amici non mi disturba. Se guardano la televisione mi basta che tolgano l’audio quando c’è la pubblicità (quella sì veramente fastidiosa): all’epoca del liceo, durante i lunghi trasferimenti casa-scuola, studiavo praticamente solo in pullman e tram, e quindi ho imparato a concentrarmi in qualsiasi situazione. Inoltre, avendo per molti anni tradotto soprattutto libri per bambini e ragazzi, era molto comodo avere le figlie a portata di mano per chiedere un parere o scegliere la parola più adatta a una certa situazione. Sono sempre state loro le mie consulenti preferite, e spesso anche le mie prime lettrici.
Ricordo benissimo che quando stavo lavorando al terzo volume di una serie di libri di Annika Thor che piaceva moltissimo a entrambe le grandi a volte mi accorgevo che stavano leggendo sullo schermo da dietro le mie spalle mentre io battevo sulla tastiera.

Sono cresciute tra i libri, con i libri, di libri. Una volta sono entrata in camera loro e ho trovato la grande che leggeva il secondo volume della serie di Harry Potter, la seconda che leggeva il primo (sempre di Harry Potter) e la terza, due anni, che leggeva l’orario della Lufthansa, capovolto. Forse non c’è da meravigliarsi che la seconda abbia scritto, a nove anni, la storia di una bambina che mangiava i libri (che guarda caso si chiamava come la sorella maggiore). Era una storia fantastica. Chissà, magari un giorno qualcuno la pubblicherà.

Laura Cangemi è nata a Milano, dove ha abitato fino al conseguimento della laurea in lingue e letterature straniere, all’Università Statale. Innamorata della Svezia da quando, nel lontano 1980, aveva trascorso lì un anno con Intercultura, ha pubblicato le sue prime traduzioni nel 1988, specializzandosi in particolare nella letteratura per ragazzi e affiancando per alcuni anni l’attività di traduttrice editoriale a quella di interprete al Parlamento Europeo. Trasferitasi nel frattempo in quel di Mantova per motivi di cuore, oltre a mettere su famiglia (tre figlie nate rispettivamente nel 1990, 1992 e 1999), ha contribuito alla nascita e alla realizzazione di Festivaletteratura, all’interno del quale si occupa del coordinamento dei servizi d’interpretazione e traduzione. Attualmente, se si escludono le 6-8 giornate di simultanea all’anno che contribuiscono a pagare le (assai brevi) vacanze della famiglia, è traduttrice letteraria a tempo pieno.

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Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 28 giugno 2011 da con tag , , , , , , , .
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