La stanza del traduttore

Raccoglie spaccati di vita, ricordi, frammenti del quotidiano di chi lavora dietro le quinte di un libro: il traduttore, l'autore invisibile per eccellenza.

Inventario

Luce. Quando venni ad abitare qui, si trattò d’un trasloco d’urgenza. Già durante il sopralluogo avevo deciso dove e come avrei sistemato il mio studio e soggiorno. La stanza nella quale lavoro, circa quadrata, si apre su un piccolo balcone ed è abbastanza luminosa per tutto il giorno. Ho antipatia per le tende alle finestre, ma anche per gli sguardi indiscreti, perciò non ebbi scelta. Nelle notti d’estate a volte mi siedo sul balcone a conversare con la Luna, se anche lei s’affaccia.

Legni. Legno uguale casa. Nel tempo, qui nel mio studio, si sono incontrati, un po’ per caso e un po’ per necessità, arredi di legno disparati. Accanto a un tavolino Thonet a tre gambe, che era di mia mamma e prima ancora di sua madre, ci sono una regista d’un legno povero, cronicamente sommersa da un arretrato di panni da stirare, e una poltrona di legno curvo, coperta da un batik di cotone, portato a casa da Giava tantissimi anni fa dal padre viaggiatore di una cara amica. La cassapanca di betulla, con sopra la stampante e un abat-jour, dissimula con la sua aria ordinata un putiferio di carte, cataloghi, cartoline e altre cose finite lì dentro temporaneamente e poi dimenticate in modo permanente.

Libri. La libreria di faggio a moduli cubici, con addosso la sua storia di ricordi che non le va di raccontare, e lo scaffale di metallo verniciato di nero opaco, da anni si guardano e non si parlano. Bassa e graziosa una, robusta e per nulla sentimentale l’altra, entrambe gelose e fiere del loro carico di libri e d’altro, tra non molto dovranno vedersela con una libreria scandinava di noce, che era di mio padre. Semplice e ariosa, con le mensole sostenute da minuti perni d’ottone emicilindrici. Una ballerina sulle punte.

Segni. Le pareti mi piace che parlino di luce. Perciò, a mutua distanza di rispetto, vi si trovano poche incisioni, tra cui un ritratto di quando ero bambina. L’unico quadro a olio, una mucca con il suo vitellino, sta sulla rastrelliera dei cd, semplicemente appoggiato, senza cornice. I quadri stanno bene sui cavalletti, come racconti dei quali non si conosce il seguito. La maschera randagia di cartapesta dallo sguardo stralunato sembra non avere nulla da obiettare, almeno su questo.

Leggio. La scrivania pullula cronicamente di piccoli disordini ordinati, vale a dire ripartiti in regioni distinte. A sinistra del computer, c’è un leggio da mensa d’una sobrietà fratesca, che mio padre comperò in un negozio di arredi da chiesa. Immagine surreale, perché lui per i preti non aveva simpatia. Adattò il leggio, incidendo una tacca che permette al libro di stare abbastanza dritto, come un signore sapiente accomodato in poltrona col dorso contro lo schienale, gli mancano i braccioli. Alle sue spalle mucchietti di scartoffie, fogliettini, cose.

Mug. Il settore est della scrivania è occupato da una corte dei miracoli di mug incrinati o riparati con l’attak, i quali, non più idonei all’uso naturale, accolgono fioriture di penne, matite, pennarelli, pennelli, righelli. Più una lente d’ingrandimento inutilizzata, delle forbici cinesi di ferro scuro e un bianchetto piuttosto seccato per la preferenza che oggi, come chiunque, accordo al tasto canc.

Miscellanea. Mi fa compagnia un cavalluccio di legno compensato, con i finimenti di corda da pacchi, trentacinque-quaranta centimetri al garrese, semplice silhouette su un piedistallo. Nonostante io sia per la sobrietà, i miei quartieri finiscono immancabilmente per popolarsi di oggetti disparati, non necessariamente belli, che hanno per comune denominatore d’avermi colpito per qualche loro qualità: il piccolo puzzle di legno di nove tessere quadrate, adibito da sempre a sottobicchiere, che su un lato porta il pifferaio di Hamelin con il suo seguito murino e sull’altro Dorothy e la sua brigata; degli enormi bottoni di madreperla fatti a mano, che sembrano usciti dalla storia di Pollicino e invece erano di mia nonna materna, o forse d’una prozia; il vasetto giapponese che si sbrecciò e fu riparato il giorno stesso dell’acquisto. Ma anche sassi buffi e vetri sciocchi e altre cose così. E il vecchio chiodo del portale d’una chiesa, che raccolsi da ragazzina non ricordo più dove: era per terra nella polvere e io lo trovai bello.

Eh sì, nella mia stanza ci vorrebbe un bell’editing, magari in chiave feng shui, e un cospicuo repulisti. La ragione di questa specie di inventario è che devo cambiare casa. Inventario, che fascino questa parola, ha la stessa radice di inventare. In effetti è stata proprio la Luna, una sera sul balcone, a raccontarmi che…

Giovanna Zunica insegna scienze naturali e traduce dall’inglese. Si sente a casa tra colori, suoni e odori del mediterraneo, ma è curiosa anche di cose d’altrove. Se sapesse dipingere, sarebbero corpi e volti umani. Se sapesse suonare sarebbero corde, di sicuro. Se sapesse ballare, sarebbe spesso indecisa tra contemporanea e tradizionale. Da qui alla pensione dovrà decidere se stabilirsi in una campagna scarsamente popolata o dileguarsi in una metropoli superaffollata. I traslochi non finiscono mai.

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 26 agosto 2011 da con tag , , , , .
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