La stanza del traduttore

Raccoglie spaccati di vita, ricordi, frammenti del quotidiano di chi lavora dietro le quinte di un libro: il traduttore, l'autore invisibile per eccellenza.

La mia stanza è una vetrina

Dopo aver tentato a lungo di lavorare in casa (dove trovavo ogni pretesto e occasione per distrarmi), finalmente ho trovato una bottega di parrucchiere dove ho anche molti dei libri che produco come editore e che a volte mi tornano indietro a vagonate dalle librerie (sono “le rese”: gli scatoloni gialli che si intravedono nella foto e che ora ingombrano disastrosamente l’ufficio). In fondo, dietro al soppalco, c’è un grande quadro azzurro che ha fatto la mia compagna.

Qui siedo ogni giorno dalla mattina alla sera, con una buona sedia per la schiena, e per distrarmi al massimo guardo i passanti, i gatti e a volte gli uccelli, da cui sono riguardato – a volte – con curiosità o sospetto o fastidio, a seconda dei casi.

In una casa editrice le scartoffie sono sempre urgenti, più urgenti di tutto, e occupano la maggior parte della mattinata, purtroppo, e quindi la sera è il momento in cui si lavora meglio, anche perché bisogna serrare i tempi per rientrare nelle pagine previste per la giornata.

Ho cominciato a tradurre subito dopo la laurea, per curiosità, gli autori che mi piacevano di più e mi sono accorto di quanto fosse difficile. Poi sono venute le traduzioni per campare e, quando quelle erano diventate troppo commerciali, ho avuto la fortuna di poter tornare a tradurre quello che interessava di più a me, a costo di doverlo pubblicare con una casa editrice mia. Sempre nella saggistica, mai più nella narrativa, troppo difficile e troppo delicata.

Piero Budinich

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 23 settembre 2011 da con tag , , , .
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