La stanza del traduttore

Raccoglie spaccati di vita, ricordi, frammenti del quotidiano di chi lavora dietro le quinte di un libro: il traduttore, l'autore invisibile per eccellenza.

Va bene così

Da quando traduco per professione la mia stanza non è mai stata la mia stanza bensì, via via, un pezzo di soggiorno, un pezzo di camera da letto, un pezzo di altri due soggiorni—da quando traduco per professione ho cambiato casa quattro volte. Ma non fa niente, va bene così.

Malgrado i traslochi seriali, comincio a pensare che una stanza tutta mia per tradurre non l’avrò mai: anche adesso la «mia» stanza è l’estremità di un grande salone, talmente grande da poter fare appunto da stanza di una traduttrice ma anche da stanza di uno scienziato che spesso telelavora, da stanza di una duenne che ha diritto alla sua razione quotidiana di Pingu su YouTube, da stanza dove d’inverno si stende il bucato davanti alla stufa e da stanza dove si stira. Ma non fa niente, va bene così.

Il mio pezzo di non-stanza del traduttore è molto ben esposto, a est e a sud; peccato non possa mai alzare la tapparella proprio della finestra che guarda a sud, un po’ perché l’infisso precario lascia passare la pioggia quando viene forte da quella direzione, ma soprattutto perché nel cassone dell’avvolgibile ci fanno il nido a rotazione passeri, pettirossi e qualcos’altro che non so riconoscere, e ogni volta sarebbe una strage di innocenti. Ma non fa niente, va bene così.

Nemmeno il tavolo su cui stanno appoggiati il computer (Apple), il monitor (Acer), la stampante/scanner/fotocopiatrice (HP: la fidelizzazione non è il mio forte), la lampada (piede Coin, paralume Ikea) è mio, ma apparteneva al nonno paterno di mia figlia. Come non è mia la libreria di piccola taglia che in foto non è ritratta e ospita i dizionari di carta che, confesso, non consulto quasi più, né è mia l’elegante sedia viennese di cui si intravede un pezzetto di schienale e ha la funzione di traliccio per cavi elettrici rampicanti (poi ce ne sono di aerei, delicatamente sospesi come liane tra la scrivania e la ciabatta, e di striscianti, poggiati su un baule da viaggio dell’esercito americano).

Ma non fa niente, va bene così: nel mio pezzo della mia non-stanza è mia la superficie, mio il volume, il perimetro e l’apotema, mio il tempo che riesco a trascorrerci, e mia la gioia ancora intatta di farci ogni giorno per davvero il mestiere che sognavo.

Isabella Zani è figlia di bresciani, è nata a Milano, ha vissuto a lungo in Toscana e poi si è ritrovata nel Lazio ma non fa niente, va bene così. Per quindici anni ha fatto l’impiegata, traducendo dall’inglese nel tempo libero qualunque cosa le capitasse a tiro: poi ha trovato il coraggio di iscriversi a un corso di traduzione, dove alcune docenti anziane del mestiere e sprezzanti del pericolo l’hanno convinta che possedeva un qualche talento; infine è riuscita a persuadere alcuni editori a farla tradurre per denaro e, come ripete spesso, spera di non dover imparare altri mestieri.
Vive sul litorale pontino con un fisico delle particelle, una bambina ancora piccola, diversi gatti nati liberi e una famiglia di ricci molto discreti. Fra i suoi autori scritti, Hugo Hamilton, Moris Farhi, Eudora Welty, James Purdy; fra quelli disegnati, Daniel Clowes, Matt Kindt, Nate Powell.

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 2 novembre 2011 da con tag , , , , , , , , , , .
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