La stanza del traduttore

Raccoglie spaccati di vita, ricordi, frammenti del quotidiano di chi lavora dietro le quinte di un libro: il traduttore, l'autore invisibile per eccellenza.

E il navigar m’è dolce

In una piccola e deliziosa città toscana che ho fatto mia, da circa due anni mi sono trasferita insieme ai miei figli (con un trasloco sempre in progress, in verità) all’ultimo piano di un palazzo imponente e tondeggiante di qualche secolo fa, in un appartamento che si sviluppa tutto in lunghezza, con un’infilata di porte che si aprono su stanze di passaggio, tra muri storti e irregolari, spigoli e pendenze a sorpresa.

Il mio studio ha pareti verde tenue, tra salvia e giada, in parte decorate da fregi intervallati dalle mie librerie. L’ho trovato di quel colore e di quel colore l’ho tenuto. Qui, nel caos che come chiunque altro vorrei credere scientificamente organizzato, accanto alla cesta dove Champagne si abbandona al suo torpore felino, siedo alla scrivania collocata davanti alla finestra provando una sensazione portentosa: quella di solcare le onde e la schiuma del mare, il mio locus animae, scivolando nell’incavo delle prime per riaffiorare nella frescura della seconda. Il mio mare è verde. Le pareti ondeggiano all’impennarsi della prua, virano nel sussulto repentino di un riflesso verdognolo nella stanza dovuto all’effetto straordinario che vi si crea giacché, a pochi metri dalla finestra, svetta la chioma di un possente cedro del Libano dai rami rotti e contorti, trespoli passeggeri di gazze, merli, cince e assillanti piccioni.

Dietro il monitor, a non più di un paio di metri di distanza – potrei quasi sporgermi dal davanzale e sfiorarla, ma non oso – in primo piano vedo solo quella sua chioma, che riceve i primi e gli ultimi raggi del sole. Il tronco dalla superficie grinzosa maculata di licheni ondeggia sotto il peso degli aghi penduli, beccheggia per l’intensità del vento, oscilla nell’infierire della tempesta, sonnecchia nel silenzio afoso dell’estate e domina la piazzetta sottostante dove il biancore del marmo delle mura abbaglia. Quel rollio inconsueto della chioma e del tronco, come di albero di maestra, si trasmette al mio studio, perfino al pavimento (che già ondeggia di suo sui travicelli); in un primo tempo mi sconcertò parecchio, cogliendomi alla sprovvista, come sperimenta chiunque entri qui per la prima volta. Mi vennero le vertigini e un’inverosimile mal di terra, mai patito.

Adesso, invece, quell’ondeggiare così evocativo è familiare e dolce, e accompagna il mio fluttuare tra i testi, il mio navigare tra possibili interpretazioni, il mio intraprendere lunghe traversate di bolina nei capitoli. Prendo il largo traducendo al riparo di quell’albero antico – non bello, ma perentorio – che quasi bussa alla mia finestra, culla i miei e gli altrui pensieri, e così scuro si staglia contro il cielo terso settembrino, contro il verde dei pini marittimi e dei lecci in secondo piano, lassù sulle mura, contro l’abside anch’essa verde di una piccola cappella più in basso, convertita nel lucernario di una biblioteca. Navigo a vista, cauta, talora intrepida. Lavoro assorta e di quando in quando estraniata nel bianco delle pagine, nel nero delle parole, nel verde che mi circonda, nell’assenza nostalgica di quel salmastro che prima o poi tornerò a respirare.

Anna Bissanti è di Milano, è laureata in lettere moderne e specializzata in storia dell’arte. Ha avuto una madre lungimirante che le ha fatto studiare inglese e francese e un padre che le ha insegnato ad accettare ogni sfida. Dell’infanzia e della prima gioventù serba il ricordo di molti viaggi e di lunghe vacanze in Liguria, dove ha lasciato un pezzetto di sé. Dopo aver lavorato a lungo come redattrice freelance per varie case editrici, riviste e giornali, scrivendo davvero di tutto, ha vissuto e studiato a Parigi tre anni e altri tre negli Stati Uniti, approdando alla traduzione e scoprendo la sua isola felice. Adora lavorare soprattutto per la stampa, a dispetto dei ritmi frenetici, e si dedica all’editoria nella calma della bonaccia e della notte. Accanto alle scatole blu divise per annate contenenti le sue traduzioni per giornali e riviste, conserva tra i libri tradotti volumi di saggistica, narrativa e design, libri per bambini e guide di viaggio. Da anni vive in Toscana con tre figli adolescenti, due pesci rossi e un gatto. Ha una sveglia che riproduce il sorgere del sole e lo sciabordio della risacca. Potesse, salperebbe all’alba per nuotare in acque incontaminate: ancora non ha deciso verso quali altri orizzonti farà rotta da grande.

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Questa voce è stata pubblicata il 8 novembre 2011 da con tag , , .
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