La stanza del traduttore

Raccoglie spaccati di vita, ricordi, frammenti del quotidiano di chi lavora dietro le quinte di un libro: il traduttore, l'autore invisibile per eccellenza.

Una, nessuna, centomila

La mia stanza della traduttrice è l’abitacolo di una Visa bianca parcheggiata su una remota scogliera irlandese, registratore a cassetta sulle ginocchia e libro da tradurre contro il volante, lo sguardo che si perde fra arbusti piegati dal vento e creste di oceano arrabbiato. È il bilocale dello studio aperto cinque lustri fa con due amiche nella casa con riscaldamento a carbone di Città Studi, moquette verde pino, tavoli di legno a correre lungo le pareti, scaffali di metallo e macchine per scrivere elettriche. È lo sgabello basso di legno con il portatile su cui, a gambe incrociate, nell’ora della siesta rileggo una traduzione all’ombra di un fico sull’isola di Ponza. È la scrivania angolare bianca sotto il grande soppalco di tubi Innocenti nella prima casa dove abito da sola, sigarette e posacenere a portata di mano, scatoline di floppy colorati e dizionari ammonticchiati per terra, stampante ad aghi con carta ad alimentazione continua e Internet di là da venire.

La mia stanza della traduttrice sono pagine chiare sul tavolo scuro di una baita di legno norvegese isolata e immersa nella neve, un fuoco di betulla che crepita alla mia sinistra e un vecchio divano di velluto che mi scalda le spalle. È lo studio di un chirurgo nell’ospedale dove mia madre giace ricoverata e dove le mie dita imperterrite e generose sfornano parole da regalare a un noioso romanzetto ambientato nella laguna veneta. Sono gli aerei e gli innumerevoli treni, comodi e scomodi, solitari e affollati, su cui leggendo e correggendo ho viaggiato in Italia e fuori dall’Italia. Sono i centimetri quadrati di dizionari, scrivania e tastiera che io e le zampe moleste, le teste sonnacchiose, i poderosi sederi e le code battenti dei miei felini ci contendiamo da sempre, firmando ogni volta i trattati di spartizione più fantasiosi. È la veranda di una bella casa affacciata su una radura scampanellante di vacche nella Foresta Nera, tè caldo e Käsekuchen per non farsi mancare niente. È la mansarda piccola e intima, con i travicelli storti e la finestra sui tetti, della mia abitazione toscana.

La mia stanza della traduttrice è una striscia di soggiorno aperto in cui agli inizi del ventunesimo secolo mio figlio gioca allo scivolo sul divano e nella cucina comunicante il mio compagno affetta canticchiando gli zucchini per il minestrone. Sono tutte le poltrone, tutti i tappeti, tutti i letti, tutti i gradini, tutti gli scogli, tutti i muretti su cui negli anni mi sono seduta e sdraiata, al sole e all’ombra, nell’afa e nel vento, a tradurre o a revisionare le mie e le altrui pagine. È il tavolino vicino all’orto e la prolunga che sbuca dalla finestra della camera da letto quando al chiuso non resisto più e per concentrarmi ho bisogno di ronzii d’insetti nelle orecchie e colori di fiori ai miei piedi. Sono le variegate stanze dei colleghi con cui per un po’ mi ritrovo, una domenica al mese, per rigurgitare dubbi, sospesi e ipotesi di lavoro e ruminarli con loro insieme a tartine, polli al curry e idiozie che ci fanno ridere molto, a noi traduttori.

La mia stanza della traduttrice è la biblioteca caotica e rumorosa dove oggi scendo a lavorare quando sul monte, per guasti improvvisi o interventi pianificati, manca la corrente. È una saletta defilata, ma anche un tavolino all’aperto del bar del monastero buddista dove mi capita di leggere e tradurre fra una meditazione e l’altra. Sono tutte le postazioni improvvisate offerte per qualche giorno o per molti giorni dalle case di amici di pianura e di città, dove la necessità o la scelta mi spingono nel corso dei miei frequenti vagabondaggi. È la mitica Poäng che mi accoglie, tastierina esterna in grembo e piedi su un’altra poltrona, due sedie da osteria ai lati per il libro e il portatile, quando gli strascichi di un fuoco di Sant’Antonio mi impediscono di sedere ben eretta alla scrivania — e lunga vita all’Ikea!

La mia stanza della traduttrice è tutte le possibilità di andare e stare che questo mestiere mi ha sempre e vieppiù offerto, in solitudine e fra la gente, in ogni luogo e a tutte le ore, perché la mia stanza della traduttrice sono io e non smette mai di cambiare.

Anna Rusconi traduce dall’inglese da venticinque anni e dopo venticinque anni comincia ad averne un po’ meno voglia, senza per questo trovarla un’attività meno bella di un tempo. Ha insegnato alla Scuola Superiore per Interpreti e Traduttori di Milano, al laboratorio di Traduzione Letteraria e Saggistica della laurea specialistica in lingue straniere dell’Università di Pisa e al Master di II livello (gli esperti dicono siano importanti, questi distinguo, e lei li lascia dire) in Traduzione di Testi Post-Coloniali in Lingua Inglese, sempre all’Università di Pisa.
Aveva voglia di scrivere questo pezzetto sulla sua stanza della traduttrice e l’ha fatto, e adesso torna a lavorare.

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