La stanza del traduttore

Raccoglie spaccati di vita, ricordi, frammenti del quotidiano di chi lavora dietro le quinte di un libro: il traduttore, l'autore invisibile per eccellenza.

La tana

Dopo aver tradotto le prime cose nella cameretta che mi ha visto crescere, per poi passare al soggiorno di un appartamentino e infine a uno studiolo condiviso con le macchine da cucire della mia compagna, nel nuovo appartamento ho finalmente la mia stanza. A volte la chiamo studio, i clienti la chiamano ufficio, ma è pur sempre una stanza, e mi piace chiamarla tana.

A occhio e croce lavoro in una quindicina di metri quadri. Poteva andare peggio. C’è l’armadio dentro il quale si nascondono i libri di teoria della traduzione, quelli tradotti, le risme di carta, la cancelleria, le scartoffie relative a contratti e conferenze. C’è la scrivania con il computer, sempre acceso, sempre connesso. Penne, agenda, telefono, documenti. Una scatola ricolma di biglietti da visita, contante, assegni, e scartoffie passeggere che diventano permanenti. Una foto dei miei, in bianco e nero, scattata al Jardin du Rosaire di Lione: due sorrisi venuti benissimo in una cornicetta Ikea dal nome impronunciabile. La scrivania, una volta ogni due settimane, è perfettamente ordinata, pochi oggetti posati lungo linee perfettamente perpendicolari. Poi però si affolla rapidamente di fogli, foglietti, bicchieri, tazzine, polvere. Accanto alla scrivania uno schedario zeppo di ogni sorta di documenti, sul quale siedono la stampante e lo scanner. Quando alzo gli occhi dal monitor vedo poco, i miei certificati di traduttore accreditato e un pannello di sughero con alcuni volti che mi è spiaciuto lasciare lontano. Poche distrazioni, comunque, visto che già sono un maestro a trovarne scandagliando la rete per lavoro.

A molti potrà sembrare strano, ma non c’è nessun dizionario, salvo due o tre, su CD, infilati in un cassetto e tirati fuori forse una volta all’anno. La tozza torre nera vibrante di circuiti mi permette di accedere in un batter di ciglia a una mole di sapere enorme, e sembra soltanto naturale che il ticchettio delle dita sulla tastiera abbia sostituito il loro fruscio sulla carta. Per rincarare la dose, se non l’ho lasciato sul comodino, da qualche parte c’è anche il mio Kindle.

La grande finestra dà – ahimè – sulla palazzina di fronte, quindi a vista siamo messi male. Però nelle giornate di sole la luce si riversa dentro tingendo d’oro tutto quanto. Nel giro di poche settimane entrerà quel caldo spesso e schiacciante dell’estate del Queensland.

Sul lato opposto della stanza, di fronte alla scrivania, così da non vederli mentre lavoro, tengo gli strumenti musicali: chitarra, djambe, tastiera, mixer, microfono, giradischi, vinili, un vecchio laptop. La stanza del traduttore si specchia nella stanza del musicista. Com’è ovvio, però, il tempo passato su un lato è inversamente proporzionale a quello passato sull’altro. E il lato musicale della stanza è sempre più polveroso, specie da quando il traduttore-musicista è diventato anche papà.

Si spera e si suppone che nel giro di un annetto si comprerà casa e la stanza cambierà. Già sogno pavimenti di legno, soffitti più alti e decorati, una finestra con vista sugli alberi del giardino, più spazio, più calore. Ma per il momento va benissimo così: è pur sempre la mia tana.

Giuseppe Manuel Brescia è nato a Savona nel 1981. Essendogli toccata in sorte sin dall’infanzia una certa ossessione per le parole, gli sono sempre piaciute le lingue. Finito il liceo, e abbandonati i sogni da rock star, ha pensato bene di studiare da traduttore e interprete, dopodiché la sua passione e una serie di incontri fortunati lo hanno portato a intraprendere la strada del traduttore letterario. Avendo appreso durante un semestre di studio in Germania che non tutto il mondo è paese, una volta intascata la laurea ha tentato un’avventura francese, e in quel di Lione ha conosciuto la sua compagna, per la quale è volato in Australia, da dove probabilmente non lo schioderanno più. Le bollette da pagare e la voglia di una vita tranquilla, per contro, lo hanno portato a intraprendere anche la strada del traduttore tecnico. Sospeso nel mezzo, ogni tanto si infila il completo buono e vola a qualche conferenza dove cerca di parlare della traduzione a chi parla soprattutto intorno alla traduzione. L’anno scorso ha aperto un blog chiamato Smuggled Words, dove riversa a intervalli irregolari le sue filippiche sulle minuzie della traduzione e della lingua, evitando così di tediare oltremodo la famiglia e gli amici. Ha tradotto per Strade Blu e per BUR, e attende, non senza insistenza, che altri editori ne scoprano i talenti. Vive a West End, frizzante quartiere di Brisbane, con la sua pazientissima compagna Lizzy e la piccola e meravigliosa Eila, che pian piano comincia a farlo dormire a sufficienza.

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 14 novembre 2011 da con tag , , , , , .
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