La stanza del traduttore

Raccoglie spaccati di vita, ricordi, frammenti del quotidiano di chi lavora dietro le quinte di un libro: il traduttore, l'autore invisibile per eccellenza.

Le ferrovie in casa

Lavorare a casa o, per essere più precisi, vivere in ufficio? Né l’uno né l’altro: il posto migliore per tradurre, a mio avviso, è una carrozza di Trenitalia. Metto Dragon per dettare (sottovoce – non vorrei mai che qualcuno sentisse le cretinate che dico), spengo il telefonino con la scusa che non funzioni nelle gallerie, mi metto più che comodo, guardo fuori verso la campagna o, più di frequente, il mare che mi passa davanti, e traduco, traduco, traduco. Le distrazioni sono poche e sono invogliato a produrre di più non solo per guadagnare la giornata ma anche per pagare il biglietto. In più, unisco l’utile all’utile o, quando va bene, al dilettevole.

Ultimamente ho viaggiato anche in casa – a Imperia, non più a Lucca – nel tentativo di decidere in quale di tre stanze andare. Quella più grande ha due porte-finestre e una grande terrazza davanti (una costante distrazione), quella intermedia ha anch’essa una vista stupenda ma per stare vicino alla finestra dovrei essere schiacciato in un angolo. La piccola dà sul giardino e sugli ulivi e lascia intravedere solo uno spicchio di mare, quindi con poche distrazioni.

Ho optato per quella piccola e ieri ho montato tredici metri di scaffali, rendendo definitiva la decisione. Non appena finito mi sono chiesto se avevo fatto bene, sapendo già di aver fatto male. Magari un giorno cambierò, con la scusa di ammortizzare come si deve il costo del trapano e delle punte, ma ormai è tardi e per il momento resterò qui.

Tranne sul treno, senza la tecnologia sarei perso: sulla scrivania ho due computer e tre schermi (glossari/radio a sinistra, foglio di lavoro/e-mail al centro e internet/elenco lavori a destra), telecomando per lo stereo, hard disk esterno, cordless e telefonino (spento, sempre con la scusa delle gallerie, non si sa mai). Su un mobile dietro di me, sotto alcune delle nuove mensole, ci sono fax, telefono, stampante, altri due hard disk esterni e lettori CD e DVD supplementari. Accanto, pianta, leggio, lampada e posto per un libro di stile e un dizionario per scrittori – gli unici libri che veramente mi servono. Davanti, una libreria che sarà piena di dizionari, che servono ormai solo come decorazione. Poco utili nell’era del web, ma molto confortanti.

Non devo alzarmi più. È un bene? Direi di no, perché so che d’ora in avanti passerò venti ore al giorno qua dentro, senza arrivare da nessuna parte, e quindi sarebbe stato forse meglio avere qualche distrazione. In teoria, potrei portare un computer sotto un ulivo o sul patio o anche in spiaggia, ma so già che non lo farò.

Care Ferrovie dello Stato, quanto costa un abbonamento? Non mi serve la cuccetta, solo il carrellino con il caffè ogni tanto. Insieme, magari, a qualche bella destinazione.

Simon Turner è nato a Bath (Regno Unito) nel 1952 e non sa perché sta scrivendo in terza persona: a 42 anni ho capito che da grande volevo fare il traduttore di libri d’arte e ora pare che sia grande, perché è quello che faccio. Ho una netta preferenza per i testi di cui capisco poco ma in questo i miei clienti sono sempre più che generosi. Per chi ama le parole, le lingue e l’arte, è il mestiere perfetto e so che mi piacerà la mia nuova stanza quando l’avrò finalmente messa a posto. Allora pagherò il biglietto per uscire.

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 19 novembre 2011 da con tag , , , , , .
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: