La stanza del traduttore

Raccoglie spaccati di vita, ricordi, frammenti del quotidiano di chi lavora dietro le quinte di un libro: il traduttore, l'autore invisibile per eccellenza.

Di traduttori e sedie trasparenti

All’inizio ce l’avevo, uno studio tutto mio. Poi è arrivato il primo figlio, e con lui una porta a vetri a dividere la stanza; nell’arco di qualche anno i figli sono diventati due, infine tre, e io sono emigrata sul tavolo della cucina. Apparecchiavo e sparecchiavo due volte al giorno laptop libri dizionari quaderni penne matite; nel frattempo i figli diventavano grandi, e la casa sempre più piccola. Dopo un po’ mi sono sistemata in camera da letto, sulla ribaltina antica della prozia. Due anni fa abbiamo finalmente traslocato: lavoro sempre in camera da letto, ma la stanza è più grande, illuminata da ben due finestre. Davanti alla ribaltina c’è una nuova sedia di policarbonato trasparente, che sta al secrétaire della prozia un po’ come una traduzione sta all’originale.

Seduta sulla mia metafora di policarbonato, riesco a vedere oltre i vetri una parte dell’antico palazzo dell’Inquisizione: quattro finestre al secondo piano, quattro abbaini, svariati comignoli. Dietro quegli abbaini c’era, non molti anni fa, la casa di Angelo Morino: il traduttore di Garcia Márquez, Puig, Vargas Llosa, Soriano, Allende, Duras, e molti altri.

Il bello della mia stanza di traduttrice, dunque, è che si affaccia su una stanza di traduttore. Morino non l’ho mai conosciuto di persona, anche se da giovane lo incrociavo spesso nei corridoi della SETL, dove lui insegnava a tradurre dallo spagnolo e io imparavo a tradurre dall’inglese. Per una di quelle bizzarre coincidenze della vita, abbiamo anche condiviso temporaneamente – e sempre senza conoscerci – la stessa, preziosissima aiutante di casa: la signora Anna.

In fatto di traduzione, Morino aveva opinioni a volte provocatorie: ad esempio, «Chi teorizza sul tradurre non traduce, e chi traduce non teorizza sul tradurre». E poi era convinto – lo disse in un’intervista a Ilide Carmignani − che questo mestiere e il lavoro domestico avessero qualcosa in comune: l’invisibilità, il fatto di essere attività poco remunerative e tuttavia indispensabili, perché servono a creare armonia, ad allontanare il caos. Traduttori come «casalinghe e casalinghi della letteratura», intenti «a pasticciare fra il significante e il significato o, se si vuole, a svolgere attività di riordino, talvolta di ripristino, da artigiani del linguaggio».

Sarò sfacciatamente egocentrica, ma mi piace pensare che a suggerirgli quell’analogia sia stata l’oscura, silenziosa fatica di Anna. E certo, Morino amava ragionare ad absurdum. Ma quando mi capita (spesso, mi capita) di non riuscire a mettere d’accordo la me-traduttrice con la me-casalinga, quando mi sento divisa tra collocazioni approssimative e sempre parziali, ripenso ad Angelo Morino e all’affetto con cui guardava a questi due mestieri anonimi e indispensabili. E mi dico che, in fondo, non c’è niente di sbagliato nel mio sentirmi casalinga quando traduco, e traduttrice quando lavo i piatti.

[L’intervista ad Angelo Morino si può leggere anche alle pagg. 102-111 del volume di Ilide Carmignani Gli autori invisibili – Incontri sulla traduzione letteraria, BESA editrice, Nardò (LE), 2008.]

Carla Palmieri vive a Torino con un marito, tre figli e un cane. Nel corso di un paio di decenni ha prodotto in maniera artigianale svariate sedie trasparenti, che consentono a chi fosse casomai interessato di accomodarsi davanti a: saggi variamente sociologici, libri di storia delle tecnologia, riviste napoleoniche, riviste di psichiatria, testimonianze di persone guarite dalla schizofrenia, e infine (e finalmente, perché è lì che da sempre voleva arrivare) opere di narrativa.

Un commento su “Di traduttori e sedie trasparenti

  1. Pingback: Angelo Morino / IL FILM DELLA SUA VITA. Sellerio 2012. (Segnalazione) « federico novaro libri

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Questa voce è stata pubblicata il 9 dicembre 2011 da con tag , , , .
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