La stanza del traduttore

Raccoglie spaccati di vita, ricordi, frammenti del quotidiano di chi lavora dietro le quinte di un libro: il traduttore, l'autore invisibile per eccellenza.

Altre voci, stessa stanza

La mia stanza non è molto diversa da quella di venti, anche trent’anni fa: sta dentro un’altra casa ma ci sono molti degli stessi libri e degli stessi dischi, anche le cassette, lo stereo, alcuni mobili. La scrivania del nonno, per esempio, quella col cassetto centrale chiuso a chiave e pieno di lettere e diari, credo di averla con me da sempre, anche se non la uso per lavorare ma per scrivere – sempre più raramente – a penna, oppure per consultare lo Shorter Oxford. Lavoro invece a un tavolo nuovo (di un paio d’anni) che mi piace moltissimo, ha un cassetto profondissimo e il piano di vetro e ci stanno tante cose, anche se vorrei tenerlo sgombro e non ci riesco mai. Sulla parete di fronte a me, in alto a sinistra il poster di Pennsylvania Landscape di Andrew Wyeth (preso una ventina d’anni fa, che ormai sembran pochi, a una mostra d’arte americana al Lingotto) e, più in basso, una foto degli scavi di Pompei col Vesuvio sull’orizzonte. Il Vesuvio l’ho visto dalla finestra per nove anni, da bambina. Poi altre immagini appese; sono molto affezionata, per esempio, al mio collage di biglietti di concerti rock d’annata. A volte i pezzi di passato più o meno remoto che mi fluttuano intorno si rivelano misteriosamente utili al mio lavoro, o forse è solo che servono a ricordarmi chi sono e che sentieri ho fatto – per poi tornare sempre qui, nella mia tana –, a farmi ritrovare l’orientamento che qualche volta si perde “traducendo mondi” (cit.). La cosa più nuova è proprio il computer, un bell’oggetto confortante, elegante, dal respiro silenzioso e senza tanti fili.

Da qualche tempo non sono più sola; la mia cagnolona bionda dorme comoda sulla poltroncina ikea (minuscolo, ormai è un attributo comune a traduttori sedentari e non) e ogni tanto mi costringe alla sacrosanta pausa.

Quando posso, uso il bel leggio di legno scuro comprato da Vagnino (storica cartoleria torinese, che ahimè non c’è più), che ben s’intona col verde acqua del vetro e col verde annacquato delle pareti. E pesco una pastiglia Valda dalla scatoletta pure lei verde, nipote di quelle che comprava mia nonna.

Alla mia destra il balcone dove gli occhi possono fare stretching: è tutto aperto, col vento buono si vedono le montagne, la Sacra di San Michele, il Musinè. Piè-Monte. E più vicino, proprio sotto casa, i quadrupedi dell’unità cinofila della polizia torinese dicono la loro, senza discrezione o rispetto della quiete… Ma ormai non mi danno più alcun fastidio, spesso sembrano spronarmi, segnarmi il tempo, in quella loro lingua spudorata e sonora che vorrei tanto saper capire e tradurre meglio dell’inglese.

Anna Martini, ai tempi del liceo, ha conosciuto una grande traduttrice e ha desiderato di diventare brava almeno la metà di lei. Allora ha studiato lingue e poi ha frequentato la SETL Scuola Europea di Traduzione Letteraria, ha stabilito di non essere tagliata per l’insegnamento e si è messa a tradurre dall’inglese, soprattutto narrativa. Vive a Torino, dove spera di restare a lungo, con un marito e un cane.

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 12 dicembre 2011 da con tag , , , , , , .
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