La stanza del traduttore

Raccoglie spaccati di vita, ricordi, frammenti del quotidiano di chi lavora dietro le quinte di un libro: il traduttore, l'autore invisibile per eccellenza.

Dietro queste sbarre

Dietro queste sbarre, queste tende, c’è una stanza, ed è la stanza dove ho tradotto una cinquantina di pagine del mio secondo o terzo libro. Era il 1991, agosto; la casa, una casa semiabbandonata, di faccia alle Apuane, presa avventurosamente in affitto per due settimane, poi diventate tre. Nel minuscolo paese, poche altre persone. Nessuno di loro aveva mai visto un computer. Vedere, comunque, lo vedevano poco, per via delle tende. Più che altro ne sentivano il non lieve ronzio. Io non davo confidenza alle facce che, seppure di rado, sbirciavano dietro le sbarre. Ero giovane, e come tutti i giovani mi nascondevo. C’erano animali in giro, naturalmente gatti e cani, ma anche diverse mucche, in stalle, fuori dalle stalle, e costanti rumori di motosega. Si lavorava molto bene in quella stanza, che era poi una vecchia carbonaia, mi avevano detto. Era arredata con due credenze di legno lucido e quasi nero, del tutto vuote – le stoviglie erano di là in cucina – un tavolo di legno lucido e nero, una sedia e basta. Niente lampade, niente lampadine. Candelabri senza candele, due, sopra le credenze. La luce del giorno mi bastava. Lavoravo solo la mattina. Verso le dieci e mezzo passava il furgone con il pane, la focaccia e la pizza, e uscivo a fare merenda, seduto su un muretto. Poi, dal tardo pomeriggio, passeggiate, giri in macchina più lontano, fare la spesa. Non avevo mai tradotto con tanta felicità, in tutti i sensi, come nella stanza carbonaia, e dopo niente di simile mi è più successo.

Ho ritrovato questa casa dopo quasi vent’anni. La foto è appunto del 2010. Ne ho altre, di fotografie. Ma nessuna più di quella della stanza dietro le sbarre è «allora». La casa era sempre lì, nonostante dovesse crollare da un momento all’altro, dicevano all’epoca, ripetevano adesso. La solita sbruffoneria che annuncia distruzione per scongiurarla (a parole). Nella casa sono addirittura entrato, quasi come un ladro: quel giorno qualcuno era venuto con le chiavi, aveva aperto, come ho saputo poi, per stendere cipolle sulla terrazza, all’ombra, esposte al vento apuano. La porta era rimasta spalancata, e tutte le finestre: si era approfittato, credo, per dare aria. E anch’io approfittavo, per un incontro coi fantasmi. Quasi niente era cambiato, dentro, per quanto potessi ricordare. In cucina c’erano però un materasso sul tavolo e una rete accanto al lavandino di pietra. Nessuno ci abitava, come allora; né era diventata una seconda casa, una casa da affittare. Era ancora un posto di passaggio, cui nessuno mette mano più di tanto, destinato a far temere crolli e a stupire tutti: uno di passaggio proprio lì voleva fare tappa? Sono entrato nella stanza carbonaia. Non c’era il tavolo, non c’era la sedia. C’erano le credenze e i candelabri. C’erano anche due scope, uno spazzolone, una cassetta per raccogliere lo sporco, pulita. Qualcuno aveva in mente di dare una passata al pavimento, mattonelle esagonali bianche rosse blu, o aveva lasciato perdere, chissà da quando – il giorno prima, un mese, un anno fa? Accanto alla finestra, un contatore elettrico, moderno, bianco, con la luce rossa accesa, grottesco nella penombra.

Per un paio di settimane ho abitato in una casa di fronte, rimessa a posto con pignoleria e con l’intonaco dipinto di rosa. I primi giorni ero ogni momento in pellegrinaggio alla finestra con le sbarre. Il presente era invaso dal passato. Non smettevo di guardare i muri, di toccarli. Ci parlavo, perfino, e avrei voluto abbracciarli. Volevo sempre entrare in quella casa, rimettermi seduto nella stanza carbonaia, anche se ora non c’erano tavolo e sedia, anche se ora la casa si era richiusa. Poi ho cominciato a guardare con sollievo la porta chiusa, a respirare l’odore di cipolle, a passare davanti alla finestra con le sbarre come davanti a un cane che ormai ci è familiare, una carezza e via.

Da pochi giorni (oggi è il 15 gennaio 2012) ho finito di scrivere una storia che ha a che fare con quella casa, quella stanza, quel paesino di nessuno, con il tradurre e con altre cose. L’avevo cominciato molti ma molti anni fa. Si intitola Orione e lo scorpione. Ancora la conosce una persona sola, oltre me.

Sono contento di essere stato l’inquilino operoso e felice di una stanza carbonaia per tre settimane quando avevo trent’anni.

Leonardo Gandi. Ho tradotto, dall’inglese, per e/o, dall’88 al ’94, Charyn, Mosher, Twain, Connell, Conrad, O’Brien. Pensavo che avrei continuato, poi le cose hanno preso un’altra direzione. Mi è capitato e mi capita ancora di tradurre, lavori occasionali comunque, anche se magari di una certa mole. Ma non considero più il tradurre come un mio mestiere. Insegnavo già italiano a stranieri quando ho cominciato a tradurre, e lo insegno ancora. È il mio mestiere (questo, questo e questo sono tre miei siti). Mi sono anche occupato di formazione insegnanti e di scrittura di riviste del settore. Ho scritto e scrivo cose mie, e mi sto ora decidendo a proporne la lettura a chi di dovere. Anche su questo, staremo a vedere. Nel frattempo, per entrare nel clima, mi sono pubblicato un libricino di poesie, che si può trovare qui.

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 16 gennaio 2012 da con tag , , , , , , , , .
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