La stanza del traduttore

Raccoglie spaccati di vita, ricordi, frammenti del quotidiano di chi lavora dietro le quinte di un libro: il traduttore, l'autore invisibile per eccellenza.

Incido cor meum

La stanza dove lavoro è tutto sommato recente: abito al sesto piano di questo appartamento modenese da poco più di un anno. Alla mia destra ho una porta-finestra che dà su un lungo balcone al momento giusto carico di piante e fiori. Il panorama è quello del centro cittadino, in questo momento sotto una nuova nevicata. Il pavimento è in parquet. A sinistra c’è una porta a vetri che arriva fino al soffitto e alle mie spalle, sulla destra, un’apertura nella parete da cui si accede alla sala con caminetto (mai acceso finora).
Alle pareti poca roba: un quadro di un amico pittore piacentino; un’incisione degli anni Trenta di un tipo che sembra disegnato da Max Bunker e Magnus, con in mano una specie di bisturi, un rovo che gli circonda la testa a mo’ di aureola (o piuttosto di croce di spine), la legenda “Incido cor meum”, e ad alleggerire un po’ il tutto un uccellino in alto a sinistra; la foto preferita dalla mia compagna (fra quelle che le ho scattato io), che la ritrae nella Casa Gaudí a Barcellona; un curioso orologio di legno nero stretto e alto.
Il resto delle pareti, inutile dirlo, è coperto da librerie e scaffali. Di fronte alla scrivania su cui campeggia l’insostituibile Mac ci sono due scaffali di dizionari. Distrutti (ma ormai rimpiazzati dalla più aggiornata versione online), i due volumi del DRAE, il Diccionario de la Real Academia de España, ed. 1995; il Diccionario breve de mexicanismos; il Dizionario etimologico del Pianigiani; un libro di proverbi; dizionari di francese e d’inglese, e altri repertori, tipo l’elenco dei comuni d’Italia. Tutti sorretti da due ieratiche sentinelle cinesi in bronzo. Anche qui, per sdrammatizzare un po’, una statuetta di Betty Boop vestita da poliziotto con il cartello: Dangerous curves.
A sinistra la libreria dove cerco di tenere in ordine, nell’ordine, i libri che ho tradotto, gli originali (che occupano poco posto perché è ormai invalsa la barbara usanza di inviare i testi in pdf, il che ha reso quasi inservibile il leggio che tengo sulla scrivania), i libri in lingua spagnola, quelli tradotti (da altri) dallo spagnolo. La scarsità di spazio non aiuta, e sono quasi tutti sacrificati in doppia fila, il che ogni tanto mi costringe a esasperanti ricerche, per scoprire il più delle volte che sono semplicemente finiti fuori posto. Le ricerche però consentono anche di snidare qualcuno che si è infilato là dove non doveva. Che ci fa per esempio l’epistolario di Kafka e Max Brod in mezzo all’Opera poetica di César Vallejo e i Diarios di José Martí?
Fra quelli tradotti da me figurano attualmente in prima fila, per ragioni vuoi affettive vuoi cronologiche, Ciao papà di Juan Damonte, Il Signor Presidente di Miguel Angel Asturias, Melodramma di Jorge Franco, Morte di un biografo di Santiago Gamboa e I fantasmi di César Aira.
Fra quelli in lingua spagnola, nella libreria alle mie spalle occupano un bello spazio per l’appunto quelli dell’argentino Aira, dove si mischiano romanzi editi dalla Mondadori spagnola con altri di editori improbabili (vedi le ediciones el broche, rigorosamente in minuscole).
E sempre per le succitate (e sempre disattese) esigenze d’ordine, vicino ad Aira ho piazzato altri autori argentini: lo strabiliante Copi, il prolifico Alberto Laiseca, il giovane Sergio Bizzio, il trapassato Visconte Lescano Tegui, parecchi volumi del catalogo dell’editore Simurg (fra cui il prezioso El desierto y su semilla di Jorge Baron Biza), le opere di Roberto Arlt… (e sì, c’è anche Borges, quello è come il prezzemolo).
Ma siccome non di soli libri vive l’uomo, fortunatamente, chiuderò questa sommaria descrizione della mia stanza di lavoro menzionando il mobiletto che ospita la cassa acustica che sorregge l’amato I-Pod, dal quale scelgo ora per voi, mentre mi accingo a riprendere il lavoro dopo questa pausa riconfortante, un pezzo sognante di Jon Hassel.

Raul Schenardi
Ho cominciato a tradurre per necessità – mi sembrava l’unico modo per capire davvero quello che stavo leggendo – e naturalmente… per sfiducia verso le traduzioni. Poi è diventata una passione e infine un arduo mestiere. Mi sono cimentato in imprese votate in partenza allo scacco, vedi Il Signor Presidente del Nobel Miguel Angel Asturias, e in altre solo apparentemente più facili. E mi sono specializzato (termine orribile) soprattutto nella narrativa ispanoamericana contemporanea. E dato che la mia prima passione, quella da cui è partito tutto, è la lettura, ho “scoperto” alcuni autori che poi ho avuto il piacere di proporre e tradurre: i messicani Enrique Serna, Naief Yehyah e Cristina Rivera Garza, gli argentini Carlos Gardini, Juan Damonte e il visconte Lescano Tegui, la guatemalteca Eugenia Gallardo fra gli altri.
Ho avuto l’onore di conoscere e intervistare diversi scrittori, fra cui ricordo con commozione Roberto Bolaño, interviste che ho pubblicato sulla rivista “Pulp”, insieme a recensioni e profili d’autore.
Da qualche mese dirigo il blog Sur, legato alle neonate Edizioni Sur (“costola” di minimum fax), che si occupa di letteratura latinoamericana.

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