La stanza del traduttore

Raccoglie spaccati di vita, ricordi, frammenti del quotidiano di chi lavora dietro le quinte di un libro: il traduttore, l'autore invisibile per eccellenza.

La stanza dentro

La stanza del traduttore è un rifugio. La stanza del traduttore è un nido, una tana, un luogo di magico oblio in cui talvolta si esercita la sospensione del tempo. La stanza del traduttore è un luogo accogliente dal quale il mondo rimane fuori. Se possibile. Un pezzo di una stanza da scapolo nella casa di famiglia, poi uno studio vero e proprio, più tardi occupato dalla figlia, poi uno stanzino poco più grande di una scrivania, poi ancora una stanza intera con tutte le comodità, un monte di libri, il divano dove leggere, rileggere, crollare di improvvisa stanchezza. Poi chissà. Il leggio, il libro, la tastiera, lo schermo. Che altro serve? Il traduttore la sua stanza ce l’ha dentro. Ne ha mille di stanze, il traduttore.

E dentro, nella stanza del traduttore, c’è il mondo del libro che si apre e trabocca di vita. Il libro, uno alla volta, cristallizzato in una scena, un’atmosfera alla quale il traduttore si aggrappa per il numero di pagine necessario. Poi infine molla ogni cosa, vaga, si aggrappa altrove. Il tempo che serve. A una parete le foto di ‘loro’, gli scrittori scomparsi da un pezzo, quelli mai incontrati, quelli amici, più volte compagni di strada, quelli che poi non ci sono più, perché il traduttore cresce e qualche autore, qualche amico, qualche compagno di strada se ne va lasciando un gran vuoto. Il mondo sta fuori, fuori dalla finestra, il mondo in cui passano gli alberi, i fiori, il sole che gira, l’ombra che cala, i rumori, la realtà, le stagioni. Ma le stagioni del traduttore non sono quelle, le stagioni del traduttore sono le onde lunghe del testo, l’ascesa faticosa, la scalata delle pagine, la vetta. E poi da capo. Una, due, dieci, cinquanta volte. Tante stagioni, tante scene, tante sensazioni provate e riprodotte. La salita e la discesa, la fatica e il sollievo. Aver davanti trecento pagine e averle dietro. Non è la stessa cosa. Le onde lunghe dell’umore, dall’entusiasmo di ogni nuovo frontespizio allo scoraggiamento quando l’inizio e la fine sono entrambi lontani, dai giri di boa dei traguardi intermedi all’euforia della fine. E via. E avanti un altro.

La stanza del traduttore è quella che contiene i concreti strumenti dell’artigiano, sempre più tecnologia e sempre meno carta, e gli effimeri espedienti del sognatore che si convince di aver scovato la parola dialogando col ritratto dell’autore scomparso da tempo, o di trovare la forza per ingannare la stanchezza guardando la fila di volumi già fatti. Perché la stanchezza c’è sempre, soprattutto se la traduzione è passione e dipendenza, e doppio lavoro. La fatica, le pagine, la consegna. Poi la tazza posata sul dizionario, i biscotti sbriciolati fra le pagine. E capita sempre più spesso di guardarsi indietro e non trovare dei mesi interi. Anni talvolta, con la vita stretta fra i libri. Per poi un giorno adattarsi a viverla quella vita, forse, nella carta stampata, a rubare un bacio fra le pagine di una rivista, a far l’amore sopra un frontespizio.

Bruno Berni
Sono nato nelle ore in cui Miles Davis cominciava a registrare Kind of Blue a New York. Sono passati un bel po’ di anni, ma nel frattempo stavo traducendo, me ne sono accorto tardi e non ho fatto in tempo a crescere. La traduzione forse ce l’avevo dentro fin da giovanissimo, a tradurre dal greco ero bravo, con tutto il resto no, e ho imparato che spesso quel che conta è tutto il resto. Faccio il bibliotecario da vent’anni, il traduttore da più di venticinque e ho tradotto molto, dal danese. Andersen e Høeg, per esempio. In qualche periodo forse ho esagerato, però ho anche avuto qualche soddisfazione. Ho scoperto che i libri che amo e riesco a imporre a qualche editore che ci casca, quelli belli davvero, vendono pochissimo – ormai l’ho scritto, non mi ascolteranno più – e del resto, se potessi, farei solo le cose che non pubblica più nessuno e che invece tutti dovrebbero leggere, classici e poesia, tanta poesia. E per chi non l’ha googlato era il 1959, il 2 di marzo.

Un commento su “La stanza dentro

  1. Pingback: BRUNO BERNI [traduttore-saggista-bibliotecario] « letto&detto

I commenti sono chiusi.

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 23 febbraio 2012 da con tag , , , , , .
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: