La stanza del traduttore

Raccoglie spaccati di vita, ricordi, frammenti del quotidiano di chi lavora dietro le quinte di un libro: il traduttore, l'autore invisibile per eccellenza.

La stanza è ovunque

Mi ci sono rassegnato presto. La stanza del traduttore è ovunque. Quando mi sono deciso a cercarmi un lavoro vero (per andare via di casa) traducevo in cabina (proiettavo film perché avevo il patentino). Tavolo, dizionari, tutto – accanto al calendario della Marini (gosh) del collega. Caricavo e scaricavo i proiettori, mettevo il volume a un livello decente – e via! Se capitava qualcosa me ne accorgevo. Poi tornavo a casa e traducevo a casa. Un altro tavolo (su due caprette), altri dizionari.

Quando ho abbandonato il lavoro vero (culmine della carriera: una proiezione privata per Sean Penn) perché mi sono rimesso a inseguire la passione (la letteratura americana), sono cominciati i lavori balordi – le collaborazioni universitarie da un capo all’altro della penisola. Perché lo sapete, di traduzioni non si vive, ci vuole sempre dell’altro. Poi sono cominciati i traslochi all’interno di Firenze e la vita si è fatta errabonda (una delle balene bianche del mio campo di studi diceva sempre che “da giovani tutti abbiamo viaggiato” – solo che loro a un certo punto si sono fermati, io e tanti altri no). Alla fine, passando per Detroit (bellissima), mi ha portato qui a Pomezia, tra la tenuta di Castel Porziano (il signor Napolitano è un vicino squisito) e l’aeroporto militare di Pratica di Mare (pure loro, ma un po’ più rumorosi).

Dunque la necessità di creare due stanze, la prima mobile: notebook leggero, batterie cinesi potenziate, lettore mp3, kindle, chiavette USB/Internet e ammennicoli vari, compreso il nuovo accumulatore d’emergenza Duracell, e infine zainetto tattico (IKEA) per contenere tutto. Posso pure accedere in remoto (dal cellulare) al PC di casa.

La stanza mobile si porta dietro dove si va e funziona sui treni, sulla metro, sugli autobus, sulle panchine, seduti per terra, alle poste, in varie sale d’attesa e perfino a casa dei suoceri. Ovunque, perché voi lo sapete, il tempo è come le patate fritte: non ce n’è mai abbastanza. La stanza fissa invece ha dovuto essere autosufficiente stile rifugio atomico: di là dalla rete metallica avrò pure il Presidente, però di qua mancano l’ufficio postale, la libreria, la biblioteca, la copisteria, e va via la luce piuttosto spesso. Allora: fotocopiatrice, fax, battaglie per l’ADSL (vinte solo l’anno scorso), poi gruppo di continuità per il PC e – ciliegina – un vecchio telefono militare di quelli con la manovella, in bachelite, da usare quando va via la corrente e il cordless “muore”. Mio zio pensionato Telecom mi ha spiegato come costruire un accrocchio che lo rende compatibile con la rete di casa. Un mobile a serrandina ospita la succursale delle Poste dove preparo gli invii: modulistica, francobolli, bilancia, carta da pacchi, scatole, buste imbottite e non, e blah blah blah. Due caffettiere sempre a tutto vapore – e via! Prima o poi impianterò anche una stazione radio.

La stanza fissa è anche un palcoscenico; una scenografia che cambia a seconda di quel che si traduce. Esempio: nuovo libro, Seconda guerra mondiale: wallpaper “Keep Calm and Carry On”, raccolta con ore e ore di radiogiornali d’epoca in tutte le lingue da mettere in background, foto del periodo e – ciliegina – la medaglia sovietica del 40ennale della Grande guerra patriottica. Me la “conferirò” quando avrò finito. Quel giorno, desiderato (748 pagine) e temuto (verrà qualcosa, dopo?), altra cerimonia, questa sempre uguale: lettura, King James – 2 Timothy 4:7.

Ma la stanza è ovunque anche perché – banalità in arrivo! – il traduttore è come il carabiniere: sempre in servizio. Sbircia cosa legge la gente. Ascolta cosa dice. Perché la ricerca di quella parola, di quel tono di voce, di quell’idioletto non si arresta mai. Perché la soluzione a uno di un milione di problemi può essere nascosta dappertutto: in una pubblicità, nella scritta su un muro, nello straparlare di qualche invitato a qualche trasmissione, nelle chiacchiere di un tale al cellulare. È una condanna meravigliosa, dover tenere sempre le antenne alzate: ascoltare tutto, guardare tutto, leggere tutto. Perché la stanza non è solo ovunque. La stanza è ogni cosa. La stanza è il bene assoluto. Oltre la stanza, il grande tutto, che è anche il grande nulla (misto di citazioni: Hemingway e Schindler’s List).

Roberto Serrai (1967) traduce dal 1992. Quindi, quest’anno compie vent’anni. Insegue la letteratura americana da molto prima, e per ora lei gli si nega. Quando si incontrano lei ha spesso le sembianze di Simon Legree. Ha lavorato al cinema e gliene sono capitate di tutte. Una volta ha aiutato un noto attore a gestire la crisi di nervi di una nota attrice, un’altra rianimato con i sali le fan in deliquio di un altro noto attore. Di quegli anni ha un rimpianto: aver dato buca a una cena dov’era invitata Rosamund Pike. Lo sopportano una moglie e un figlio.

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Questa voce è stata pubblicata il 7 marzo 2012 da con tag , , , .
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