La stanza del traduttore

Raccoglie spaccati di vita, ricordi, frammenti del quotidiano di chi lavora dietro le quinte di un libro: il traduttore, l'autore invisibile per eccellenza.

La stanza che non c’è più

Sono sempre stata una traduttrice vagabonda.
Abito a Modena, in un appartamento, e il mio studio era il posto dove appoggiavo il portatile. Prima che nascesse Federico, avevo una stanza tutta per me, ma poi quella è giustamente diventata la sua camera, e mio marito mi ha allestito un solaio. Quello è stato il secondo studio più o meno fisso. Dotato di linea telefonica e pieno di libri, ha il difetto di essere gelido d’inverno e bollente d’estate, quindi per non spendere tutti i sudati guadagni in riscaldamento e raffreddamento, ho cominciato a lavorare in casa. Il portatile viaggiava fra cucina e salotto, dove alla fine mi sono risolta ad allestire un tavolo fisso. Questa è la postazione numero tre, quella di gran parte dell’anno, quella che mi ha dato un po’ di stabilità.
D’estate, invece, la famiglia traslocava in campagna. Il passato è d’obbligo, perché alle nove e zero quattro di martedì 29 maggio tutto è cambiato. La stanza che mi ero presa nella casa in campagna era quella d’angolo del primo piano. Tre finestre, un caminetto chiuso ma assai scenografico, due scrivanie (una per il computer e una per le bozze), un divano per i riposini post-prandiali. La finestra di fronte alla scrivania dava sulla paulonia, un albero immenso sul quale nidificano i cuculi e che fa bellissimi fiori viola. Era una stanza ariosa e piena di luce. Adesso non so che ne è di lei. Guardo con gli occhi della mente tutto quello che ci ho lasciato dentro, e mi manca ogni minima cosa. Oggi il dolore è forte. Oggi so che in quella stanza non lavorerò più per molto tempo ancora. Forse ricostruiremo da zero, forse riusciremo a recuperare qualcosa.
Adesso la stanza della traduttrice è di nuovo la cucina, perché a due giorni di distanza dalla scossa non riesco a sedermi alla scrivania in salotto, dov’ero quando è arrivata.
In quel momento stavo “imburrando la teglia”, è così che dicono i traduttori quando preparano i file per un nuovo libro. Prima di scrivere queste righe ho finito il lavoro che avevo interrotto.
I committenti mi hanno concesso delle dilazioni, mi stanno persino proponendo nuovi lavori.
Adesso raduno la concentrazione, mi lascio il tempo di riprendermi e, con i tempi che riesco a concedermi, ricomincio.
Adesso devo andare avanti.

Sara Crimi, modenese, è traduttrice e redattrice free-lance. Si occupa di editoria da dieci anni. [Scrittura & riscrittura]

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Questa voce è stata pubblicata il 1 giugno 2012 da con tag , , , , .
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