La stanza del traduttore

Raccoglie spaccati di vita, ricordi, frammenti del quotidiano di chi lavora dietro le quinte di un libro: il traduttore, l'autore invisibile per eccellenza.

Senza i tigli, allora no

Chi è entrato nel mio studio dal 1982?

Beh, per primo Glauser, direi, quasi ogni giorno, fino all’anno scorso. E non escludo che lo rivedrò. Poi Cécile Ines Loos, la seconda volta mi ha lasciato il suo velo d’oro da sposa. Hugo Loetscher aveva per mano la piccola Fatima, venivano dal mondo dei miracoli e adesso ci sono tornati insieme. Joseph Roth mi ha portato i suoi feuilleton sulla Francia e un delizioso ventaglio di racconti che conservo nella mente come una reliquia. E Kafka? Pure lui è stato qui. Che mesi di esaltazione e tremori per quei quattro racconti di diamante. Faccia del suo meglio, leggevo negli occhi che le incisioni di Alberto Manfredi hanno reso, se possibile, ancora più profondi. E del mio meglio ho fatto, e forse è il meglio che ho fatto. C’entra anche Ermanno Cavazzoni nell’Artista del digiuno, e credo che saremo grati l’uno all’altra per quell’impresa. Ora l’ospite fisso è Hansjörg Schneider. Da quando ci siamo conosciuti a Soletta, ho aggiunto un amuleto alla mia collezione di pezzi rari che mi difendono dalla vacuità. E perché non dimentichi il Ticino nei mesi in cui sono emiliana, Hesse ha pensato bene di rinfrescarmi la memoria imponendomi funambolismi quotidiani di pensieri e parole, nuovo inizio in Ticino, chiese e cappelle in Ticino, ringraziamento al Ticino. Anche se volessi, come potrei divagare?

Francesco è uno degli habitué, ha sempre infranto ogni regola, interrompe a suo piacimento ogni mio labile pensiero, sfonda la porta aperta e si impadronisce di questa sacra cella. Forse nemmeno se ne accorge. Si siede in poltrona, incomincia a raccontare e frantuma con una risata la povera ragnatela che tessevo da ore, sempre intorno alla medesima frase. Ma lui non conosce confini, e lo devo accettare. È mio figlio.

Quando esco di casa in questi giorni del terremoto penso, Signore, se tutto deve crollare, lascia almeno lo studio. Anche senza il muro esterno, come le case della guerra. Lasciami qui, affacciata sul nulla. Non privarmi dei tigli, del loro profumo di fine maggio. Se tutto deve crollare, voglio almeno una scala aerea che mi porti quassù. E di quello che ho accumulato negli anni, maschere, libri, ceramiche, vetri, lascia almeno il frammento di muro rubato alla Waldau nel padiglione di Walser. E le ceneri di G. Prenditi pure le fotografie, tanto la mia famiglia è dentro di me.

Io non sono quello che ho. Ma questo studio è l’eccezione.

Gabriella de’ Grandi vive a Reggio Emilia. È traduttrice letteraria da trent’anni. Solo a pensarci, quasi si spaventa. Ha capito che le piaceva quando era al liceo, greco e latino. Si è laureata a Bologna, ma non ha frequentato scuole di traduzione. Ha tradotto tra gli altri Glauser, C.I. Loos, Loetscher, Hohler, Guardini, Roth, Kafka, H. Schneider. Il numero dei libri non se lo ricorda. Nel 2004 Pro Helvetia le ha conferito il premio per la traduzione. Ha molti amici traduttori, e questa è una grande fortuna. All’inizio non era così. All’inizio si è soli.

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