La stanza del traduttore

Raccoglie spaccati di vita, ricordi, frammenti del quotidiano di chi lavora dietro le quinte di un libro: il traduttore, l'autore invisibile per eccellenza.

Coelum

Del tradurre in compagnia e in movimento, ove si dimostra quanto falso sia il detto Cœlum non animum etc.

Non ho mai avuto una vera stanza, per tradurre. La mia stanza ormai è in ogni luogo. Primo cliché. Vorrei poter dire che, col passare degli anni, sto imparando a rintanarmi, a isolarmi, almeno a periodi, o che ho in animo di costruirmi, per l’avvenire, uno scudo di buone abitudini irrinunciabili, una corazza adamantina di idiosincrasie da traduttore stanziale e solipsista (adoro certi stereotipi), una muraglia inespugnabile di piccoli tenaci rituali, ma non è vero. Sono sempre stato ipercinetico, e tale resterò fino alla fine dei miei giorni, o perlomeno fino alla fine dei miei giorni da traduttore. Irrequietezza. Di pensier in pensier di monte in monte. Cœlum non animum mutant qui trans mare currunt (ah, concedersi il lusso di non controllare la correttezza delle citazioni, visto che non sto traducendo, adesso… O in questa sede vale come “traduzione” anche il travaso del pensiero in frasi che cercano disperatamente di non essere troppo lunghe e sciatte? “Tradurre” in catene, in ceppi, il pensiero catturato, estenuato? Traslare il pensiero-cadavere su carta o sullo schermo?).

Tradurre in treno, tradurre dovunque un ospite sorridente mi metta a disposizione una scrivania e una presa di corrente. Molto spesso l’ospite è una traduttrice, una Jeanne au grand cœur (vd. infra). Basta una scrivania (non si può e non si deve sempre aspirare a una stanza tutta per sé, oggetto del desiderio cui, nondimeno, tutti noi nessuno escluso indirizziamo i nostri sospiri più sospirosi).

Tradurre a letto, quando le ossa provate lo esigono, col valido aiuto di un capiente vassoio per la colazione (portavivande? Pare che sia più corretto chiamarlo così). Ne ho uno in legno chiaro, con zampe retrattili a molla, arcuate, un pezzo da museo, regalo di una zia. Lui sì che è inamovibile, a dispetto della sua origine, della sua natura di oggetto trasportabile. Paradossi. Sta sempre accanto a un lettuccio, nella stanza più piccola della casa (quella che custodisce tutti gli strumenti cartacei, purtroppo sempre più negletti; nostalgia). È docile, rassicurante. Lo uso come comodino basso. Spesso, sempre più spesso viene elevato al rango di reggi-computer, di assistente zelante del traduttore stanco morto e dalla schiena dolorante (le rime sono volute, liberatorie). Ne ho anche un altro, fatto di un materiale misterioso, sintetico, asettico. È dell’Ikea, è neutro, funzionale, muto. Servo muto in seconda. Lui viene trasportato su e giù per la penisola, perché è più piccolo e maneggevole. È un regalo di mia madre, donna spiccia, pratica.

Ecfrasis dell’illustrazione che ho scelto (nel ritaglio c’è tutto, tutto è dettaglio, il dettaglio è tutto):

1)     cartesito (il leggìo più possente che ci sia, articolo ormai introvabile, in cartone compresso).

2)     chiavetta (sesamo esasperante, quando va a singhiozzo; meglio averne due, nelle stagioni più ‘mobili’).

3)     fogli bianchi (a volontà; per favorire il folle va-et-vient dallo schermo alla carta dalla carta allo schermo; la fida stampante non si vede, ma c’è, sempre).

4)     penne colorate (per assecondare, specie in assenza di stampante a colori, il delirio in technicolor delle varianti, dei ripensamenti, dei dubbi, delle nuances, dei bivii, delle “alternative”, parola-chiave imprescindibile, tormentone che provoca accessi di riso nervoso, quando si lavora in due; terreno di contesa e di lotta senza quartiere, perché la negoziazione non è sempre pacato dialogo socratico).

5)      caffè (droga indispensabile; tutt’intorno il bianco latte, il silenzio; l’en plein air, se possibile. Inutile dire che il caffè va a braccetto con le gocce per dormire: regolare artificialmente il ritmo sonno-veglia, delirio demiurgico di onnipotenza; volendo si può optare per l’alternanza caffeina / veronal, così squisitamente letteraria).

Giuseppe Girimonti Greco, calabro-pugliese, ha studiato Letteratura italiana a Firenze, poi Letterature comparate a Parigi. Adesso è insegnante precario e tiene laboratori di traduzione letteraria “di su di giù di qua di là”: a Milano (a Mediazione linguistico-culturale, da contrattista), Napoli (Herzog) ecc. Ha accantonato quasi del tutto la ricerca perché la Traduzione letteraria è tiranna, gelosa. Ha iniziato volgarizzando saggi ‘tecnici’ su Proust. Da un corpo a corpo con Giornate di lettura (indispensabile per tradurre, a quattro mani con Maria Laura Vanorio, L. Finas, Il raggio della lettura, Introduzione di M. Bongiovanni Bertini, Firenze, Le Cariti) è nato il desiderio di fare il salto verso la traduzione letteraria proprement dite. Dopo aver ‘ripittato’ un paio di pastiches (di Simenon e di Proust), è passato alla traduzione di narrativa ‘di primo grado’ (e alla maniacale attività di revisore, sua croce e delizia): Régis Jauffret per Dante & Descartes di Napoli e per Barbès di Firenze (sempre con M.L. Vanorio), Vladimir Pozner per Adelphi (Tolstoj è morto, premio Fiumi 2010, e Il barone sanguinario, con Lorenza Di Lella), ecc. È scaramantico e non è scaramantico, pertanto annuncia un lavoro in cantiere (uno solo), cui tiene molto: la traduzione delle Nouvelles di Proust per Barbès, a 10 mani… così, tanto per portare alle estreme conseguenze il gioco del tandem, che da molti anni gioca con gioia con la complicità di una premiata ditta napoletana (nucleo storico: M.L. Vanorio e le sorelle Di Lella, le sue tre ‘maestre’).

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Questa voce è stata pubblicata il 6 agosto 2012 da con tag , , , , , , .
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