La stanza del traduttore

Raccoglie spaccati di vita, ricordi, frammenti del quotidiano di chi lavora dietro le quinte di un libro: il traduttore, l'autore invisibile per eccellenza.

Il traduttore della stanza

The translator’s room… E qui cosa ci metto, stanza o camera? Cameretta? Cubicolo? Alcova o room of one’s own? Come declinare il tema? Cosa conservare e cosa buttare? What is lost in translation lo ritrovo nel trasloco. Monolocale o bivano: tradurvi tutti i libri, invano. Attenti a camera, però: è tutt’altra cosa. “La camera del traduttore”. Tradurre per immagini, forse. Videocamera: «Can I have a film for my camera?» Che film vuoi, falso amico sporcaccione! Bedroom, sitting room, dining room, ma la seconda è salotto, la terza è sala da pranzo. Diventa “sala” se non ci si dorme? Hall. Troviamoci nella hall, rigorosamente pronunciata «laól». La parola giusta, in realtà, sarebbe lobby. Lobby di potere, gruppo di pressione; Camera Alta, camera dei deputati. E fuori – nell’atrio, vestibolo o foyer – ecco la buvette! Dove si pappano le paste a poco. Le caste! Per gli inglesi, comunque, è House. Sì, ma c’è anche Home Office. Ministero del focolare domestico? C’è nessuno in Camera? Tutti in camera caritatis. Room vuol dire anche spazio: «Now is it Rome indeed, and room enough, / When there is in it but one only man.» Ma, porco Cassio, possibile che lo pronunciassero uguale? Sennò che gioco di parole è? A little room in Rome, come quella di Keats a Trinità de’ Monti. There’s no room in this little room in Rome. Spazio vitale condiviso col male (del secolo). Stanzino con lettuccio, più che camerino (lì c’è una piccola università, very cozy, arredata con servizi). Forse sgabuzzino? Sfrutta i dimunitivi! Second-best bed (and breakfast). B&B. E spare room cos’è? Salvaspazio o camera per gli ospiti? Guestroom o host room. Che strano, però: com’è possibile che “ospite” sia una parola sola per due concetti opposti! Ospita l’ospite, os(pi)te! «Tradurre è un atto di ospitalità»: vieni, autore caro, siediti qui. Finisco di tradurti un attimo, poi ti faccio il chai. Ma non si troverà male? Non si sentirà imbarazzato? Naturalizzato? Normalizzato? Riconoscerò il contesto? E l’intertesto? E l’ibrido innesto? I miei mobili da novantenne lo rassicureranno? Due credenze con specchio, una delle quali farcita di libri. Ma lo spazio-stanza è dentro alla testa o, tuttalpiù, dentro l’hard disk. «For love, all love of other sights controls, / And makes one little room, an everywhere.» …E fa di una stanzuccia un dappertutto. Di un «piccolo spazio»… un «ovunque»? Questo soffitto viola (viola? non era «vola»?). Il cielo in una strofa! Ma Gino, lo conosceva John? La stanza del poeta. The poet’s room is the stanza. Lo spazio del poeta è la strofa. Porte aperte in forme chiuse. Dalla stanza del poeta a quella del traduttore il passo è breve. Trasforma un distico in quattro mosse. Stanza [la zeta è voiced]: group of lines forming one division of a poem. Stanza, group of walls forming one division of a house. House or home? Verse or line? What’s left? The translator’s right! Ora basta. È ora di tornare in classroom. La stanza del traduttore, a volte, è l’aula.

Andrea Sirotti “è un fiorentino fissato con la poesia” (cit.).

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Questa voce è stata pubblicata il 31 ottobre 2012 da con tag , , .
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