La stanza del traduttore

Raccoglie spaccati di vita, ricordi, frammenti del quotidiano di chi lavora dietro le quinte di un libro: il traduttore, l'autore invisibile per eccellenza.

Una finestra sui tacchini

Una finestra sui tacchiniFaccio la pendolare tra Milano e la campagna piemontese, dove abito, sin dai tempi dell’università. Questo fa sì che svolga il mio lavoro in luoghi diversi. Sono tre in tutto e variano secondo i giorni: i vagoni dei treni e l’ufficio dell’università dal lunedì al giovedì, lo studio di casa durante il fine settimana. Anche se amo la vita della pendolare, perché rinnova ogni giorno il piacere disagevole del viaggio, finisce sempre che mi manca qualcosa: un file, un libro, un articolo puntualmente lasciato altrove. Per fortuna la tecnologia spesso mi viene in aiuto e posso proseguire il lavoro in ogni caso. Quando arriva il venerdì, però, è un piacere immenso sedermi alla scrivania nella stanza di casa designata a studio. Finalmente ho tutto ciò che mi serve a portata di mano. E, a dirla tutta, anche quello che non mi serve. Lo studio, infatti, è la sola stanza della casa in cui sono stati concessi pieni poteri al caos, al punto che, in alcuni periodi, entrarvi è fortemente sconsigliato. È relegato nello studio tutto ciò che è di passaggio o in attesa di una sistemazione. Così, di ritorno dalle vacanze o nel periodo delle feste natalizie, ad esempio, sul divano-letto che abbiamo comprato per gli ospiti e sulla poltrona si accumulano pacchetti, borse, fascicoli e vestiti di ogni genere. Quando sparisce qualcosa, è assai probabile che sia sepolto in qualche angolo dello studio. Per non parlare, poi, delle piante grasse di mio marito che, durante l’inverno, trovano anch’esse asilo nella stanza e mi costringono a funamboliche gincane per evitare le loro perfide spine. Oltre al divano-letto, alla poltrona e alla scrivania, domina lo spazio una maestosa biblioteca di legno, ormai traboccante. Un paio d’anni fa, poiché la quantità di libri non accennava a diminuire, abbiamo aggiunto una lunga mensola, che attraversa tutta una parete e, al momento, ha l’importante incarico di dare alloggio ai volumi di poesia ebraica (ma anche qui ci sono degli intrusi). Purtroppo, la stanza è un po’ buia. Quando ci siamo trasferiti, la illuminava soltanto una finestra bassa incorniciata da un arco di mattoni. Così è iniziata la ricerca della luce. Prima abbiamo sistemato una grossa lampada a illuminarmi direttamente la testa e il computer (negli ultimi tempi mio marito ha insinuato il dubbio che mi si possano surriscaldare troppo le idee, staremo a vedere), poi abbiamo aperto una finestrella sul tetto. Il problema non è stato risolto del tutto, ma credo che il piccolo lucernario abbia aggiunto fascino allo studio. Paradossalmente, ciò che più amo di questa stanza è proprio la causa del suo difetto di luce: la finestra bassa con l’arco di mattoni. Mi piace perché, mentre lavoro, posso vedere il cortile della casa accanto, dove, di recente, alle galline si sono aggiunti tre grossi tacchini bianchi che razzolano in allegria tutto il giorno. Poi, ogni tanto, soprattutto nelle stagioni fredde, un passerotto o una cinciallegra si aggrappano con le zampe alle inferriate e sembrano guardare dentro la stanza. Allora significa che è venuto il momento di spegnere il computer e di andare a fare una passeggiata.

Sara Ferrari si è laureata in Lingua e Letteratura Ebraica all’Università degli Studi di Milano. Vive in provincia di Alessandria e da alcuni anni insegna Lingua e Cultura Ebraica all’Università di Milano. Si occupa soprattutto di poesia ebraica, ma ama tradurre testi di ogni genere. Ha tradotto e curato le antologie Forte come la morte è l’amore. Tremila anni di poesia d’amore ebraica (Salomone Belforte Editore) e La notte tace. La Shoah nella poesia ebraica (Salomone Belforte Editore), il poema di Yehuda Amichai Nel giardino pubblico (A Oriente), Camera Obscura di Tali Latowicki (Salomone Belforte Editore).

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Questa voce è stata pubblicata il 22 dicembre 2012 da con tag , , , .
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