La stanza del traduttore

Raccoglie spaccati di vita, ricordi, frammenti del quotidiano di chi lavora dietro le quinte di un libro: il traduttore, l'autore invisibile per eccellenza.

L’approdo

approdo

La mia è una stanza nella stanza. Un grande tavolo in salotto, che galleggia solitario, assediato dalle librerie stracariche, dai mobili, dalla TV, dal passaggio e dalle soste dei familiari. Il grande tavolo ha braccia vaste abbastanza per accogliere tutto quello che mi serve nell’immediato – carte, libri, occhiali variamente graduati, penne, matite, una torcia elettrica se mancasse la luce, creme per le mani, ricordi di viaggi e molto altro – ma anche lavori iniziati, libri che amo moltissimo e vorrei tradurre e in parte ho tradotto per me, progetti futuri, quaderni di appunti.

Il mio tavolo è un’isola felice dalle sponde salde, su cui approdo per poi ripartire. Per l’Irlanda innanzitutto e poi per l’India, per l’America, per l’Inghilterra, per il passato e per il futuro. Per il passato soprattutto. È lì che ho trovato un fondale sicuro in cui gettare la mia ancora e fare una pesca fruttuosa.

Il rumore non mi dà fastidio, non mi impedisce di concentrarmi, ma la notte è il momento che amo di più. Mi permette di raddoppiare il tempo, esterno e interno.

Sul mio vasto tavolo è inclusa un’intera stanza. Quella che avevo in Irlanda. Una stanza tutta per me. Col caminetto, tre finestre luminose che si affacciavano sul giardino e lasciavano entrare il cielo irlandese, una poltrona comoda, un tavolo carico di libri e carte, una macchina da scrivere e la beata solitudine in cui fermentavano le leggende e i miti per emergere poi come presente.

È in quella stanza che ho lavorato alle Leggende di fate e che ho iniziato il mio primo romanzo. In realtà non l’ho mai lasciata. Occupa il mio tavolo, la mia casa, la mia vita e non ha mai cessato di nutrirmi.

Ho sempre pensato che tradurre sia un grande atto d’amore, da fare con umiltà ed entusiasmo, due cose che azzerano la fatica, le ore passate sul testo, le difficoltà di trovare la voce giusta per quell’autore, perché tradurre significa soprattutto condividere la felicità, la meraviglia di una scoperta con chi ancora non la conosce. E ogni volta che mi è stato possibile vedere realizzata una mia proposta, ho avuto la gioia di constatare che quella felicità era condivisa da molte migliaia (qualche volta centinaia di migliaia) di lettori. Non c’è ricompensa migliore.
 

Francesca Diano è traduttrice letteraria da oltre trent’anni e scrittrice. Ha collaborato, fra gli altri, con Fratelli Fabbri, Cappelli, Neri Pozza, Donzelli, Guanda, Edizioni La Gru. Fra i suoi autori Thomas Crofton Croker, (Leggende di fate e tradizioni irlandesi), Alois Riegl (Grammatica storica delle arti figurative), Themina Durrani, Sudhir Kakar, Susan Vreeland, Kushwant Singh e molti altri. Ma in particolare è la traduttrice italiana delle opere della scrittrice Anita Nair, cui la lega una profonda amicizia.

Ha tradotto testi poetici di poeti irlandesi e angloindiani moderni e contemporanei.

Ha collaborato a riviste e quotidiani, ha tenuto corsi di storia dell’arte italiana all’Istituto Italiano di Cultura di Londra, all’Università per Stranieri di Perugia e a Cork, dove ha insegnato all’University College.

Ha pubblicato il romanzo La Strega Bianca – una storia irlandese ed è in uscita la sua raccolta di racconti Fiabe d’amor crudele, Edizioni La Gru.

Ha vissuto per alcuni anni a Londra e in Irlanda.

Nel 2012 ha vinto il prestigioso Premio Teramo.

Ha un suo blog, “Il Ramo di Corallo”. 

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 3 settembre 2013 da con tag , , , , , , , , .
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