La stanza del traduttore

Raccoglie spaccati di vita, ricordi, frammenti del quotidiano di chi lavora dietro le quinte di un libro: il traduttore, l'autore invisibile per eccellenza.

La scimmia parlante

La scimmia parlanteÈ una stanza disordinata; nel corso degli anni i libri hanno preteso di occuparne ogni minimo spazio e poi hanno seguitato a crescere fino a esondare e invadere il resto della casa. Librerie sempre più alte con sopralzi che sono arrivati a sfiorare il soffitto. Laddove la larghezza delle mensole lo consentiva ho cominciato a parcheggiare i libri in seconda fila, in una confusione, romanamente vissuta come ineluttabile, che nega ai primi, legittimi abitatori degli scaffali il diritto di catturare lo sguardo di chi li cerca. Non c’è da stupirsi che poi alcuni di questi libri si offendano, si sentano trascurati, si nascondano. E alla fine riemergano come per incanto nel momento stesso in cui, ormai rassegnata alla perdita, ne avevo appena ordinato una seconda copia (talvolta una terza) da Amazon.
Faccio fatica a tenere tutti sotto controllo: la letteratura giapponese classica ha preteso di occupare tutta la libreria principale, quella grande che copre la parete alle spalle della scrivania, mentre le opere tascabili, per lo più di letteratura moderna, hanno a malincuore accettato di raccogliersi nelle altre librerie più piccole, sulla sinistra. Le traduzioni dal giapponese in lingue occidentali hanno avuto per un certo tempo il privilegio di una grande libreria tutta per loro, ma hanno dovuto poi lasciare posto all’invasione dei manga. Sono tanti, i manga, segno di un interesse antico e mai spento, ma comunque restano una porzione irrisoria rispetto al numero di quelli che vengono ogni anno pubblicati in Giappone. Forse per questo ho definitivamente rinunciato a tenermi aggiornata. Ultimi arrivati, in ordine di tempo, sono i manga su Fukushima. Solide e incombenti le raccolte di poesia classica, copertina nera e oro, consapevoli del loro ruolo privilegiato: sanno di essere indispensabili per chiunque si occupi di letteratura classica. Quanto alle raccolte complete delle opere dei maggiori scrittori contemporanei, che negli ultimi anni hanno dovuto restare un pochino in disparte, hanno finito per occupare una posizione che potrebbe essere definita marginale, ma sono certa che Mishima, Kawabata e soprattutto il mio amato Natsume Soseki sono pronti a riemergere al primo cenno. Le poesie moderne sono per ora relegate in due o tre scaffali soltanto, ma cominciano a reclamare uno spazio più ampio e che sia tutto per loro. Ne hanno diritto, visto che è su di loro che mi appresto a concentrare in questo periodo la mia attività di traduttrice, con tutte le speranze e i timori che una tale sfida presuppone.
I libri si appropriano anche della scrivania. L’ho voluta grande, grandissima così come ho voluto grande il mio studio, che ho sistemato in quello che gli agenti immobiliari definiscono salone. Eppure i libri sembrano un fiume in piena che cerco di arginare con altri libri in modo da conservare un minimo di spazio vitale, contrassegnato da un rettangolo di cartoncino colorato. È lì che annoto le intuizioni più fulminanti, quelle che scappano se non le si inchioda in una qualche formula scritta, per le quali può non esserci neppure il tempo di rintracciare un notes. Quella sulla scrivania è una collocazione privilegiata: i libri lo sanno bene. Sono quelli che servono, cui si deve non solo rispetto ma anche riconoscenza e ai quali ci si affida per risolvere tutti i problemi, non tanto quelli che nascono direttamente dalla traduzione, ma semmai quelli che derivano dalla compilazione di note, glossari e quant’altro serva alla comprensione dei testi classici, ricchi di rimandi e allusioni inafferrabili dal normale, seppur colto lettore italiano. A ben guardare non sono solo quelli che servono in un determinato momento, sono anche i libri che sono serviti, rimasti lì, come certi politici, abbarbicati alla loro poltrona. Ora in lotta con i nuovi venuti, che magari fanno scivolare a terra, ora in simbiosi con essi, per aiutarli o forse per nascondersi. Fatto sta che, non si sa come, finiscono col mescolarsi gli uni con gli altri.
Sulla scrivania libri e scartafacci che odorano di tempi passati, ma anche la modernità degli aggeggi elettronici ai quali non si può più rinunciare. Il computer è rigorosamente un Apple. Mi è stato imposto, all’alba dell’era digitale, da una ferrea convinzione degli studiosi italiani di cose giapponesi, o almeno di quelli di cui mi piaceva seguire i consigli: quello del Mac è il più completo e affidabile programma di scrittura giapponese, niente di paragonabile a ciò che offre Bill Gates, mi dicevano. Non so se è vero, ma questa è la mia fede, ormai diventata incrollabile. A qualcosa bisogna pur credere ed io, nata nella terra di Fausto Coppi, se sono posta nella necessità di decidere chi tra due avversari sia il migliore, “so” chi è il migliore, senza bisogno di consultare statistiche o confrontare risultati.
Quanti Mac sono passati su questa scrivania. Ora il computer è praticamente ridotto a uno schermo piatto e una tastiera. Il “cervello” pensante, solo qualche anno fa voluminoso, è quasi sparito, in conformità con lo spirito del tempo. Spesso va per conto suo. Ogni tanto perfino si mette a parlare senza che gli abbia chiesto niente. Dice cosa incomprensibili, che mi irritano. Sogno – ma purtroppo è solo un sogno – di trovare un tecnico che lo rimetta in riga e lo obblighi ad obbedirmi. Lui, il computer, deve solo eseguire. Non accetto che voglia impormi la sua volontà e neppure che mi dia consigli. Quelli li accetto volentieri, ma da altri, ovvero dai silenziosi compagni delle mie ore trascorse a tradurre. La cornice con foto è la più vicina. Per parecchio tempo ha ospitato il monumento eretto, nella città di Uji, a Murasaki Shikibu, l’autrice del Genji monogatari (La storia di Genji), che ogni tanto sembrava quasi disposta a darmi consigli su come leggere il suo capolavoro. L’ho scattata io stessa, quella foto, durante uno dei miei pellegrinaggi nei luoghi dove Murasaki ha ambientato il suo romanzo. O forse l’ha scattata Fabio, che sempre, fedele, mi accompagna. Non è un caso che ora nella cornice non ci sia più l’autrice della Storia di Genji, ma Fabio, insieme a me naturalmente. Lo sfondo non può che essere rigidamente giapponese, perché mi piace che tutto quello che mi circonda sappia di Giappone, se possibile di quello non tecnologicamente deviato: la teiera di ceramica e quella di ferro, le foglie del té nei loro contenitori coloratissimi, i poster con il più famoso attore del teatro kabuki nei ruoli femminili che ne hanno decretato il successo, due o tre stampe (forse antiche, forse solo vecchie, ma il loro pedigree non ha importanza). E poi ci sono le «bambole» di legno, quelle tradizionali, poverissime, colorate a mano. Il centro di questo artigianato, ormai in via di estinzione, è il Tōhoku, la regione devastata dal Grande terremoto e dallo tsunami del 2011. Quelle bambole, si chiamano kokeshi, mi guardano, ammiccano, assecondano il mio umore, rispondono al mio sguardo, sembra quasi che vogliano suggerirmi qualcosa. Invece Totoro, il pupazzo peluche nato dalla fantasia di Miyazaki Hayao, più che sussurrare brontola. Se si battono le mani, si agita, rumoreggia. Ciò che dice non è comprensibile. Occorre saperlo tradurre, anche questo è un esercizio. Accanto a lui, giusto per completare con un tocco di kitch, l’orologio parlante a forma di scimmia che, se lo si urta per sbaglio, oltre ad annunciare l’ora, avverte che c’è un terremoto.

Maria Teresa Orsi, dopo avere completato i suoi studi all’Orientale di Napoli ed avere vissuto per molti anni in Giappone, ha dovuto sottostare agli obblighi derivanti dal suo ruolo di insegnante di lingua e letteratura giapponese, prima a Napoli, poi alla Sapienza di Roma. Ha dovuto pertanto lottare per decenni contro un pregiudizio molto radicato nelle università italiane, secondo cui la traduzione, anche di opere letterarie di grande spessore, è una attività poco più che insignificante. Non ha l’ambizione di avere cambiato la mentalità dei suoi colleghi, ma sa di avere fatto, almeno negli ultimi 25 anni della sua vita, a partire cioè dalla traduzione di un testo del ‘700 intitolato Racconti di pioggia e di luna di Ueda Akinari, quello che più desiderava e nel contempo di avere nel suo piccolo contribuito a dimostrare che la traduzione, naturalmente quella fatta con il dovuto impegno, è parte integrante dello studio della letteratura, non solo una attività collegata a interessi editoriali. Dopo Ueda Akinari, ha tradotto Natsume Sōseki, Tsushima Yūko, Kawabata Yasunari, Ishikawa Jun, Sakaguchi Ango, Murasaki Shikibu, praticamente mai autori di cassetta, più spesso opere la cui disponibilità in italiano servisse a meglio comprendere il Giappone nella sua complessità culturale. I riconoscimenti ricevuti – ora anche il premio del Ministero dei beni culturali – le hanno dato la speranza di aver forse percorso la strada giusta.

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