La stanza del traduttore

Raccoglie spaccati di vita, ricordi, frammenti del quotidiano di chi lavora dietro le quinte di un libro: il traduttore, l'autore invisibile per eccellenza.

La traduzione nella mente

HPIM0621.JPGPer anni il salotto della mia casa a Padova e il tavolo della sala da pranzo hanno rappresentato il mio spazio di studio e di traduzione: una grande stanza contornata dal verde del giardino che traspariva dalle finestre distraendomi: la libreria carica di volumi ai quali sono molto affezionata, i miei bisnonni che mi sbirciavano da un quadro sulla parete, oggettini vari portati dalla Grecia, di un blu intenso, che mi ricordavano la mia patria riempiendomi di nostalgia.

D’inverno era meno bello, soprattutto nelle lunghe nottate quando, con le tapparelle abbassate e china sui vocabolari, lavoravo rigorosamente con carta e penna per trasferire poi tutto al computer. E tuttavia, quel notturno silenzio tombale soccorreva la mia concentrazione.

Finalmente arrivò il momento in cui decisi che non occorreva consumare il doppio delle energie: era sufficiente trascrivere direttamente sul video il mio lavoro. Allora era più scomodo perché avevo un minuscolo tavolino d’epoca dove c’era unicamente posto per il computer fisso, non trasportabile. Mi circondavo pertanto di sedie con i vari vocabolari e, alzando lo sguardo, vedevo solo il muro con appesa una fotografia enorme raffigurante un ponte di pietra della Macedonia sopra il quale è sospeso un monastero diroccato. Mi concedevo quindi di fantasticare un po’ sul mio paese… Non posso negare che per anni quella sia stata la mia stanza da traduttrice, se tale si può definire un salotto aperto e senza porta dove, a deconcentrarmi di sovente, erano le voci delle mie figlie, il trambusto della vita quotidiana.

Durante le soleggiate giornate invernali, irriducibile amante del sole, trascinavo il tavolo della terrazza piazzandovi sopra il computer, che ormai era portatile, e mi crogiolavo lì finché non arrivava il freddo osservando i platani dinnanzi a me. D’estate, al contrario, rimettevo il tavolo nella sua collocazione originaria e, svolgendo le tende da sole, lavoravo lì fino all’imbrunire. Allora i platani, se mi alzavo, li potevo sfiorare con la mano.

Quando le mie figlie sono andate a vivere altrove, ho adibito una stanza a studio: ho a disposizione una vera e propria scrivania, più spaziosa e comoda, e un monitor molto più grande ma, se mi volto sulla mia sinistra, dalla finestra mi appare solo il condominio di fronte, l’incessante affacciarsi delle persone che ci abitano e, incuriosite, talora mi osservano. Più volte mi sono sentita dire che stavo troppo davanti al computer! Forse mi ritengono una perditempo che passa le giornate a navigare vanamente…

Molte delle mie traduzioni viaggiano insieme a me in Grecia, in un frequente andirivieni. Adoro il mio appartamentino saloniccese, il cui salotto funge, anche lì, da studio ma penetrato da una luce decisamente abbagliante rispetto a quella padovana. Un po’ sulla tavola da pranzo, un po’ su un tavolinetto dell’Ikea adibito a scrivania, spostando senza tregua il computer, continuo a lavorare. D’estate poi è un vero godimento per l’anima e i sensi: porto il computer in terrazza su un tavolo dove c’è spazio anche per i vocabolari, e deliziandomi la vista con il mare che ho di fronte, mi sbizzarrisco con le mie traduzioni e con i miei scritti. Ho scelto perciò la foto che mi sta maggiormente a cuore: il panorama che si scorge dalla mia terrazza a Salonicco.

E allora mi convinco sempre di più che la traduzione occupa gran parte della mia vita e molto più profondamente la mia testa che una stanza, perché molto spesso l’ispirazione inerente alcuni termini che mi frullano nella testa, sopraggiunge ovunque mi trovi.

Flora Molcho è nata a Salonicco, in Grecia. Dal 1974 vive a Padova. Si è laureata in Lettere presso l’Università Aristotele di Salonicco, sezione di Studi Bizantini e Neogreci. In seguito ha conseguito la laurea in Lettere presso l’Università di Padova. Ha concluso i suoi studi con un master sulla genitorialità della facoltà di Psicologia di Padova. Ha ricoperto il ruolo di lettrice di greco moderno prevalentemente all’Università di Padova e per quattro anni all’Università Ca’ Foscari di Venezia. È in pensione dal febbraio 2010. Per alcuni anni ha insegnato la sua lingua nei corsi organizzati dalla Comunità dei Greci, sia a Padova che a Venezia.

Ha tradotto:

I Laodameia tou Cecchi, in Miscellanea 3, Studi in onore di Elpidio Mioni (Padova, Liviana Editrice 1982).

Da una lingua all’altra, Neogreco-Italiano, Italiano-Neogreco (Trieste, EUT 2000).

Donne e uomini di Grecia, Paesaggi di storia (Padova, Sargon Editore 2003).

La finestra di Antonis Samarakis, in ΩΡΑΙΑ  ΛΟΥΛΟΥΔΙΑ  ΚΙ  ΑΣΠΡΑ, Studi di Greco medievale e moderno in ricordo di Lidia Martini (Caltanissetta, Edizioni Lussografica, L’Armilla, Collana di Studi Storici, 2005).

Ebrei di Salonicco-1943, I documenti dell’umanità italiana, Εβραίοι  της  Θεσσαλονίκης-1943, Τα ντοκουμέντα της  ιταλικής ανθρωπιάς (Atene, Ambasciata d’Italia 2006).

Un’aria tutta sua, traduzione della novella di Zyranna Zateli Ο  δικός  της  αέρας, a cura di F. Molchoin collaborazione con sei studentesse dell’Università di Padova (Padova, La Garangola 2008).

Nella desolazione con grazia, 21 racconti di Zyranna Zateli, a cura di F. Molcho, M. De Rosa e V. Baldissera (Padova, Cleup 2011).

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 29 maggio 2014 da con tag , , , , .
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: