La stanza del traduttore

Raccoglie spaccati di vita, ricordi, frammenti del quotidiano di chi lavora dietro le quinte di un libro: il traduttore, l'autore invisibile per eccellenza.

Altre voci, altre stanze

Aldo Il mio primo spazio di traduzione è stato l’ombra di un pino, in un campeggio alla fine del mondo, sulla scogliera alta di Santa Maria di Leuca. Un’amica inglese, un po’ per gioco un po’ sul serio, mi aveva proposto di tradurre un piccolo volume che aveva pubblicato in Inghilterra qualche anno prima: una raccolta di appunti di un viaggio in bicicletta nel Salento, corredato da delicati schizzi a penna di paesaggi dell’estremo lembo d’Italia. Fu la mia prima traduzione.

All’alba, uscivo dalla grande tenda canadese dal tetto blù, in silenzio, per non svegliare Alessandra, mia figlia, che allora aveva 10 anni e mi accompagnava in queste vacanze avventurose dopo la morte di mia moglie, e accendevo il fornelletto del camping gaz, pronto sul tavolino bianco pieghevole per il primo caffè. Mi piaceva respirare l’aria fine del mattino, seduto sulla mia sedia da regista, anch’essa bianca (l’armonia aiuta a concentrarsi, a volte), in attesa del gorgoglio della moka e del profumo penetrante del caffè. Poi, mentre le cicale attaccavano la loro maratona canora, iniziavo a pigiare i testi della mia portatile Olivetti Lettera 32, che mio padre mi aveva regalato quando avevo sedici anni. Sfogliavo vocabolari alla ricerca del termine giusto, del sinonimo che forse rendeva meglio il senso, riempiendo di caratteri, a volte un po’ sbiaditi, i fogli A4 che scorrevano sul rullo, con l’aggiunta costante di correzioni, cancellature e note a mano, ogni volta che una soluzione più adatta si affacciava alla mente.

Quando la temperatura saliva, con lo scirocco che montava, e il frinire delle cicale era ormai assordante, Alessandra sbucava dalla tenda e scendevamo al mare, sugli scogli di Leuca oppure sulle spiagge ioniche di Torre Vado e Pescoluse. Come sempre, mentre nuotavo nell’acqua limpida come un cristallo o mi crogiolavo al sole dopo una nuotata, si presentavano le alternative più interessanti, che magari avevo inseguito per tutta la mattinata. Spesso le trascrivevo su un taccuino che portavo sempre con me, ma nella maggior parte dei casi non era necessario. Dopo averci rimuginato sopra per ore, le parole e le frasi sembravano essersi ordinate da sole nella mente e impresse a fuoco. Impossibile dimenticarle. Quella stanza senza muri, a mezzogiorno, era insieme sala da pranzo e cucina, dove arrostivamo il pesce alla brace sulla fornacetta di metallo che chiamavamo pomposamente BBQ, come i nostri amici australiani. La sera, passata la calura, era daccapo lo “studio” e alla luce della lampada a gas (sarò mai abbastanza grato a camping gaz?) rivedevo e sistemavo il lavoro della giornata. Poi ci concedevamo una lunga sessione di lettura, con pause gelato. Non era ancora l’epoca dei computer per tutti e i portatili non esistevano nemmeno nella nostra immaginazione.

Quando il computer arrivò, un imponente apparato sormontato da un monitor con una gobba spropositata, trovò spazio a sufficienza in una stanza del grande appartamento dove abitavamo. Sul piatto dello stereo girava perennemente un disco di musica classica, spesso il mio amato Mahler o Rachmaninov. Sul tavolo foto di momenti felici. In un angolo c’era la fedele Olivetti e, in un altro, una maestosa Underwood nera del 1914, cimeli di una vita che sembrava passare troppo rapidamente. Una gatta bianca faceva perennemente le fusa su una sedia accanto. Quando lo stereo taceva, una vecchia radio Allocchio Bacchini, dalla struttura in radica, che mio padre aveva comprato nel 1952, era sempre sintonizzata sul World Service della BBC, perché il fascino dell’altra lingua amata fin dall’infanzia non mi ha abbandonato mai. Dalla finestra vedevo i fiori sul balcone e i passeri che beccavano le briciole che lasciavamo sul davanzale. Queste immagini mi distraevano spesso “utilmente” dal lavoro, perché, come ha spiegato Nora Torres, qualche istante di distrazione, che ci aiuti a staccarci dal particolare per avere una visione d’insieme del testo, permette alla mente di utilizzare meglio l’emisfero destro, la parte più intuitiva del nostro cervello. Quando ci trasferimmo ad Alezio, nel piccolo appartamento che era stato dei miei genitori, pieno di ricordi dell’infanzia e dell’adolescenza, la mia stanza da letto divenne il mio “nido di uccello canterino” per citare Michael Wilding, uno degli autori che ho tradotto.

Oggi, la mia stanza è un ampio studio a casa di Pina, la mia compagna, alla periferia di Presicce, sempre a pochi chilometri da Finisterrae, con due finestre che si affacciano sul giardino dove campeggia un frondoso albero di Schinus molle, comunemente detto falso pepe (ma poi perché falso, è pepe rosa!), rifugio ombroso per passeri, cardellini e, a seconda delle stagioni, fringuelli, pettirossi e calandre. Anche le gazze vi gracchiano serene tutto l’anno. La campagna è appena là fuori. D’estate è un pezzo d’Africa. Quando porto a spasso i cani sono Denys Finch Hatton. Un grande tavolo di noce alloggia il nuovo computer che io chiamo “self-contained”. Non è più il monumentale ordigno che occupava l’intero tavolo, ma una meraviglia della tecnologia costituita semplicemente da uno schermo da 24 pollici con dentro tutto il computer e che, all’occorrenza, può trasformarsi in TV. Ma le mie fedeli macchine da scrivere mi hanno seguito fin qui, le ho restaurate e funzionano perfettamente. A volte infilo un foglio nel rullo e scrivo qualcosa, giusto per risentire quel ticchettio un tempo familiare. Ora di gatte bianche ce ne sono più di una, e anche d’altri colori, e la musica mi accompagna sempre, ma anche quella, ormai, viene dalla rete, da you tube, dalle radio straniere che trasmettono dagli angoli più sperduti del mondo e che i miracoli dell’elettronica permettono di ascoltare in alta fedeltà. Il tavolo è costantemente ingombro di carte, libri, appunti, vetuste macchine fotografiche e cianfrusaglie varie che, di tanto in tanto, quando colgo un insistente sguardo di rimprovero, mi decido a mettere in ordine nella cassettiera di teak che ho alle spalle, regalo di Pina, uno dei tanti. Solo allora riemergono gli oggetti smarriti da giorni, monete, penne, ricevute e le foto delle “mie donne” nelle cornici d’argento.
E nelle trasferte, c’è il portatile, naturalmente wifi, con dentro tutto quello che può servire, foto, musica e vocabolari compresi. La mia stanza diventa, di volta in volta, il lago di Lesina quando andiamo a trovare i parenti di Pina, una stanza d’albergo a Roma o in Sicilia, sul mare di Taormina. Allora è il piccolo notebook che diventa la mia stanza.
Da queste “stanze” e su tanti tavoli, in tutti questi anni, sono passati romanzi, antologie di racconti, poesie, saggi di storia antica e moderna e perfino manuali di Tao. Con loro ho vissuto la più straordinaria avventura che avessi potuto immaginare.

Aldo Magagnino

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Questa voce è stata pubblicata il 10 giugno 2014 da con tag , .
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