La stanza del traduttore

Raccoglie spaccati di vita, ricordi, frammenti del quotidiano di chi lavora dietro le quinte di un libro: il traduttore, l'autore invisibile per eccellenza.

Il cielo in una stanza

annamioniNella stanza dove traduco devo vedere il cielo. Ecco perché la mia scrivania è sempre rivolta verso la finestra, in barba alle prescrizioni che impongono la luce da sinistra; e perché finalmente, ora che vivo in una casa con la terrazza, con il bel tempo spesso il mio ufficio si trasferisce all’aperto. Anni fa, mancando la terrazza, mi spostavo spesso a lavorare al parco del mio quartiere; il custode sulle prime era molto diffidente, non capiva cosa ci facesse lì un’adulta senza bambini e con un PC portatile. Ma dopo qualche conversazione e spiegazione sul nostro lavoro capì che non avevo cattive intenzioni.

Forse perché la nostra professione è tanto astratta e fisicamente delimitata, quando rifletto mi fa bene poter posare gli occhi su un’entità concreta, per quanto mutevole, e sconfinata. E in generale per me la vicinanza alla natura e alle sue manifestazioni è così fondamentale che in passato mi è capitato di rifiutare posti di lavoro che mi avrebbero costretta a vivere in una metropoli dove spesso non si riesce a vedere il cielo, o il tramonto.

Quando ho la fortuna di essere invitata a tradurre in una delle varie residenze per scrittori e traduttori che esistono in giro per il mondo, in luoghi di rara bellezza paesaggistica, questo stato di comunione con la natura si realizza all’ennesima potenza e permette una concentrazione quasi assoluta.

Un’altra inquilina indispensabile della stanza dove traduco è la musica: fa da filtro tra l’esterno e l’interno e mi permette di appoggiare i pensieri su un tappeto sonoro che isola dal mondo.

Finché il clima lo consente, la finestra è rigorosamente aperta, per sentire il profumo degli alberi, il cinguettare degli uccelli, il martello pneumatico della ristrutturazione di turno (ce n’è sempre qualcuna in corso in questa zona) e gli olezzi di fritto del cinese da asporto all’angolo.

Su di me vegliano anche i libri che ho intorno per tre pareti (quindi a modo mio rispetto la prescrizione di ricevere luce da sinistra) e che forse per osmosi mi trasmettono un po’ di saggezza. Almeno, si spera.

Anna Mioni dal 1997 ha tradotto quasi sessanta libri dall’inglese e dallo spagnolo per importanti editori italiani. Tra gli autori che ha amato di più tradurre ci sono Edith Wharton, Jonathan Coe, Douglas Coupland, Lester Bangs, Tom McCarthy, Sam Lipsyte, Jon McGregor, Ben Brooks, Daniel Handler, Luc Sante… È tra i segnalati al Premio Monselice per la traduzione nel 2008 e 2009. Ha lavorato nelle redazioni di Aries (Franco Muzzio Editore, Arcana) e Alet Edizioni. Per tredici anni è stata bibliotecaria digitale part-time. Insegna traduzione dall’inglese al Master “Tradurre la Letteratura” della FUSP di Misano Adriatico (RN) e al Master in traduzione editoriale e tecnico-scientifica della SSML di Vicenza e tiene seminari e conferenze dal vivo e online. Nel marzo 2012 ha lanciato la sua agenzia letteraria internazionale, AC² Literary Agency. Vive e lavora a Padova.

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