La stanza del traduttore

Raccoglie spaccati di vita, ricordi, frammenti del quotidiano di chi lavora dietro le quinte di un libro: il traduttore, l'autore invisibile per eccellenza.

Di lingua in lingua, di stanza in stanza…

antoniopreteSe ripenso alle mie traduzioni -non molte, poi- non mi appare subito la scena di una stanza, intesa come tempo e spazio consueto di un raccoglimento e di un esercizio, di un corpo a corpo con l’altra lingua e con la mia lingua, ma si dispongono nel ricordo luoghi diversi che, come accade per certe letture, accompagnano l’esperienza, sono anzi dell’esperienza il resto visivo e fisico, per dir così.

Il mio nomadismo ha portato la scrittura, e dunque anche la traduzione, a coniugarsi con luoghi e ambienti diversi. Così rivedo, mentre traduco Le livre de l’hospitalité di Edmond Jabès nel corso di un ritorno nel Salento, la scrivania che mi ha appartenuto negli anni dell’adolescenza, sulla parete di sinistra c’è la libreria costruita da mio padre, dalle sue abilissime mani di falegname ed ebanista, per i quattordici anni del figlio. Un figlio che aveva, in una casa priva di libri, “sempre un libro in mano”, come esclamava mia madre insieme approvando e invitando a un po’ di divagazione (li trovavo, i libri, a poco prezzo sulle bancarelle, o me li facevo regalare per le feste dagli zii, dopo averli adocchiati nelle “agenzie librarie” di Lecce, dove intanto chiedevo gratuitamente corposi cataloghi, che la sera scorrevo e scorrevo nei titoli, perdendomi nelle loro storie non scritte : credo d’aver qualche volta sognato che anche il mio nome un giorno, chissà, avrebbe potuto essere una linea in uno di quei cataloghi). Fuori, qualche ulivo, più in là un boschetto di eucalipti e verso la strada un alto pino mediterraneo, sulla finestra della stanza, pendente, qualche ramo della buganvillea, nascondiglio frequente di lucertole, anche se mia madre la curava quanto la siepe di rose dinanzi alla casa. Quelle immagini familiari ritrovate dopo anni mitigavano un poco il forte e amaro senso dell’addio che avevo avvertito quando avevo salutato Jabès sulla soglia della sua casa in rue l’ Épée-de-bois a Parigi, il dattiloscritto del libro passato dalle sue mani nelle mie e la promessa di risentirci presto. Cosa che accadde presto con una lunga telefonata (anche quella un addio) che precedette di pochi giorni la morte del grande scrittore diventato un amico.

Oppure, se ripenso alle traduzioni, non solo rivedo, per Les fluers du mal, stanze diverse –a Milano, a Siena, a Parigi, a Montpellier, a Copertino nel Salento, in alberghi dell’Alta Val Badia o nella casa di amici a Verucchio in Romagna – ma sento anche il rumore del treno che da Firenze porta a Milano o da Roma a Lecce : come Benjamin dice che nei versi delle Fleurs du mal si sente il rumore della metropoli, così io potrei dire che nei versi della mia traduzione si può sentire qualche volta il rumore del treno. Naturalmente in treno si trattava di limare o trovare una rima, e rivedere, rivedere, rivedere. Scendere alla Stazione Centrale di Milano avendo trovato le soluzioni giuste (anche se, come sempre, provvisorie) di una quartina, del suo ritmo, significava aver dato un senso al viaggio e soprattutto non aver sentito per nulla il disagio dello spostamento e neppure il tempo del trasferimento da Firenze a Milano (dico dell’epoca priva di Frecce rosse). Ma penso anche alla stanza in cui negli anni Settanta traducevo i poeti dadaisti e del primo surrealismo francese (per un grande volume strenna che dava l’elenco dei traduttori dalle varie lingue solo nella pagina del copyright, sicché il lettore non poteva sapere chi fosse il traduttore di quella o quell’altra poesia) o, più tardi, i racconti del giovane Gide, Le cimétière marin di Valéry, Orpheus Euridike Hermes di Rilke, Le livre de la subversion di Jabès e altro : era al 3 di via Bronzetti a Milano, l’appartamento del piano rialzato dava in un cortile dove il gatto Rouge balzava regolarmente dopo la sua cena, per andarsene nottetempo non so dove e tornare all’alba picchiettando sulla finestra e svegliandomi perché gli aprissi.

Ma mi viene in mente anche la piccola stanza che ora è il mio studio a Siena, nella campagna, la cui finestra s’affaccia su un’alta magnolia, e se mi sporgo guardando a sinistra posso vedere il profilo azzurrino dell’Amiata, mentre le finestre della casa, dal lato opposto allo studiolo, guardano le linee della città, con la torre e il Duomo, e di là dal loro disegno, nei giorni limpidi, si apre l’onda delle colline che a sinistra vanno, passata la Montagnola, verso la Maremma e il mare, e a destra divallano verso la Valdelsa. Ma la stanza del traduttore –e del poeta – che avrei voluto davvero conoscere è quella evocata da Baudelaire in Soleil, quando, ancora sulla soglia dei Tableaux parisiens, è descritta la lotta del poeta con la lingua, passaggio che qui riporto, per alcuni versi soltanto, nella mia traduzione :

[…]
comincio l’esercizio della scherma fantastica,
dovunque della rima fiuto azzardi e contrasti,
sulle parole inciampo come su un lastricato,
urtando qualche volta su versi che ho sognato.

Baudelaire dice dei suoi versi. Ma la traduzione della prosa di Poe, alla quale ha atteso per undici anni, è stata l’altra sua grande “fantasque escrime”. Traduzione che era esercizio e conversazione con l’autore, fatica e ascesi, avventurosa escursione nei mondi del possibile e conoscenza di sé.

Antonio Prete

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Questa voce è stata pubblicata il 12 gennaio 2015 da con tag , , , , , , .
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