La stanza del traduttore

Raccoglie spaccati di vita, ricordi, frammenti del quotidiano di chi lavora dietro le quinte di un libro: il traduttore, l'autore invisibile per eccellenza.

La stanza della geometria

OnetoSono state tante prima di diventare la stanza di oggi, chiusa alle spalle e con la portafinestra davanti. Non è un gran panorama quello di cui godo, ma è l’uscita verso l’esterno che mi fa sentire a mio agio, la trasparenza dei vetri, il mondo fuori.
Il tavolo è un po’ piccolo, ma piccola è anche la stanza; le librerie mi stanno alle spalle e una sul fianco sinistro, a proteggermi, a spronarmi. Chino la testa sul testo, la alzo per trovare la proiezione geometrica della traduzione, guardando fuori, nello spazio. È da un po’ di tempo a questa parte che la traduzione la immagino così: le lingue – quelle che io conosco – partecipano di un campo di cui condividono alcune linee fondamentali, ma non molte; io da traduttrice cerco le figure geometriche che si corrispondono, le linee invisibili che una volta seguite portano a individuare, proiettate sull’orizzonte linguistico, delle forme corrispondenti, a volte simili, a volte tangenti, a volte semplicemente dei frattali della mia fantasia linguistica. E questa stanza mi basta per fare questo. Mi avvolge bene. E si dilata e si restringe, a seconda dei giorni e delle voci che entrano ed escono, dei frammenti di mondo che vi si intersecano.
Certe volte penso che sia soltanto una stanza nella mia mente, riproducibile ovunque. E, in effetti, quando viaggio e mi trovo in altro loco, questo avviene. La stanza mi si materializza intorno, anche nel soggiorno della mia amica Julie, per esempio, quando la vado a trovare, tra le sue piante e il parquet americano anni Novanta. E credo sia perché questa stanza io la porto dentro da tanto tempo, l’ho cercata con tutta me stessa, testardamente, e pagina dopo pagina, libro dopo libro, frase dopo frase, mi si è costruita dentro.
Non nascondo che ogni tanto mi piace anche chiuderla, lasciarla in attesa. E vivere tutte quelle parole che mi si affollano nella mente, provarle sul campo, toccarle, sfogliarle, ingoiarle e ripeterle, assaporarne il ritmo; e dimenticare così, almeno ogni tanto, che sono la materia di cui sono fatta, che sono il motivo per cui torno nella mia stanza e chino la testa su un nuovo libro. Che sia però sempre lo stesso?


Giuseppina Oneto
, di nascita sarda, di origine ligure. La prima parte della sua vita traduttiva è stata dedicata al tedesco, Maxie Wander, Helga Königsdorf, Heinrich Böll, Bertold Brecht e altri; la seconda, dopo un lungo trasferimento negli Stati Uniti, all’inglese. E sono passati per le sue mani quasi tutti i romanzi di Peter Cameron, tutte le opere storiche di Hilary Mantel e ora inizia coi romanzi, e poi A. S. Greer, Kiran Desai, James Lasdun e numerosi altri. Insegna pratica della traduzione a Roma e spesso, per motivi che non sfuggiranno ai colleghi, lingua inglese.

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