La stanza del traduttore

Raccoglie spaccati di vita, ricordi, frammenti del quotidiano di chi lavora dietro le quinte di un libro: il traduttore, l'autore invisibile per eccellenza.

Fare casa

strumenti_di_lavoro_guerzoniFare casa. Questa era stata la mia risposta. Qualche anno fa, durante uno dei nostri seminari di traduzione Carter, dovevamo rispondere ad alcune domande per conoscerci meglio. La domanda era “cosa vi viene meglio nella vita”. Boh, il vuoto nella testa. Qualcuno aveva detto cucinare, altri lavorare a maglia o curare il giardino o altre cose più o meno meravigliose. A me non veniva nessuna idea. Poi mi è venuto in mente che in effetti quando sto in giro (un po’ di mesi l’anno) sono molto brava a cucirmi addosso degli spazi in cui isolarmi e lavorare. In pratica, mi fermo da qualche parte e “faccio l’uovo”, come dice una mia amica. Lavoro più o meno sei ore al giorno sette giorni su sette, come a casa.

Siccome faccio fatica a stare ferma in una stanza, e mi piacciono le persone, i rumori, le città con tanti milioni di abitanti, le strade e i vicoli, le chiacchiere con gli sconosciuti, vivrei facilmente in un vagabondaggio perenne – ma di vagabondaggi non si campa. Invece la traduzione mi tiene a terra, come la mano di qualcuno che stringe il filo di un palloncino. Dormo poco, lavoro qualche ora, esco, passeggio, naso per aria, mangio, parlo con qualcuno, vedo gli amici, torno dentro, altre ore di lavoro, e così via, una mappa di quotidianità.

In genere non scelgo dove stare, faccio casa in stanze di amici, in case vuote, in alberghi economici, in hotel di lusso se ho una conferenza o devo tenere un seminario, in appartamenti universitari. Non mi interessa molto lo spazio in cui devo o voglio acquattarmi per qualche settimana o mese. Generalmente mi basta che ci sia una finestra (a Hong Kong o Singapore non è scontato) e wifi.

Ho vissuto per parecchi inverni in una pensione di Bombay che costava più o meno dieci euro al giorno. Pavimenti coloniali dai fasti ormai sbiaditi, niente mobili, solo il letto e una grande finestra e una cassettiera per i vestiti. L’onnipresente luce al neon al soffitto. Nessuna lampada e nessun comodino. Bagni in comune. Lavoravo sul letto a gambe incrociate. Molta felicità.

In un altro alberghino lavoravo in veranda, con i tappi nelle orecchie. Vista su baracchini di tè, impiegati che correvano al lavoro, massaie, perditempo, mendicanti, motorette, sporadiche mucche, gatti, topi, cani spelacchiati. Nella veranda di fronte c’era un bordello malconcio, e nelle pause di lavoro mi fumavo una sigaretta contemplando le prostitute che si spazzolavano metri di capelli o si pittavano le unghie perfette. Al mattino, io mi svegliavo presto e ci facevamo ciao con la mano, loro andavano a dormire e io mi mettevo a tradurre.

Oppure a Penang, in Malesia, durante un festival a cui ero invitata, sono stata qualche settimana in una grande stanza fané con vista sul mare di piombo, navi giocattolo all’orizzonte (pensavo molto ai pirati in quel periodo), e un giardino denso di durian puzzolente e gelsomino fragrante. Era la villa cadente di una famiglia cinese, con tutti i ninnoli e le cartine geografiche e le fotografie di un passato vicino ma ormai ricoperto di polvere. Poi un giorno il wifi non funzionava e quando sono andata a protestare, alla reception mi hanno detto con aria affranta che i topi si erano mangiati i fili. Oppure all’università di Lahore, in Pakistan, avevo una stanza piena di luce in un campus universitario verde ed efficiente. Dalla mia finestra vedevo le facce sveglie e gli occhi stellati di chi è giovane e non ha perso le speranze in un posto dove si può saltare in aria facilmente. A Karachi ho fatto casa in un albergo con tante guardie della sicurezza intorno e il giubbotto antiproiettile sul comodino. Ho conosciuto gente meravigliosa. Al Cairo ho fatto casa per un anno in una casa vera, con la veranda. Lavoravo sempre nella veranda.

Ci sono molte biblioteche in cui ho fatto casa, con i ventilatori lenti che non facevano altro che spostare schiaffi d’aria calda, come all’Asiatic Society, o la David Sassoon di Bombay. O quella dell’Indian Institute of Management di Ahmedabad, capolavoro di modernismo disegnato da Louis Kahn, o la New York Public Library, o la Braidense a Milano.

Sono anche abbastanza brava a fare casa in aeroporto e in aereo. In treno poi è facilissimo: soprattutto nei lunghi viaggi sulle cuccette indiane, dove nella tua nicchia lavori, dormi, mangi leggi, chiacchieri con i compagni di viaggio. Sali a Delhi e scendi a Mysore in meno di due giorni, voilà. In movimento mi sembra di lavorare bene, paesaggi che scorrono al finestrino e lo sferragliare che dà il ritmo al pensiero e alle dita sulla tastiera.

Come se, mentre traduco, mi trasferissi in una bolla che non ha tempo né luogo. Così trovo finalmente la pace, per giocare con le parole mie e dell’altro, per mischiarle e scambiarle e metterle al posto giusto, con il suono esatto. Come un bambino concentrato che fa un puzzle.

Gioia Guerzoni ha 45 anni, vive a Milano, e traduce narrativa da venti per Saggiatore, Einaudi, Feltrinelli, Mondadori, Marcos y Marcos e altri. Le piace esplorare l’inglese di geografie e di epoche diverse – Teju Cole, Iris Murdoch, Saki, Siri Hustvedt, Paula Fox, Ben Marcus e altri – e soprattutto del subcontinente indiano, che frequenta da vent’anni senza nessuna pretesa di capirlo (lo spiegano loro). Come ottima scusa per viaggiare mentre traduce, collabora con case editrici e agenzie come scout per le letterature del Sud Est Asiatico, partecipa a vari festival letterari internazionali, e organizza workshop su traduzione ed editoria, specialmente in Asia. Passatempi: camminare, guardare, instagram. Progetti: stare a casa di più, forse.

Fare casa
Translated by Frederika Randall

Fare casa. Making home, making a lair, I said. A few years ago during a translation seminar, we had to introduce ourselves by answering some questions. What do you do best in life? That was the question. Zero. Nothing came to mind. Someone said cooking, someone else knitting, gardening, and other things wonderful and maybe less so. But nothing at all came to my mind. And then I thought, well in fact when I’m traveling – several months every year – I’m very good at stitching together small spaces where I can be alone and work. I settle down in a place and “lay an egg” as a friend of mine says. And work about six hours a day seven days a week, just as I do at home.

It’s never easy for me to stay shut up in a room; I like people, noise, cities with many millions of inhabitants, streets and alleyways, talking with strangers. I could happily be an eternal vagabond, but vagabondage doesn’t pay the rent. And so translation keeps me grounded, like a hand holding a balloon by the string. I sleep (not much), work a few hours, go out, take a walk, my nose in the air, eat something, talk to someone, see friends, return to my room, more hours of work, and so forth – sketching a daily map.
Where I stay is rarely a matter of choice; I make home in a friend’s room, an empty house, a university dormitory, a cheap hotel, a luxury hotel if I’m going to a conference or have to give a seminar. I don’t care much about the space where I hunker down, by choice or by necessity, for a few weeks or months. In general all I need is a window (not automatic in Hong Kong or Singapore) and wi-fi.

I spent many winters in a Bombay rooming house that costs around 10 euros a day. Floors marked with faded colonial glory, no furniture, just a bed, a huge window, and a chest of drawers for clothing. The ubiquitous neon light from the ceiling. No lamp, no bedside table. Shared bath. I worked on the bed, legs crossed. Bliss.

In another cheap hotel I worked on the verandah wearing earplugs. With a view of tea stalls, clerks hurrying to work, housewives, layabouts, beggars, scooters, the occasional cow, cats, mice, mangy dogs. Across from mine, the verandah of a rundown bordello. Taking a break from work, smoking a cigarette, I would watch the prostitutes brushing their yards of hair or polishing their perfect nails. In the morning, I’d wake up early and we’d wave hi there, they going off to sleep while I was sitting down to translate.

Or in Penang, Malaysia, where I was invited to a festival and spent a couple of weeks in a big, shabby room with a view over a leaden sea, toy ships on the horizon (pirates were much on my mind in those days), and a garden thick with evil-smelling durian and the fragrant scent of jasmine. It was the run-down villa of a Chinese family, all the bric-a-brac and maps and photographs of a recent past already covered with dust. Then one day the wi-fi didn’t work and when I went to complain at the desk, a desolate manager told me that mice had gnawed through the wires. Or there was the University of Lahore, Pakistan, where I stayed in a light-soaked room on a campus that was green and efficient. From my window I could see the bright faces and starry eyes of young people who had not lost hope in a place where getting blown up was a real risk. In Karachi, I made home in a hotel with body guards all around and a bullet-proof vest on the nightstand. I met wonderful people. In Cairo, home was an actual house, with a verandah, where I lived for a year. The verandah was my workplace.

I’ve also made home in many libraries, places with slow-moving fans that shifted the slaps of hot air around, like the Asiatic Society or the David Sassoon in Bombay. Or the library of the Indian Institute of Management in Ahmedabad, a Modernist masterpiece by Louis Kahn, or the New York Public Library, or the Braidense in Milan.

And I’m not bad at making home in airports and airplanes either. Trains are even simpler, especially on long trips in Indian couchettes, where your cubbyhole serves for work, sleep, food, reading, conversing with your traveling companions. You set out from Delhi and get off at Mysore less than two days later, voilà. Locomotion seems to favor work, the landscape spinning by the windows and the rattling of the rails that supplies a beat to thought and to fingers on a keyboard.
As if the work of translation takes me into a timeless, place-less bubble. Where at last I find the calm to play with my words and those of the other, mixing them up, exchanging them and getting them in place, finding the right tone. A child concentrating on a puzzle.

Gioia Guerzoni, 45, lives in Milan and has been translating fiction for Saggiatore, Einaudi, Feltrinelli, Mondadori, Marcos y Marcos and other publishers for twenty years. She likes to explore the English language of different eras and regions—Teju Cole, Iris Murdoch, Saki, Siri Hustvedt, Paula Fox, Ben Marcus and others—and above all that of the Indian subcontinent, which she’s been visiting for twenty years with no presumption she’s understood it. As an excuse to travel while translating, she works as a scout on South-East Asian literatures for publishers and agents, takes part in various international literary conferences, and organizes workshops on translation and publishing, especially in Asia. Hobbies: walking, looking, Instagram. Plans: to stay home more. Maybe.

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 12 febbraio 2015 da con tag , , , , , , , , , .
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