La stanza del traduttore

Raccoglie spaccati di vita, ricordi, frammenti del quotidiano di chi lavora dietro le quinte di un libro: il traduttore, l'autore invisibile per eccellenza.

La traduzione démeublée

“Come sarebbe bello poter gettare dalla finestra tutta la mobilia; e insieme a quella, tutte le inutili ripetizioni…”.
Willa Cather, Il romanzo démeublé, in La nipote di Flaubert, Adelphi, 2005, traduzione mia.

monicapareschiLa stanza dove traduco si va svuotando. Per anni ho studiato – sulle riviste, nel web, in vecchie foto d’epoca, e qualche volta persino dal vero, in quelle case-museo che sono diventate tante dimore di chi in passato scriveva per professione – gli studi degli scrittori che amavo: volevo capire, credo, se gli ambienti, i mobili, la vista che si godeva dalle finestre, quella particolare tonalità di verde bosco o grigio asfalto che entrava dai vetri, la luce del sole screziata dalle foglie, l’alone nebuloso dei lampioni nel buio, l’imbottitura delle poltrone, il velluto liso dei divani, la disposizione di tappeti cuscini posacenere vasi, la caduta delle tende, l’angolazione del tampone di carta assorbente sulla scrivania, la scatola dei sigari, il vassoio e la teiera, avessero in qualche modo a che fare con le parole e le frasi e le storie che abitavano la mia coscienza letteraria; col ritmo della prosa e della poesia che avevano trovato posto dentro di me e che faticosamente, un giorno dopo l’altro, diventavano parte del mio respiro, prima di tornare trasformate in una lingua che era stata indiscutibilmente mia ma che ora, esplorata e dissodata e dilatata all’inverosimile per accomodarne un’altra, si allontanava sempre più. Esiliata dalla mia casa-lingua, studiavo le case e le stanze di chi, in un modo o nell’altro, mi aveva costretta all’esilio. La domanda sottesa e un po’ morbosa a tutto ciò non era tanto se il genio avesse lasciato la sua impronta sugli oggetti prosaici degli interni che aveva abitato, né se in quei luoghi aleggiasse ancora quello che si potrebbe romanticamente definire il suo spirito – no, la domanda era, al contrario, se quegli oggetti e le loro disposizioni, la caduta delle tende, la sgualcitura del cuscino, la durezza del legno, l’incrinatura del vetro, la screpolatura degli infissi, l’appannatura del vetro, l’ossidazione delle maniglie, la sbreccatura della tazza avessero reso la prosa in cui temporaneamente, ossessivamente albergavo quello che era, se tutto ciò vi si fosse impresso al punto da dettarne il battito, da forgiarne la dissonanza e la melodia.

Come accade a tanti lettori giovani, ero ammalata di realismo: ero ancora in grado di leggere con gusto lunghi elenchi balzachiani senza distrarmi, di gustare i cibi, annusare i profumi, apprezzare la consistenza dei tessuti sulle pagine. Flaubert era di là da venire. La mia lingua di traduttrice giovane era ricca, esotica, vistosa, sfacciata – persino opulenta.  Amavo tradurre autori pirotecnici, ricercavo la sfida, il tour de force. Ero una traduttrice atletica, una collezionista bizzarra. La parola rara era un prezioso objet trouvé il cui reperimento mi rendeva trionfante e fiera. Accumulavo. Non avevo ancora il gusto dei vuoti, dei silenzi, delle case spoglie. Non sapevo che sono quelli a parlare davvero. A quei tempi arredavo le mie stanze.

La mia propensione arredatrice era favorita da frequenti spostamenti e traslochi. Ogni volta aggiungevo mobili e cuscini, orientavo tavoli, riempivo vasi, stendevo tappeti, disponevo libri, accostavo colori, cambiavo luci secondo uno schema che tendeva a una mia idea di perfezione. Nel frattempo il mio bagaglio di parole e combinazioni sintattiche si arricchiva e diventava più duttile. A un certo punto, tuttavia, quelle stanze troppo piene hanno cominciato a distrarmi, a infastidirmi, e infine a respingermi. Inquieta, passavo col portatile da un punto all’altro della casa, trovando sollievo negli angoli meno preposti all’esercizio della mente, luoghi austeri o operativi, perlopiù spogli, come la camera da letto o la cucina. Lingua e vita erano sovraccariche, e il senso si perdeva.

Per una strana consonanza, la mia lingua di traduttrice ha seguito le vicende della mia esistenza, dei miei affetti, delle mie scelte più o meno obbligate, semplificandosi. La traduzione-spartiacque è stata Le vite di Dubin di Malamud. Più delle parole, dovevo tradurre lo spazio tra loro, lo iato tra i pensieri, la sospensione del dubbio. Nel frattempo, traslocavo nella casa che occupo adesso, svuotavo stanze e liberavo la mia vita. Ora passo più tempo a tradurre i silenzi che le parole, impiego più energie a sottrarre che ad aggiungere, ad ascoltare che a scrivere. Eliminare le ripetizioni, le rime viete, le ridondanze ritmiche, le allitterazioni allappanti, le assonanze maldestre. Rispettare i silenzi, conservare i vuoti, proteggere gli interstizi:  è qui che si annida il senso, per chi lo cerchi, e chi legge deve poter fare da sé. Così, mentre le vicende intorno a me mi costringevano ad alleviare dell’inutile la mia vita e le mie stanze, ho rinunciato ai miei atletismi traduttori: la mia prossima casa non avrà, credo, una vera e propria stanza tutta per me ma un triangolo di vetro e cielo dove incastrare il mio tavolo, che vorrei il più possibile sgombro: una zattera flottante. Se il talento della maturità, artistica e personale, è giungere all’essenziale, un giorno arriverò forse, idealmente ma nemmeno troppo, a “gettare dalla finestra tutta la mobilia; e assieme a quella, tutte le inutili ripetizioni che riguardano le sensazioni fisiche, tutti i vecchi schemi noiosi, per lasciare la stanza nuda come il palcoscenico di un teatro greco, o come la casa in cui discese la gloria della Pentecoste; lasciare la scena nuda per il dramma delle emozioni” perché “per creare un dramma bastano una passione, e quattro mura”.

Monica Pareschi vive a Milano, dove traduce e lavora come editor di narrativa per le maggiori case editrici. Ha tradotto e curato, tra gli altri, Doris Lessing, James Ballard, Bernard Malamud, Willa Cather, Edith Wharton e Shirley Jackson. Per Neri Pozza cura la collana Le Grandi Scrittrici, dedicata ai classici femminili, in cui è uscita di recente una sua nuova traduzione di Jane Eyre di Charlotte Brontë. Suoi racconti e interventi sono apparsi su diverse testate. Tiene corsi e seminari di traduzione letteraria e editing in diverse università. È autrice di È di vetro quest’aria, Italic Pequod, Ancona, 2014, per cui ha ricevuto una menzione speciale al Premio Arturo Loria 2014. È vincitrice del Premio Renato Fucini 2014. È finalista al Premio Bergamo 2015 con È di vetro quest’aria.

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Questa voce è stata pubblicata il 3 marzo 2015 da con tag , , , , , , , , .
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