La stanza del traduttore

Raccoglie spaccati di vita, ricordi, frammenti del quotidiano di chi lavora dietro le quinte di un libro: il traduttore, l'autore invisibile per eccellenza.

Love is an open door

foto stanzaLa nostra stanza è bianca e blu, luminosa, piena di gatti, di fotografie e di chiacchiere. È larga  una decina di centimetri e lunga un centocinquanta metri, a spanne. Almeno fino a oggi.

Ma crescerà: perché la stanza che condividiamo è, al momento, la chat di Facebook, e prevediamo che da qui in avanti le cose da dirci aumenteranno di un bel po’.

In realtà, fisicamente, noi due lavoriamo (a volte in collaborazione, a volte da sole, ma senza mai perdere i contatti per più di qualche ora) ciascuna nel suo spazio, a casa propria.

Chiara ha una scrivania piccola e organizzatissima che difende con le unghie e coi denti (e con una veemenza che sfiora l’ossessione) dagli assalti del mondo esterno: il microfono di Emma, le capriole di Alice, il moccio di pelouche dell’orsetto di pelouche Teo e del pupazzo-cane-fortunadrago Popi, che come in una puntata di The Walking Dead provano a invadere il suo spazio vitale appena si distrae.

Barbara ha un tavolone gigantesco e incasinato, che il suo compagno (ordinatissimo, maniacale) si rifiuta di guardare e sul quale lei perde con allarmante regolarità occhiali pennarelli riviste orecchini burrocacao cuffie fogli penne chiavette usb taccuini mouse: il disordine è il suo modo di dire al mondo “io esisto”,  di farsi compagnia quando il silenzio della casa si fa troppo opprimente.

Chiara lavora a suon di musica truzza: spara Gam Gam Style dalle casse a volume imbarazzante e mentre le figlie ballano come due invasate, covando in segreto l’ennesima bronchite, lei macina compita cartelle e cartelle sul femminismo in Medioriente, sull’ultima startup tecnologica che sta facendo impazzire la Silicon Valley, sulla situazione politica in Tibet.

Barbara detesta il rumore, si distrae con la facilità di una nevrotica sull’orlo di un esaurimento e quando lavora riesce ad  ascoltare solo musiche di sitar a volume bassissimo (se sta traducendo una guida dell’India), pennywhistle non troppo squillanti (se è alle prese con un libro sul cibo di strada delle Isole britanniche), o la riproduzione di fruscii di foglie o di onde oceaniche (che va bene con tutto, anche i romanzi sboccati scozzesi).

Chiara preferisce tradurre con la luce artificiale, e le piacciono quei pomeriggi invernali in cui la lampada sul tavolo disegna un cerchio perfetto sulla pagina su cui sta lavorando. Barbara senza sole si spegne, avvizzisce come una piantina, e per questo se potesse vivrebbe (e lavorerebbe) in una veranda inondata di luce.

Chiara lavora preferibilmente da casa, in tuta, col Ciobar bollente sempre sul fornello per placare le urla belluine delle bimbe. Barbara, quando può, va a lavorare in biblioteca, di cui ama la calma e il brusio sommesso, e si spara le pose da intellettuale hipster ordinando da Busters Coffee un americano macchiato alla soia con cannella.

La chat di facebook, quindi, è la porta che collega le nostre stanze; è l’uscio sul quale ci mettiamo quando siamo stanche di stare da sole, abbiamo bisogno di una tregua, di un consiglio, o di condividere un piano comune. È una porta solida e volatile insieme, che si apre e si chiude ogni volta che ne abbiamo bisogno, lasciandoci libere ma legate: la soluzione perfetta, per due traduttrici. È la porta segreta delle ghost stories, quella che non sapevamo nemmeno che esistesse finché non ci siamo incontrate e non abbiamo iniziato ad aprirla sempre più spesso, prima bussando, esitanti, incerte, girando la maniglia solo dopo aver controllato dallo spioncino, poi sempre più spavalde, alla fine senza nemmeno avvertire. È la porta che si affaccia sul mondo dell’altra, così diverso dal nostro, che visto attraverso quello spiraglio ci fa un po’ ridere, un po’ invidia, un po’ tenerezza.

Ogni tanto ci pensiamo, a quanto sarebbe bello condividere una stanza reale. Bisognerebbe prendere degli accorgimenti, d’accordo: Chiara dovrebbe comprarsi delle cuffie a prova di Gam Gam Style,  Barbara dovrebbe limitare il numero di tazzine sporche sulla scrivania a due-tre al giorno.

Però potrebbe funzionare, ne siamo sicure: e sarebbe entusiasmante mescolarci un po’, con Chiara che trova il coraggio di assaggiare il macchiato alla soia e Barbara che canta con Emma e Alice e il loro microfono rosa quella canzone di Frozen che le piace tanto, quella che fa: love is an open door.

Una porta aperta, appunto.

Come volevasi dimostrare.

Barbara Ronca e Chiara Rizzo sono due traduttrici editoriali EN>IT.

Barbara è specializzata in narrativa anglofona (ha collaborato con diversi editori, tra cui Voland, 66thand2nd, Isbn) e turismo, e negli ultimi anni si è dedicata in particolar modo alla traduzione e revisione di libri, guide turistiche e siti web incentrati sui temi del viaggio (collaborando con case editrici specializzate come EDT – Lonely Planet e Taschen). Si occupa anche di editing, formazione (tiene seminari sulla traduzione e lo scouting per STL Formazione) e letture professionali.

Chiara è specializzata in giornalismo (soprattutto politico), web e divulgazione, ha tradotto saggistica per diversi editori (tra cui UTET e Marsilio) e collabora con varie riviste, tra cui Wired, Reset, Arab Media Report, traducendo articoli di attualità perlopiù legati al particolare contesto del mondo arabo. Si occupa anche di editing, ufficio stampa e organizzazione di eventi culturali.

Incontratesi per caso, come spesso accade nelle congiunture più fortunate, da un po’ le due hanno deciso di “mettere su casa insieme”, telematicamente parlando, e questa casa è il loro sito, www.doppioverso.com

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 23 marzo 2015 da con tag , , , , , , , , , , .
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