La stanza del traduttore

Raccoglie spaccati di vita, ricordi, frammenti del quotidiano di chi lavora dietro le quinte di un libro: il traduttore, l'autore invisibile per eccellenza.

La stanza degli spiriti

FRandall2Era la camera di nostro figlio, ora cresciuto e volato via, cervello italiano in fuga. C’erano una libreria e un tavolo Ikea con graffiti vari (I am your Father, parole fatali di Dart Fener) incisi nel compensato. Qualche anno fa quando morì mia madre negli Usa, ho avuto una gran bella scrivania di quercia per sostituire quella adolescenziale. In quarant’anni di lavoro è stata l’unica stanza tutta per me, ma non sempre riesco a starci. A volte mi trasferisco con portatile e libro da tradurre in cucina, a volte sul divano. Dipende anche dalla compagnia.

Per più di un anno ho condiviso la stanza con il 25enne Ippolito Nievo, un giovane ironico, divertente, non fortunatissimo in amore, uomo ispirato da alti ideali che fece parte della spedizione dei Mille con Garibaldi (e morì in un naufragio a 29 anni, di ritorno dalla Sicilia poche settimane prima della unificazione). Ippolito si esprimeva in una lingua ottocentesca condita di espressioni venete; si faceva capire da me tramite il suo senso dell’umorismo, qualità fuggita a più di un lettore distratto, facendo sembrare il suo capolavoro Le confessioni d’un Italiano remoto, difficile. Quando dopo una decina di pagine ho captato il tono ironico, il narratore Carlino Altoviti ha cominiciato a parlarmi ad alta voce. Non mi ha più abandonato, Carlino, né ho abbandonato io la mia stanza, lavorando in fretta e furia pur di non perdere quel contatto.

Non succede con tutti i testi. Più remoto è l’autore, psicologicamente, culturalmente, storicamente, più sono contenta quando arriva quel suo fantasma parlante. Un altro compagno di stanza a me caro è stato Guido Morselli, uomo di mezz’età orgolioso, solitario e sensibile, molto sensibile, destinato a non pubblicare mai un suo romanzo durante la vita. C’è un ritratto neanche troppo obliquo dell’autore in Il comunista, nella figura di Walter Ferranini, comunista italiano di sincera fede a disagio nell’era della destalinizzazione di Khrushchev. Un personaggio lontanissimo da Morselli, che non aveva a che fare col PCI, eppure Ferranini è una figura fatta a immagine e somiglianza psicologica dello scrittore. Sentire in quella sua creatura l’irta sensibilità, l’orgoglio, il pudore e la solitudine dell’autore mi ha aiutato a rappresentarlo e a dargli voce in inglese.

La solitudine di chi scrive. La vita di Morselli si è conclusa con un suicidio. Dopo aver scritto le mille pagine di Confessioni in otto mesi, Ippolito ha avuto un esaurimento. Per fortuna c’è la soluzione felina. La mia, Lynx, una bestia norvegese/siberiana, è un po’ selvaggia; non ama essere presa in braccio ma non sdegna la vicinanza dell’essere umano. Anche i miei compagni autori erano sensibili alla presenza del gatto.

Nel Comunista, Ferranini visita il luogo santo dell’ufficio di Olinto Maccagni (Palmiro Togliatti) a via delle Botteghe Oscure. “La famosa stanza delle tendine verdi non era molto grande,” ricorda. E a parte tavolo e libri, “c’era una cosa che gli aveva fatto una certa impressione. C’era un mobiletto con sopra il telefono e la bottoniera dei campanelli vicino allo scrittoio; sul piano più basso del mobile, un gatto, un semplice gatto soriano addormentato. Un gatto vivo.”

C’è più di un gatto vivo nel Castello di Fratta delle Confessioni, e anche uno sopravissuto. Quando le truppe Napoleoniche vengono a saccheggiare il Castello e tutta la campagna intorno, uccidono brutalmente Marocco, il cane del Capitano. In vita Marocco aveva un amico del cuore, un “vecchio gattone soriano”, e questo gatto si posa sulla pietra sopra le spoglie del cane e non si muove per mesi, finché non muore anche lui. E c’è chi dice “che i gatti non hanno il loro porzioncella d’anima,” osserva Carlino.

Anima? Non saprei, non sono credente. Più che altro, mi sembra che i gatti abbiano quella misteriosa qualità che si chiama vita. Se poi gli spiriti di autori defunti che vengono in aiuto del traduttore sono anime, be’, questo mi sembra un argomento più da romanziere che da traduttore.

Frederika Randall nasce vicino a Pittsburgh in un piccolo paese sul fiume Ohio illuminato di notte da grandi acciaierie. Dal 1986 abita in Italia, dove si è sposata con un nativo. Ha lavorato come giornalista per varie testate tra gli altri il New York Times, Wall Street Journal, The Nation, l’Internazionale. Da 2005 si dedica alla traduzione dall’italiano in inglese. Tra gli autori tradotti: Ippolito Nievo, Guido Morselli, Luigi Meneghello, Helena Janeczek, Ottavio Cappellani, Sergio Luzzatto.

A visit from the spirits (Frederika Randall)

It was our son’s bedroom, but he’s now grown and gone, a drop in the great brain drain of young Italian graduates gone abroad. There was a bookcase and a table from Ikea with homemade graffiti—I am your Father as Darth Vader so memorably growled—carved into the fiberboard. Some years ago when my mother died in the United States, I inherited a big solid oak desk to substitute that adolescent one. It’s now the only room of my own I’ve ever had in forty years of work. But I can’t always manage to stay put there. At times I move computer and book to the kitchen, at times to the living room sofa. It depends on the company, too.

For more than a year I shared the room with twenty-five year old Ippolito Nievo, a clever,  witty young fellow who had his share of disappointment in love… [more]

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