La stanza del traduttore

Raccoglie spaccati di vita, ricordi, frammenti del quotidiano di chi lavora dietro le quinte di un libro: il traduttore, l'autore invisibile per eccellenza.

Libera circolazione

PasaporteÈ più forte di me: quando passo vicino a una casa con le tende aperte, non posso fare a meno di dare un’occhiata dentro. Di solito, guarda caso, all’interno vedo una lampada dalla luce fioca e gradevole, oppure una poltrona o un divano comodissimo, degli scaffali con dei libri; a volte c’è persino qualcuno, e mi sembra molto a suo agio. Ebbene, a me questo trasmette un’immensa quiete… Voi direte che non sono altro che un guardone. E vi do ragione. Infatti, quando ho conosciuto la vostra stanza del traduttore – dove questo mio vizio si combina con la traduzione – il mio istinto voyeur ne è rimasto molto soddisfatto.

Dopo le mie avide letture, sono arrivato alla conclusione che ogni stanza del traduttore che si rispetti deve avere, come minimo, i seguenti elementi: a) una sedia (ergonomica, ove non si voglia finire con la schiena a pezzi) su cui siede b) un traduttore in tenuta confortevole: pigiama, tuta da ginnastica o simile; c) una scrivania (non mancherà la lampada da tavolo, perché ci saranno sempre delle notti da passare al suo lume). In molte delle foto che ho visto, poi, le scrivanie sono piene zeppe di libri e dizionari vari – meglio se impilati alla buona–, e spesso mi sono chiesto se non sarà questa la norma, e la mia scrivania sgombra, senza quell’aspetto caotico che trasuda diligenza, l’eccezione; d) un computer; e) una finestra con vista sull’esterno: questa può affacciarsi su un vicoletto buio e guardare verso nord, oppure avere un orientamento verso mezzogiorno-ponente con sotto il nostro orto di pomodori biologici da mangiare a colazione con un filo d’olio: in ogni caso, sarà la nostra connessione con l’esterno, e ci terremo.

Ecco ora una serie di elementi che si possono trovare nella stanza, ordinati secondo rigorosa fotogenia traduttoriale: un leggio – se c’è il libro, meglio metterlo su per la foto; se ci sono dei fogli, l’ideale è lasciarne alcuni sul leggio e spargerne altri, coprendo parzialmente la tastiera (una penna rossa, poi, non guasta mai); un tazzone (figo, se possibile); una pianta, oppure un fiore dentro a un vaso o una bella bottiglia di birra; dei post-it con su scritte citazioni o brani di libri che ci hanno segnato, o frasi di incoraggiamento, o di prevenzione contro la fannulloneria; una foto dell’autore tradotto (se è pure incorniciata, addio i miei limoni e buonanotte al secchio); un calendario di lavoro che si ritocca spesso; il ventilatore d’estate, la stufa d’inverno. Scommetto che ci sono almeno due tre per traduttore.

Io, ad esempio, ho un’ottima sedia ergonomica che ho comprato a buon mercato, e una scrivania piuttosto vuota con su una lampada gialla. Ho un computer portatile, ma è collegato tramite un cavo hdmi a un bel monitor a tanti pollici che, assieme alla tastiera e al mouse senza fili, garantiscono tale velocità e comfort durante la traduzione, e salute per gli occhi, che non mi so spiegare come facevo senza. Nessuno riuscirà a convincermi, poi, che il mouse è d’ingombro, e compatisco chi l’ha abbandonato per il touchpad, per quanto sia il top e se metti tre dita così fa colà. Ho avuto e ho tuttora un leggio, ma è stato esiliato in un cassetto: bello alla vista, ma obsoleto. Ho un tazzone figo di Κεφαλονιά, paradiso in terra. Ebbi una pianta, ma presto morì annegata dal mio annaffiarla con troppo zelo – ennesima variante della fannulloneria. Ho un calendario che ritocco quotidianamente; il ventilatore e la stufa, ovviamente. Ho una citazione di Thoreau, «The price of anything is the amount of life you exchange for it», che mi ricorda che questo è un lavoro e la vita è là fuori, dettaglio particolarmente importante quando hai il letto e l’armadio nella tua stanza del traduttore.

E ho delle viste dalla finestra: una strada fiancheggiata da aranci affumicati, e il salotto di un ragazzo coi rasta e di due ragazze bionde – per limitarci alla testa. Io mi chiedo cosa studieranno, loro si chiederanno cosa farà quel tizio lì seduto tutto il santo giorno e molte notti. Ciononostante, pur tenendo conto delle viste, quello che mi piace di più della mia stanza del traduttore è, di gran lunga, il fatto che può essere ovunque…

La mia prima stanza del traduttore in pectore fu a Edimburgo. Appena entrai dissi al padrone di casa che riuscivo già a immaginarmi lì a tradurre – convinto che quelle parole mi conferissero una certa aria di professionista perbene che sarebbe rimasto per molti affitti. Infatti, fra andirivieni in cerca di lavoro (prima in librerie, poi allargando un po’ di più il cerchio e abbarcando anche i McDonald’s), lì finii di tradurre il mio primo libro («…Poi il sonno è già arrivato e per sei ore non ci sono più.»), senza che nessuno me lo avesse incaricato, con la speranza di convincere qualcuno a pubblicarlo. Mentre spedivo mail con la proposta a mille case editrici (il libro, va da sé, rientrava perfettamente in qualsiasi catalogo), lenivo il freddo scozzese abbandonandomi su un confortevole divano, phon in mano, a immaginare come sarebbe stata la copertina di quella mia prima traduzione. (Mi si attacchi la lingua al palato se tutti i traduttori alle prime armi non sono passati da quella situazione… magari senza il phon).

Ma siccome non convincevo nessuno, manco i McDonald’s, cambiai la pioviggine infinita e infame per il sole di Murcia, il che procurò a me molta gioia, e molti guai al credulo padrone di casa. Per un periodo di tempo la mia stanza non fu più quella del traduttore, per via della delusione, e all’arrivo dell’estate partii alla volta del Hotel Raul di Riccione, dove mi aspettavano delle persone che ho molto amato e un’ottima cucina, ma dove la mia stanza fu solo quella del cameriere stanco che non vuole fare altro che dormire – e, suo malgrado, non può fare altro che dormire.

Tornato in Spagna decisi di dare una seconda opportunità al traduttore, e partii per Madrid, che mi avevano venduto come la città dei cocktail letterari e quindi delle opportunità. Siccome non sono uno da cocktail, mi iscrissi a due corsi di correzione di bozze e di stile: «questo piacerà alle case editrici», mi dissi. Intanto, avrei preparato altre proposte di traduzione e le avrei presentate agli editori porta a porta, raggiungendo lo zenit della così ben vista personalizzazione: la personificazione curricolare.

Con mia grande gioia, dopo due giorni a Madrid una casa editrice mi scrisse: volevano pubblicare il libro finito a Edimburgo e mi chiedevano di tradurne un altro. Ero riuscito a mettere un piede in questo mondo. Così, la mia seconda stanza del traduttore fu in un appartamento madrileno stipato, con 11 camere da letto, una cucina senza finestre e un bagno dall’illuminazione breve – a nessuno sembrava infastidire il fatto che l’interruttore temporizzato fosse irraggiungibile, dopo essersi seduti, persino per un giovane piuttosto alto come me. Siccome i corsi finirono un mese dopo e, avendo lavoro, non avevo più il bisogno urgente di presentare proposte di traduzione personificate (ovvero: siccome non riuscivo ad abituarmi del tutto al bagno), traslocai la mia stanza del traduttore nella mia stanza di sempre, vicino alla mamma Finica e a tutto ciò che lei implica, con delle belle viste sulla huerta murciana, sui suoi aranci e sul suo Cristo di Monteagudo. (Da quell’estate, poi, ogni anno la mia stanza del traduttore viaggia anche un mese mese e mezzo al mare).

I libri continuarono ad arrivare, e la mia stanza del traduttore viaggiò a Rimini. E anche se era in un seminterrato dall’illuminazione nefasta (sbagliai io ad andare lì), questo spostamento mi permise di mangiare le pizze dell’Angolo Blu in ottima compagnia, di fare colazione con cappuccio e bombolone allo Smeraldo, di bere quei nettari eccelsi che sono l’Amaro del Capo e il Brachetto d’Acqui. Di godermi l’Italia e gli italiani e la loro bellezza, insomma, di lasciarci un pezzo di cuore. O meglio, di portarmeli dietro.

Poi, quasi il destino volesse ricompensarmi per il periodo nel seminterrato, la mia stanza del traduttore si affacciò sul golfo Termaico liscio come l’olio, con il Monte Olimpo sullo sfondo: Επιμενίδου 25, Θεσσαλονίκη. Sono sicuro che ci saranno panorami più belli su questa terra, ma io non conosco una vista migliore per tradurre. E chi dice tradurre dice imparare il greco, riempirsi di μπουγάτσες με κρέμα e vino ημίγλυκο in brocche di ottone, godersi la Grecia e la sua musica e le sue taverne e le sue genti, che splendono come il sole, nella loro estrema autenticità.

Alla fine la mia stanza del traduttore è atterrata in questa Calle Madrid di Murcia dalla quale scrivo, seduto su questa sedia ergonomica di fronte a questo bello schermo, guardando verso aranci affumicati (quelli del comune hanno appena raccolto le arance, io mi chiedo chi le mangerà mai), con dietro un letto a una piazza e mezza e un materasso matrimoniale in verticale che si stende, con mia grande gioia, quattro cinque notti a settimana.

Insomma, non vorrei dire una bestemmia traduttoriale, ma se qualcuno mi chiedesse cosa mi piace di più di questo lavoro, non gli parlerei di letteratura, dell’orgoglio di essere voce di autori sublimi che toccano tutta la tastiera – bianchi e neri – dell’eccellenza, sollevando lo spirito del lettore e blablabla

Se qualcuno mi facesse mai questa domanda, io gli direi che quello che mi piace di più è, di gran lunga, la libertà.

Miguel Ros González (Murcia, la patria bella, 1987), è fiero di aver tradotto, fra molti libri, La vita agra, del grande Luciano Bianciardi, anche se si augura di non fare la sua stessa fine.

Un brano riassunto di questo testo è stato pubblicato su El Trujamán, rivista digitale del Centro Virtual Cervantes. Di seguito pubblichiamo la versione integrale in versione originale.

La habitación del traductor
Por Miguel Ros González

No puedo evitarlo: cuando voy andando por la vida y paso junto a una casa con las cortinas descorridas, tengo que mirar. Por regla general, dentro solemos ver una lámpara con una luz tenue y agradable, o un sillón de orejas o sofá comodísimo, o parte de una estantería; a veces también vemos a alguien, y parece estar muy a gusto. A mí todo eso me transmite un sosiego que me encanta…

Me dirán que lo que yo soy es un mirón de cuidao. Y sí. Pues bien, hay una página web italiana que aúna, miel sobre hojuelas, este vicio mío con la traducción: La stanza del traduttore «recoge porciones de vida, recuerdos y fragmentos del día a día de quien trabaja entre los bastidores de un libro: el traductor, el autor invisible por excelencia». En ella, 55 traductores italianos hasta la fecha, inspirándose —de forma más o menos laxa— en sus habitaciones, han escrito turcimanni que satisfacen parcialmente mi apetito voyeur.

Tras mis lecturas, he resuelto que toda habitación del traductor que se precie tiene, como mínimo, los siguientes elementos: a) una silla —ergonómica, si no queremos que se nos quede la espalda molía—, a la que se sienta b) un traductor —en ropa cómoda: pijama, chándal o similar—; c) un escritorio con su flexo correspondiente, porque siempre caen noches. En muchas de las fotos que he visto los escritorios están abarrotados por los libros y diccionarios de rigor, y si están apilados a la buena de Dios, mejor —más de una vez me he preguntado si no será ésa la norma, y mi mesa despejada, sin ese aspecto caótico que destila diligencia y buen hacer, la excepción—; d) vistas. La ventana puede mirar al norte y dar a una callejuela, o tener orientación mediodía-poniente y dar a nuestro huerto de tomates biológicos que nos comeremos con un chorrico aceite; en cualquier caso, será nuestra conexión con el exterior y le tendremos apego; e) un ordenador.

Sigue una serie de elementos que pueden encontrarse en la habitación, ordenados en rigurosa fotogenia traductoril, por aquello del postureo: un atril —si hay libro, mejor ponerlo; si son folios, conviene asegurarse de dejar unos cuantos en el atril y esparcir otros, cubriendo ligeramente el teclado; el boli rojo sobre una de las hojas es un plus—; una taza (molona, a poder ser) con té o café; una planta, o una flor en jarrón o botella de cerveza; post-it con citas o fragmentos de obras que nos marcaron, o con frases de ánimo, o que prevengan contra el pajareo; una foto del autor traducido (si está enmarcada, a menos que sea amigo, malo María); un calendario con fechas que se tiende a retocar; un ventilador en verano, una estufa en invierno. Apuesto a que al menos caen dos o tres por traductor.

Yo, por ejemplo, tengo una silla ergonómica que me ha salido muy buena, y un escritorio despejado con un flexo amarillo. Tengo un ordenador portátil, pero está conectado por cable HDMI a una señora pantalla de muchas pulgadas, que acompañada de teclado y ratón inalámbrico le dan al traducir una velocidad y una comodidad, y una salud a los ojos, que no sé cómo hacía antes con el portátil nomás—nadie me convencerá jamás, por cierto, de que el ratón es un estorbo; y me compadezco de quienes lo han abandonado por el touchpad, por muy no va más que sea y si pones tres dedos así hace tal… ya será menos—. Tuve y tengo un atril, pero  ya  está  desterrado  a  un  cajón  por  obsoleto.  Tengo  una  taza  molona de Κεφαλονιά. Tuve una planta, que no tardé en ahogar en mi afán por regarla — enésima variante del pajareo—. Tengo un calendario que retoco a diario; ventilador y estufa, claro. Tengo una cita de Thoreau, «The price of anything is the amount of life you exchange for it», que me recuerda que esto es trabajo y la vida está ahí fuera, algo que hace particularmente falta cuando tienes cama y armario en tu habitación del traductor.

Y tengo vistas: una calle flanqueada por naranjos ahumados, y el salón de un chico con rastas y dos chicas rubias —por ceñirnos al pelo—. Yo me pregunto qué estudiarán ellos, ellos se preguntarán qué hace el tío ese todo el santo día y muchas noches ahí sentado. No obstante, incluso con las vistas, a mí lo que más me gusta de mi habitación del traductor, de largo, es que puede estar en cualquier sitio.

Mi primera habitación del traductor en ciernes estuvo en Edimburgo. Fue entrar y decirle al casero que ya podía verme ahí traduciendo —creía que esas palabras me darían cierto aire de personal formal, que se va a quedar durante muchos alquileres—. Efectivamente, entre idas y venidas por la ciudad —primero pidiendo trabajo en librerías, luego abriendo un poco más el círculo hasta abarcar los McDonald’s—, allí acabé de traducir mi primer libro, sin que nadie me lo encargase, con la esperanza de colocarlo. Mientras enviaba correos con la propuesta a mil editoriales —el libro, huelga decirlo, pegaba en todos los catálogos—, paliaba el frío escocés tirado en un cómodo sillón, secador en mano, imaginando cómo sería la portada de ésa mi primera traducción. (Que se me pegue la lengua al paladar si no ha pasado por ahí todo novato, secador excluido).

Pero como no lo colocaba, y como ni librerías ni McDonald’s siquiera, cambié la llovizna infinita e infame por el sol de Murcia, para regocijo mío y mosqueo del casero. Durante un tiempo mi habitación dejó de ser del traductor, motivo desencanto, y cuando llegó el verano me fui a Riccione, Benidorm italiana, donde mi habitación fue la del camarero que sólo quiere dormir. Tercera stagione y no más.

De vuelta a España decidí dar una segunda oportunidad al traductor, y puse rumbo a Madrid, que me habían vendido como ciudad de los saraos literarios y por ende de las oportunidades. Como yo no soy de saraos, resolví hacer dos cursos de corrección ortotipográfica y estilo —los editores tendrán que valorarlo, me decía— en Cálamo y Cran; mientras, prepararía más propuestas y las presentaría en las editoriales puerta por puerta, cénit de la tan valorada personalización: la personificación curricular.

Felizmente, al segundo día madrileño, primero de curso, una editorial me escribió: había colocado el libro de Edimburgo y me encargaban otro. Ya había metido la cabeza. Así pues, mi segunda habitación del traductor estuvo en un piso patera de Madrid, con 11 cuartos, una cocina sin ventanas y tres baños de iluminación breve
—a nadie parecía importarle que el interruptor temporizado fuese inalcanzable, una vez sentado, incluso para un joven de gran envergadura como yo—. Como los cursos duraban un mes y ya no tenía la urgencia de presentar propuestas personificadas (léase: como no acababa de acostumbrarme al baño), trasladé mi habitación del traductor a mi habitación de toda la vida, con la Finica y todo lo que ella implica; con bonitas vistas a la huerta y sus naranjos y al Cristo de Monteagudo.

Los libros fueron sucediéndose, y mi habitación del traductor se mudó a Rímini. Y aunque estaba en un entresuelo mal iluminado, esa movilidad suya me permitió disfrutar de las pizzas del L’Angolo Blu, de los cappuccio e bombolone del Jolly, de esos excelsos néctares que son el Amaro del Capo y el Brachetto d’Acqui. Disfrutar de Italia y de los italianos y su belleza, en fin, y dejarme un trozo de corazón. O, mejor dicho, de llevármelos.

Tras uno de sus muchos veranos en La Torre de la Horadada, y como si el destino quisiera recompensarme por el periodo de entresuelo, mi habitación del traductor pasó a mirar al golfo Termaico como una balsa de aceite con el monte Olimpo de fondo: Επιμενίδου 25, Θεσσαλονίκη. Seguro que hay panoramas más hermosos en este mundo, pero yo no conozco mejor vista para traducir. Y quien dice traducir dice aprender griego, hincharse a μπουγάτσες με κρέμα y vino ημίγλυκο en jarras de latón, disfrutar Grecia y su música y sus tabernas y sus gentes, que brillan como el sol, en toda su autenticidad.

Los libros siguieron, y mi habitación del traductor acabó aterrizando en esta calle Madrid de Murcia desde la que escribo, ya lejos de la Finica, ya sentado en mi silla ergonómica frente a mi pantalla gigante, con vistas a naranjos ahumados y vecinos, con una cama de cuerpo y medio y un colchón de matrimonio en vertical que se tumba, felizmente, de cuatro a cinco noches por semana.

Quizá vaya a decir una blasfemia, pero si alguien me preguntase qué es lo que yo más valoro de este trabajo, no le hablaría de literatura, del orgullo y satisfacción de ser voz de autores sublimes que tocan todas las cuerdas de la excelencia y elevan el espíritu y tal y eso.

Si alguien me preguntarse, yo le diría que lo que más valoro, de largo, es la libertad.

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Questa voce è stata pubblicata il 6 maggio 2015 da con tag , , , , .
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