La stanza del traduttore

Raccoglie spaccati di vita, ricordi, frammenti del quotidiano di chi lavora dietro le quinte di un libro: il traduttore, l'autore invisibile per eccellenza.

Peperoni e melanzane

PeperoniMelanzaneIl mio traduttore non ha una stanza. O meglio ne ha tante. Son sempre diverse. Sento già le idee avverse di chi dice, non si può lavorare così, di certo il risultato sarà imperfetto – nel mondo ideale forse anch’io l’avrei detto, ma nel mondo che vivo ogni giorno le idee sono aria e le mani che scrivono pietra rotante. E ruotano con me e le mie mille scrivanie.

Il mio traduttore a volte ha un vagone di treno con la luce dal finestrino destro e tavolinetti piegabili accanto a un tetrapack di succo alla pesca, a volte un lungo tavolo di legno spesso e solido, molto bello e caldo, apparteneva a una casa familiare trasferito poi in un’altra casa ancora più familiare, quella dove a volte ora vive e su quello, insieme a mozziconi di sigarette fumati da non sa chi, porta oggetti traboccanti di graffette, assorbenti, cuffie, pennarelli spuntati, adesivi sgualciti, bottiglie d’acqua semivuote, cartine e tisane rinnovate ogni mezzora, qualche tazzina di caffè, c’è posto anche per me e per il mio traduttore col suo pc, il libro di turno, un dizionario monolingue, qualche penna e segna pagina. A ben vedere è un armamentario mobile, essenziale, molto facile da trasportare tanto più che del monolingue in questione esiste un’accurata e identica versione su internet quindi non viene con me, resta lì su quel tavolo mentre io cambio stanza insieme al mio traduttore; a volte quella di una biblioteca labronica e rumorosa di liceali, qualche volta quella di una casa editrice insieme a un redattore che gongola per ogni i con accento fuori posto che trova. Un giorno il mio traduttore ha avuto una scrivania di cavalletti e tavola di legno industriale affittato da un’amica, ma era notte in effetti. A volte, quello è il suo preferito ma chissà poi perché lo usa così poco, ha un tavolo antico di legno quadrato in una stanza tonda circondata da altre stanze vuote dove soggiorna, a volte, solo e inondato di luce della piazza principale di un comune medievale, silenzio e vita sana, ma resta così un sogno che un poco quasi gli dispiace realizzarlo che preferisce pensarlo.

Ultimamente il mio traduttore ha una stanza con tavoli pentagonali di una biblioteca-museo davanti al ponte di Galata, non c’è un silenzio corretto e anche l’illuminazione è buona solo su alcuni tavoli, su quello pentagonale per esempio va bene, oppure ci sono poltroncine comode con tavolini da caffè e faretti lontani, o tavoli lunghi e stretti con una sola abat-jour in mezzo alle sedie, tutto pensato per l’arredo, niente per lo studio. Certe volte il mio traduttore ha anche i tavoli della biblioteca universitaria di fronte al Bosforo nella strada più trafficata del quartiere, la connessione internet è lenta, però lì ritrova lo stesso monolingue uguale uguale a quello lasciato sull’altro tavolo e allora ci va fino a notte a mezzanotte. A volte il mio traduttore siede nella sala d’aspetto di una stazione d’autobus con tavoli formica rotondi da giardino e un acquario incastonato in un mobile da salotto mentre dalla finestra vede peperoni e melanzane appesi a seccare. E poi tutti i tavolini di caffè, ostelli, alberghetti, sembra facile trovarne uno e gli piace l’idea di bere tè e lavorare ma c’è sempre un problema come ad esempio la luce bassa, le prese lontane, l’altezza delle sedie o poltrone rispetto ai tavoli, i tavoli tondi, la musica di sottofondo che a volte suona troppo forte, o la connessione, eppure lo trova, sempre, un tavolo che vada bene e allora scrive.

Il mio traduttore non si lamenta, non ha ancora capito se quest’erranza sia una scelta o una necessità, ma sa che ha bisogno ogni tanto di quella vita che scorre nelle parole degli altri e gli serve sentirla sulla pelle, crede, prima che nelle falangi, o forse è il ritmo che rincorre e teme che la stessa stanza lo farebbe tacere sulla stessa nota. Sì, lo sa che non sta a lui deciderlo e magari il libro in questione monotono è, ma si lascia attraversare da tutti gli altri, poi, per eliminazione, trova quello giusto.

Giulia Ansaldo traduce libri di letteratura turca, a volte articoli e lettere di lingua francese, un giorno ha tradotto anche poesie persiane.

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Questa voce è stata pubblicata il 27 maggio 2015 da con tag , , , , .
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