La stanza del traduttore

Raccoglie spaccati di vita, ricordi, frammenti del quotidiano di chi lavora dietro le quinte di un libro: il traduttore, l'autore invisibile per eccellenza.

Distilleria di parole

ECadelliLa mia stanza del traduttore è un luogo della mente, quello in cui mi isolo dal resto del mondo o mi ci fondo, a seconda dei punti di vista. È una stanzetta vagabonda e intrepida capace di portarmi in un paesino della Spagna rurale o nel caos della metro di New York, in volo radente sopra il Grand Canyon o nella sordida periferia latinoamericana, nel mistero della piramide di Cheope o nel fitto della foresta del Borneo. È un luogo che mi accompagna ovunque, perché l’illuminazione può arrivare nei momenti più impensati – generalmente quelli in cui non ho il file sottomano o, più spesso, l’ho appena consegnato. Ma soprattutto è il mio luogo segreto, la grotta in cui mi nascondo in pieno giorno e come un’alchimista fondo parole, trasformo frasi, distillo significati per il mio piacere e, si spera, quello altrui, sperando di non finire tutti con la faccia annerita e i capelli bruciacchiati.

Un luogo della mente, dicevo, ma esiste anche un luogo fisico da cui partono questi strani viaggi: un piccolo tavolo in vetro trasparente in un angolo del soggiorno di casa, occupato dal mio inseparabile computer, dizionari e penne, il calendario che mi rinfaccia le scadenze, il prezioso doppio schermo e il mio potos decennale, ricordo di impieghi passati, che estende ovunque i suoi graziosi rami nel goffo tentativo di inglobare il mouse. È un luogo silenzioso per gran parte della giornata, con il lieve brusio di fondo dello scarso traffico del paesino friulano in cui vivo e, a volte, lo sciabordio lontano della lavatrice, uno di quei rumori che non senti nemmeno ma quando finiscono pensi: «Oh!» e ti accorgi di essere davvero sola. È un luogo che si trasforma quando i bambini tornano da scuola, da oasi di pace a territorio da difendere, e su cui la sera a volte cala un cono di luce che illumina la tastiera, pianoforte solista nelle notti difficili in cui il sonno è costretto a scendere a patti con la temuta deadline (mai nome fu più azzeccato).

È il luogo in cui sento di trovarmi nel mio elemento, che sia a casa, in treno, sul divano della suocera o al bar della spiaggia, mentre tutti si divertono e io «scrivo un attimo una cosetta e arrivo». È la stanza che mi sono costruita a suon di mailing list disperate, lavori non pagati, weekend bruciati, ma anche di opportunità colte, caparbietà e sogni. È il mio portale di accesso ad altri mondi ben più interessanti e per questo, per quanto sia piccola e disordinata, ci tengo tanto.
A pensarci bene la mia stanza del traduttore non si può nemmeno definire tale, perché in realtà è un angolino scavato a fatica nella vita che scorre. Ma in fondo è solo questione di sfumature…

Eleonora Cadelli è nata nel 1980. Vive in un paesino del Friuli e in molti altri luoghi della mente con un bimbo, una bimba, un marito e il computer. Tra tutti i suoi amici, parenti e conoscenti, il marito e il computer sono gli unici ad aver capito che lavoro fa (non per niente ha sposato entrambi).
In dieci anni di attività ha tradotto da inglese, spagnolo e francese una trentina di libri, parecchi documentari, alcune serie TV e qualche film. Inoltre collabora con una casa editrice di scolastica per cui ha scritto in spagnolo letture graduate, manuali di letteratura ed eserciziari.

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 10 luglio 2015 da con tag .
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