La stanza del traduttore

Raccoglie spaccati di vita, ricordi, frammenti del quotidiano di chi lavora dietro le quinte di un libro: il traduttore, l'autore invisibile per eccellenza.

Questa stanza non esiste

Stefano Andrea CrestiQuesta stanza non esiste.

Tutte le volte che vi entro, il mio primo gesto è accendere lo schermo che affaccia sul mondo reale. Pigio una volta sul tasto di plastica lucida, poi di nuovo e ancora, finché la macchina ostinata non risolve di adeguarsi all’impervia volontà che m’informa. Che anche per gli apparecchi elettronici, come per gli animali domestici tanto cari ai contemporanei, esista una tabella di arbitrarie equivalenze geriatriche a determinarne l’età relativa? Su scala umana, il mio monitor deve avere intorno ai centovent’anni.

Vinta l’iniziale reticenza meccanica, mi siedo alla scrivania che da anni cambia di posto con il mutare degli umori e del magnetismo terrestre, incurante delle stagioni, di chi passa e se ne va, dei percorsi esatti dei miei due gatti che detestano il Cambiamento quasi quanto io l’agogno: una grossa tavola di abete grezzo, regalo di un caro amico che usava appoggiarvisi per comporre la sua Musica, sorretta da una cassettiera improvvisata da un lato e da un sottile pensile portabottiglie dall’altro. E la mia sedia è più uno scranno che una sedia. Un Trono. La mia sedia è una di quelle trappole ergonomiche prodotte su al nord, dove le menti sopraffine di zelanti progettisti non si accontentano dell’umile sostegno che uno sgabello può dare alle terga durante le ore di fatica. La mia sedia ha tre posizioni. Quattro, posto che lo stare sdraiato come un’astronauta in rampa di lancio possa ancora considerarsi sedere.

Sul tavolo mi tengono compagnia un pumo di Puglia in terracotta invetriata, verde come l’invidia, con un’incisione delicata e complessa a decorarne il capezzolo puntuto e quattro foglie d’acanto a sorreggerne il peso carico d’allegorie sbiadite; un portapenne in bambù, che un vecchio artigiano cinese ha deciso di rendere pleonastico abbellendolo con l’immagine a china di una pianta di bambù; una tazza per il tè dalla Tunisia, anch’essa verde ma come un fuoco prezioso, come un’anima antica e sapiente, che va e che viene tra le pile di libri e di fogli sparsi che mi si aggrumano intorno inesorabili e che ho rubato a mio padre durante un inverno di malanni e turbamenti, sempre accompagnata dal cucchiaino preferito di mia madre, lungo e affusolato; una trottola in legno di faggio con intarsi scuri e un sole nero attorno al perno, di cui m’innamorai a Nizza quando ancora credevo agli occhi delle donne; e una gatta nera che insiste a voler passeggiare come una regina degli scacchi sui piccoli quadrati bianchi della tastiera, sdraiandosi all’occorrenza sorniona e noncurante nel punto stesso in cui il Re la sorprende, di ritorno dalla solitaria crociata in cucina.

Le pareti che ho intorno non esistono, come del resto questa stanza.

Esistono però i volumi che ne ricoprono ogni spanna: romanzi, saggi, fumetti, manuali, quaderni, riviste, papelli, dépliant, cataloghi, monografie, biografie, trilogie, tetralogie, serie, risme, fogli sparsi, pile di documenti rilegati e sciolti, atlanti, fascicoli, cofanetti, raccoglitori, appelli, tankobon, dizionari, vocabolari, enciclopedie, mappe, collezioni, manoscritti – ebbene sì, manoscritti –, album, pamphlet, registri, diari, graphic novel, liste, taccuini, tarocchi, tomi, guide, giornali e giornalini, stampe e raccolte.

E lì, nel mezzo di questo caos ordinato, c’è la macchina per scrivere tipografica che mio nonno m’insegnava a usare quando ancora mi sbucciavo le ginocchia sul selciato del cortile: Olivetti M40. Nera, ieratica e severa come le ingiunzioni che per decenni i suoi tasti rotondi di vetro ingiallito e metallo scuro hanno battuto. Ci sono vasi di porcellana sancai tra i libri, pietre bretoni venate di mistero e spiritualità celtica, una scatola di biscotti dalla Glasgow del primo ‘900 e ninnoli da ogni parte del mondo: due shishi gialli da Okinawa, una lanterna di carta bianca e rossa dal santuario di Nara, un Daruma di cartapesta a cui ho trascurato di segnare gli occhi e che rimarrà cieco sulla mia fortuna, lasciandola libera di andare e venire come una brezza d’estate; un coccio trasparente a ricordo dell’università di Malta, tamburi di terracotta cruda e pelle tesa dal Maghreb, un awele d’ebano dalla Costa d’Avorio, con i suoi semi secchi e chiari, duri come noci di macadamia.

E poi una bussola d’ottone, per non smarrirmi tra le parole quando la notte si vela di buio e l’approdo non sembra che un lontano miraggio.

Dalla finestra il parco, oltre i palazzi più bassi, ondeggia sulle cime dei pini, degli eucalipti e degli olmi fronzuti.

Oggi, però, il parco non esiste.

Questa stanza non esiste.

Esiste soltanto lo spazio carico di tensione che divide le parole sul foglio bianco, l’anelito silenzioso che separa queste pagine dallo schermo acceso e il tenue impulso che trasforma ogni segno in significante e significato.

Stefano Andrea Cresti è un traduttore letterario, batterista, sceneggiatore e orientalista italo-francese.

Nel settore della narrativa letteraria e di genere ha tradotto, tra gli altri, autori come Philip K. Dick, Doris Lessing, Richard Matheson, Emmanuel Carrère, Marie Nimier, James S.A. Corey, Alastair Reynolds, Vassilis Alexakis, specializzandosi nel settore del fantastico e della fantascienza.

Per la narrativa a fumetti ha trasposto le voci di Enrique Férnandez, Tony Sandoval, Jean-Philippe Stassen, Alfred, David Chauvel e molti altri.

In campo musicale, dopo lunghi anni di militanza in numerose formazioni rock e metal indipendenti della capitale, nel 2009 fonda a Roma il Caverock Studio, uno studio di registrazione e sala prove, che dirige fino al 2015 – anno in cui l’attività si rinnova e ingrandisce, cambiando nome e spostandosi nei locali dell’ex-Vetreria.

Dal 2014 è il batterista e manager della band romana HOST.

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