La stanza del traduttore

Raccoglie spaccati di vita, ricordi, frammenti del quotidiano di chi lavora dietro le quinte di un libro: il traduttore, l'autore invisibile per eccellenza.

La stanza in un cielo

Davide e L'anima di Buck - Castro 2.7.2011 (foto di Luca Barzasi)Nell’errabonda vicenda della mia vita terrestre, la traduzione ha un ruolo fondamentale ma è sempre un’operazione fatta solo su materia davvero d’amore e arricchimento. Dagli anni rock ai grandi autori come Jack London, Barry Lopez, E.A. Poe, il luogo della traduzione per me è sempre stato un vagabondare. È per questa ragione che la piccola stanza che fu mia da ragazzo, quando nella casa venivo nei mesi estivi, per poi diventare “lo studio”, è semplicemente l’ultimo locale dove la magia si compie – quella magia faticosa e vertiginosa chiamata “traduzione”.

Senza tornare al 1984, al primo grande lavoro (tutti i testi degli U2, prima pubblicazione mondiale, uscita da Arcana Editrice nel gennaio 1985), posso ricordare che ci fu “nel mezzo” la traduzione di poeti straordinari come Lance Henson (“Tra il buio e la luce”) e John Trudell (“Stickman”) entrambi maestri, amici, voci indigene che mi hanno molto indirizzato a riconoscere il valore della voce poetica che stava in me da tanti anni. La verità è che ho sempre tradotto, nella mia testa. Sin da ragazzo, leggendo riviste e libri in inglese. Abitudine mai persa.

Quando ho tradotto Jack London la prima volta (“Preparare Un Fuoco”, uscito nel gennaio 2007) tutto quanto mi si è chiarito particolarmente durante tre viaggi nel mio ambiente ideale, il nord boreale e artico: Dovrefjell (Norvegia), Nunavut e Yukon (Canada del Nord) nel giro di otto mesi. Sapevo da mesi di dover tradurre “To Build A Fire” (nelle due versioni originali, incluse in quel volumetto dell’editore Mattioli1885), ma ho atteso il rientro dal viaggio nello Yukon, per farlo, dove ero andato per scrivere anche un reportage giornalistico. Senza prendere appunti, l’idea di cambiare per sempre il titolo in italiano di “To Build A Fire” non solo prese forma, ma divenne un’incandescenza che mi portai a casa, dentro la stanza da dove scrivo queste parole, sotto la mia amata Presolana: la stanza da dove guardando fuori vedo paesi, foreste e la Grande Montagna.

Ho tanti esempi di come alcuni passaggi chiave di una traduzione o, cosa ancora più importante, il taglio da dare a un’operazione così complessa e difficile (la paura di mancare di rispetto al testo originale) si sia palesata in cammino e in viaggio. Per questo quando sono stato invitato a raccontare a “La stanza del traduttore” qualcosa di vero, intimo, senza filtri, ho dovuto immaginarmi mentre traduco e mi sono visto nel cielo, con la mia navicella spaziale trasparente, una stanza leggera che fluttua nel morbido mare delle parole.

Per questa ragione, il viaggio chiamato “tradurre” per me è come un’avventura interstellare (l’ultimo in ordine di tempo è stato il più arduo: “Il vagabondo delle stelle” di Jack, per Feltrinelli). E in questo vagare nell’universo parallelo della letteratura, il mio approccio non cambia rispetto alla scrittura narrativa. È sempre un andare alla sorgente, un cercare spazi per elaborare. Tradurre è come suonare: le pause contano tanto quanto (o forse più) delle note suonate. È lì che si trova il respiro del raccontare. Perciò, mentre faccio “pausa”, la storia è sempre con me, ovunque io sia, in qualsiasi ora del giorno e della notte. Tanto, la stanza in un cielo, è sempre aperta, per chi con i libri viaggia e con i libri dialoga in quel luogo che non ha tempo, ma solo orizzonti sconfinati.

Davide Sapienza è geopoeta (ultimo nato è l’ebook di poesie “Il Durante Eterno Delle Cose” per Feltrinelli Zoom Poesia), scrittore, giornalista, traduttore. Dal 2013 il Corriere della Sera (edizione di Bergamo), gli ha chiesto di lavorare sul territorio per trasferire la sua visione geopoetica nei reportage e negli editoriali. Il legame con la natura è l’anelito a riconnettersi per evitare le illusioni della civiltà moderna, della quale apprezza molte cose, ma non troppe. Anche per questo nel 2015 Cinemambiente gli ha consegnato un riconoscimento chiamato “Le ghiande”, di cui va molto fiero. I suoi libri più amati sono “I Diari di Rubha Hunish”, “La musica della Neve”, “La strada era l’acqua” e “Camminando”. Ha fatto davvero tante cose, pubblicato – tra suoi libri e quelli tradotti e curati – oltre quaranta volumi dal 1984. La cosa migliore, gli è capitata quando, a fine ‘900, “lavorando” con poeti nativi americani come Lance Henson e John Trudell ha compreso che noi siamo “forme della Terra” e, trovato questo sentiero, non lo ha più lasciato. Si è trasferito a vivere in montagna, ha iniziato a camminare e non si è più fermato.

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Questa voce è stata pubblicata il 26 marzo 2016 da con tag , , .
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