La stanza del traduttore

Raccoglie spaccati di vita, ricordi, frammenti del quotidiano di chi lavora dietro le quinte di un libro: il traduttore, l'autore invisibile per eccellenza.

Al centro di sé

AnitaVucoÈ l’italiano la mia stanza, io non ho altri beni. Paesi, città, letti diversi, soffitti talvolta simili l’uno all’altro, librerie di varie forme e colori, il bianco che pervade e domina su tutto, blu e bianco, la luce del sole. Mi libero spesso di tutti gli oggetti, persino dei libri, in fondo sono pochi quelli che custodisco sotto la campana di vetro, ho imparato fin troppo presto che di tutto si può fare a meno: quelli davvero importanti, i volumi che non si leggono una volta sola, me li porto ovunque, stampati dentro. Hanno parole che mi martellano, le stesse che spesso non mi lasciano dormire, ed è allora che un testo nuovo si sprigiona e parte senza attendere oltre. Poco importa se in prosa o in poesia, mio, tuo, suo; non c’è mai stata una differenza netta tra i nostri corpi: qualcun altro ha già vissuto quello che io provo ora, altri lo sentiranno dopo, da qualche parte, un giorno. Non pensavo di essere una traduttrice, credevo piuttosto di essere un bel niente, una barca che sbatte contro gli scogli e non riesce a prendere il largo, non come lo vorrebbe. In seguito, ho sentito su di me tante mani forti e guerriere, protese a tendere le mie vele, quelle di altri traduttori, presenze mitiche che ogni giorno tra immaginazione e realtà contrabbandano parole – non importa da quale lingua, perché se la nebbia è bassa una vale l’altra (qui sta il segreto!) – le avvolgono nella seta, le nascondono dai pirati e le lucidano a dovere, per riportarle poi al loro primitivo splendore; parole donate al mondo intero affinché impari a usarle, per ricucire e curare con esse le nostre ferite, anche le più profonde. Mi hanno ridato vita, quella vera, la mia, quella che prima, in loro assenza, intuivo appena. Da soli non si va da nessuna parte! Al centro della mia stanza al posto dell’albero maestro cresce una pianta di limone, non ho più dubbi, ovunque io vada dal suo odore sarò protetta.

Anita Vuco (Spalato/ Croazia 1971) già da venticinque anni vive e lavora in Italia dove si è laureata in Lingue e letterature straniere moderne (1999) presso l’Università di Roma “La Sapienza”, e ha conseguito presso la stessa università il Dottorato di ricerca in Filologia e letterature comparate dell’Europa centro-orientale (2006) presentando la tesi dal titolo “Danilo Kiš: l’enigma della lettera” in cui individua i tratti dell’ebraismo kišiano e l’importanza della cultura ebraica per la poetica dell’autore. Nell’antologia Racconti d’estate, AA.VV., Ensemble Edizioni, luglio 2015, pubblica uno dei suoi racconti, Il viaggio di Vensana, scritto ben diciotto anni prima. A novembre scorso vede la stampa a lungo attesa traduzione del romanzo Var di Saša Stojanović, considerato uno dei maggiori scrittori serbi contemporanei. Per la collana Echos della stessa casa editrice romana di prossima pubblicazione sono anche le traduzioni – dal croato: il dramma di Miroslav Krleža U agoniji [Agonia] e il romanzo Očajnički sluteći Cohena [Disperatamente intuendo Cohen] di Irena Lukšić; – dal serbo: un secondo romanzo di Saša Stojanović, Put za Jerihon [La strada per Gerico], una raccolta di racconti di Vida Ognjenović, Otrovno mleko maslačka [Il latte velenoso di tarassaco], e il romanzo Stakleni zid [Il muro di vetro] di Vladimir Tasić. A giugno di quest’anno Ensemble darà alle stampe anche una sua silloge poetica Parole blu.

[Si ringrazia Rick Dicos per la foto]

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Questa voce è stata pubblicata il 23 giugno 2016 da con tag , , , .
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